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LODE A TE, ROBERTO PRUZZO

UN POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI

«Quando un amore finisce, uno dei due soffre. Se non soffre nessuno, non è mai iniziato. Se soffrono entrambi, non è mai finito» (Marilyn Monroe).

Questa è una storia che va narrata dalla fine all’inizio.

Uno sgarbo sancisce spesso una sofferenza.

A volte sancisce, se quella sofferenza è condivisa, un amore.

Penso che sia stato ciò che è capitato a Roberto Pruzzo, quel caldo pomeriggio di fine giugno del 1989.

Di sicuro è ciò che è ho provato io, tifoso giallorosso, in quel pomeriggio.

Amo pensare che quella giornata io e il Bomber abbiamo capito, più di altre volte, di essere indissolubilmente legati; lui come Roberto Pruzzo, il centravanti delle mie domeniche giallorosse.

E io come modesto rappresentante di tutto un popolo tifoso della Magica.

Un goal, come sempre, una corsa sfrenata come al solito, solo che stavolta la curva non ha i colori del sole e del sangue come altre 138 volte, ma è viola.

Solo che stavolta il goal è uno sgarbo, una sofferenza.

Eppure, giuro, non l’ho mai amato tanto quanto quel pomeriggio.

Perché io ho sofferto, e sono sicuro che abbia sofferto anche lui, Roberto bomber da Genova, al di là dell’esultanza, di quell’essere soprattutto un uomo che vive per il goal.

Un amore che sai che c’è stato e che durerà per sempre, attraverso quel goal che è una sentenza ma anche una liberazione, perché quel 30 giugno è un pomeriggio come tanti altri, come tante altre sere, dove capisci fino in fondo il rapporto sadomaso che si instaura quando diventi tifoso della Roma.

E allora meglio che il dispiacere, se cronicamente tale deve essere, sia lui a dartelo, il Bomber che esaltava la Curva Sud.

«Le storie non finiscono finché non abbiamo chiuso tutti i conti, finché non ci abbiamo messo un punto con la testa o con il cuore.» (Clara Sanchez)

Uno spareggio Uefa, il tuo ex bomber che ti gioca contro, il suo primo goal con quella “altra” maglia, l’ultimo della sua carriera.

Più che un Bruto calcistico che ti tradisce, un Otello innamorato che mette il punto a questa storia con la sua testa, la sua specialità.

E con il cuore.

Perché quel goal, passata l’euforia istintiva del goal, gli è sicuramente pesato.

Perché lui, Roberto, qualche settimana prima, al Flaminio, aveva rifiutato di entrare in campo contro la “sua” Roma.

Perché forse era semplicemente scritto tutto nelle cronistorie calcistiche vergate dagli Dei del calcio.

Perché la storia di Roberto Pruzzo, da quando sbarca in serie A, è un nastro che si può vedere tranquillamente riavvolgendolo all’indietro, dall’ultimo goal al primo, con un unico comune denominatore: la Roma.

E allora ripercorriamolo all’indietro questo benedetto nastro, fatto di goal ed emozioni.

LODE A TE, O ROBERTO PRUZZO

«Molto spesso, per riuscire a scoprire che siamo innamorati, forse anche per diventarlo, bisogna che arrivi il giorno della separazione.» (Marcel Proust).

Siamo ora al 15 maggio 1988, è l’ultima partita di Roberto Pruzzo in giallorosso.

La Curva Sud lo saluta con una coreografia da brividi: prima di Roma-Verona viene srotolato uno striscione con scritto “106 volte grazie”, con riferimento ai goal segnati dal bomber di Crocefieschi in campionato.

Intorno 106 striscioni più piccoli con il nome Pruzzo.

Lui saluta, commosso, sotto quei baffoni che il popolo romanista ha imparato ad amare, e sicuramente brontola come al solito.

«A tutti i ragazzi della Curva Sud va il mio più caro saluto e ringraziamento» il suo saluto .

Scarno ed essenziale come lo era in campo.

Dove era abbastanza spietato e agile quando era in giornata, lento e irritante quando era fuori forma.

Buon rigorista, fortissimo di testa, tecnico e rapace in area di rigore, capace di difendere la palla come pochi, più bravo di destro che di sinistro e una tecnica di base sottovalutata dai più.

Cos’è stato Roberto Pruzzo da Crocefieschi, il bomber nato dalla salsedine del mare e dal verde dei monti liguri, per la Roma e i suoi tifosi è facile capirlo e al contempo difficile spiegarlo.

Non solo un centravanti, strappato al Genoa, nel 1979, da Anzalone quando sembrava in procinto di accasarsi alla Juventus, per la non modica (allora) cifra di 3 miliardi.

Non è solo il centravanti goleador capace di vincere tre volte (1981, 1982 e 1986) la classifica cannonieri, capace di timbrare in maglia giallorossa 138 volte il tabellino dell’incontro.

E’ uno dei simboli della Roma anni’80, quella del presidente che ti libera da un sogno, Dino Viola, dell’allenatore saggio Nils Liedholm, del capitano coraggioso e sfortunato Agostino Di Bartolomei, di Marazico Conti e del Divino Falcào.

Più degli altri, però, Roberto Pruzzo è l’uomo della Provvidenza calcistica, il bomber al quale ti affidi nei momenti bui e in quelli più attesi, con la consapevolezza che lui non ti tradisce o, quanto meno, sarà tra gli ultimi ad arrendersi.

C’è lui dietro al goal salvezza all’Atalanta al suo primo anno giallorosso.

C’è lui dietro alla tripletta rifilata a Milano all’Inter Campione d’Italia nel 1981, quella che ti fa capire di poterti sedere al tavolo delle grandi.
C’è lui dietro al goal scudetto a Genova, quello che ti «libera dalla prigionia di un sogno» come ebbe a dire Viola.

C’è lui dietro a quella fantastica cavalcata in Coppa Campioni, con le sue 5 reti e il titolo di vice cannoniere della competizione,

C’è lui dietro alla rimonta con il Dundee, con una doppietta, come a lui ti affidi quando c’è da tentare di sfidare la sorte contro il Liverpool in quella magica e dannata serata.

C’è lui anche quando si tratta di mantenere vive le ultime speranze tricolori in quella maledetta partita con il Lecce.

Goal belli, bellissimi o semplicemente normali per uno come lui che l’arte l’ha imparata da ragazzino tra i carruggi di Genova, amante allora più del dribbling che del goal

«Dribblavo anche i pali della porta» come ama ricordare lui stesso.

Goal bellissimi come quello con il Liverpool dei mostri sacri, perché lui, in quella che poteva essere la notte più importante della storia giallorossa, c’è e non solo fisicamente.

Con una torsione innaturale, spalle alla porta, a raggiungere, con quei due passettini che faceva sempre prima di “staccare” di testa, il cross di Brunetto Conti, uno con il quale si trovava a occhi chiusi.

L’allenatore del Liverpool avrà modo di ammetterlo :

«Incredibile. Quel gol, alla sua maniera, ci aveva steso. Per fortuna nel secondo tempo uscì dal campo»

Oppure come quello che il 4 novembre 1983, giorno di Santa Barbara, fa esplodere la polveriera del tifo giallorosso.

La Roma, tricolore sul petto, gioca a Torino contro l’avversaria storica, la Juventus.

E’ il 90° e i giallorossi sono sotto per 1 a 2.
Chierico dalla fascia crossa e Pruzzo fa l’unica cosa che può fare, spalle girate alla porta, e che altri forse non penserebbero nemmeno: si esibisce in una rovesciata da far impallidire quella dell’ O’ Rey Pelè in Fuga per la Vittoria, regalando il pareggio alla squadra giallorossa e due dita rotta al povero
Stefano Tacconi che va a sbattere contro il palo.

E’ l’uomo delle triplette esterne (Inter, Verona) e delle cinquine interne ( contro l’Avellino).

«Quei 5 goal mi costarono un milione:Avevo fatto una scommessa con il massaggiatore Giorgio Rossi: avrei pagato 200mila lire per ogni goal segnato. Purtroppo Giorgio sapeva mantenere i conti»

Se non sapessimo che per lui il goal era la sua droga, il suo orgasmo, insomma tutto, saremmo portati a credere che il sesto (passaggio a Conti invece di tirare) lo abbia sbagliato apposta, da buon ligure!

Anticipa i tempi come gli avversari in area quando, contro la Juventus, segna e corre sotto la curva Sud togliendosi la maglietta: è vostra, sembra dire ai tifosi, io sono qui e segno per questa maglia e per voi.

Logico che uno così venga osannato dalla curva con il coro «Lode a te, Roberto Pruzzo»

O’ REI DI CROCEFIESCHI

«Ricordo una partita Genoa-Lazio. Ad un certo punto Pruzzo fece un’azione così bella che mi scappò detto: “Ma quello lì chi è? Mandrake». (Fulvio Bernardini)

Già, Mandrake per il “Dottore del Calcio”. Oppure, riavvolgendo ancora il nastro all’indietro, per i tifosi del Genoa, O’ Rey di Crocefieschi.

Perché Roberto Pruzzo è di Crocefieschi, e dribbla e segna goal in quel Genoa al quale la leggenda narri che arrivi tramite uno zio benzinaio e un ristorante dove Renzo Fossati, presidente del Genoa, va spesso a pranzare.

L’esordio in Serie A è datato 2 dicembre 1973, in Cesena-Genoa 1-1, 19 partite in totale, 0 reti e una retrocessione.

Gli dicono che è bravino ma che non vede la porta, amante come è del dribbling.
Allora lui, che di carattere è permaloso, decide di smentirli.

12 reti il primo anno in B e 18 il secondo che significano la promozione, del Genoa in A.

E gli valgono la fascia di capitano del Grifone, a soli 20 anni.

Ed è qui che possiamo anche concludere il nostro racconto all’indietro, che parte dall’ultimo goal segnato dal bomber e termina al primo segnato in A.

Unico comune denominatore: la Roma.

Prima, durante e dopo.

Perché Roberto Pruzzo e la Roma sono legati dal destino, e forse anche chi scrive.

E’ il 3 ottobre 1976, 6 giorni prima del mio ottavo compleanno, e Roberto segna la sua prima rete in A, alla Roma per l’appunto, la squadra per la quale tifo.

A fine campionato saranno 18, secondo dietro a Graziani con 21 reti!

Per Gianni Brera è un «ligure di razza nordica, gatto sornione, abulico e freddo quanto basta ad intuire d’acchitto quando serve a prodigarsi su una palla e quando no»
Certo, a rovinare tutto c’è un altra retrocessione, l’anno dopo.

Solo 9 reti e un rigore-salvezza sbagliato, contro l’Inter, alla penultima giornata, quando sa di essere già giallorosso.

Ecco, forse, perché l’Inter diventa una delle sue vittime preferite.

E pensare che lui, quel contratto a Fossati, manco lo voleva firmare.

«Volevo che il calcio restasse divertimento»

L’OMBRA DEL BOMBER

«Ma quella faccia un po’ così/ Quell’espressione un po’ così/ Che abbiamo noi/ Mentre guardiamo Genova/ Ed ogni volta l’annusiamo/ E circospetti ci muoviamo/ Un po’ randagi ci sentiamo noi»

(Genova per noi- Paolo Conte).

E che Roberto Pruzzo sia di Genova, ligure nell’animo, non c’è ombra di dubbio.
Carattere chiuso, brontolone, un po’ orso, scontroso, uno di quelli che rifugge gli autografi e la mondanità per stare accanto alla moglie Brunella, la sua compagna di una vita.

L’onomastica un altro segno del destino, perché in campo il suo compagno ideale sarà un altro che fa di nome Bruno, il Marazico italiano.

Quel carattere chiuso e scontroso che non lo fa decollare in Nazionale, solo 6 presenze, e nei rapporti con Enzo Bearzot, il quale per ben due volte lo lascerà, da capocannoniere, a casa per i Mondiali (Spagna e Argentina) per preferirgli Selvaggi e Galderisi.

Uomo di poche parole ma che sapeva ascoltare come quando tornava , dopo ogni trasferta della Roma, in auto con Dino Viola e la signora Flora.

E il presidente, che mai lo lasciava guidare, utilizzava quelle ore di viaggio per parlare della partita, degli arbitri, della Roma, il suo chiodo fisso.

Quel carattere che sa soffrire dall’interno dell’anima e magari altrettanto capace di esternarlo fuori, un grande limite o un pregio, chissà.

Che ti permette di viaggiare per 900 chilometri in macchina di notte per andare al funerale di Nils Liedholm, l’uomo, prima dell’allenatore, al quale il Bomber sarà sempre legato

O ti permette di non vergognarti delle lacrime che versi durante quello di Aldo Maldera.

E’ anche dannatamente senza peli sulla lingua o esplicativo nei gesti come quella volta che, lodando il laziale Lulic, si attira la reazione dei tifosi giallorossi oppure quando scatena un tam tam mediatico facendosi fotografare sotto lo stemma del Liverpool con il dito medio alzato.

Dalle sue parole capisci che Roberto Pruzzo più che vivere dei ricordi dei gol fatti, rimastica piuttosto i momenti bui, come piaghe mai completamente rimarginate.

Un ombra della quale avere timore, l’avversario che sai di non poter superare se proprio non lo vuoi con tutte le tue forze.

«Cosa mi resta della mia carriera da centravanti? I gol sbagliati e le sconfitte. Delle vittorie ho goduto poco, perché sono subito volate via. Le sconfitte no, sono rimaste qui. E ancora ci combatto. La retrocessione in B del Genoa causata anche da un mio rigore sbagliato e la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool»

Un qualcosa che lo rode dentro, profondamente, tanto da fargli ammettere di essere stato anche lui vittima della depressione, l’”Uomo Nero”, come la chiama.

Tanto da essere stato molto affine, nel pensiero e nel gesto, ad un altro grande eroe tormentato giallorosso, Agostino Di Bartolomei.

«Ogni tanto penso che sia giunto il momento di togliermi dai coglioni…poi vengono gli amici, mi strappano un sorriso e dico che è meglio continuare un altro po»

Ecco perché penso che in quel giorno, da quel goal dove abbiamo cominciato questo viaggio, Roberto Pruzzo di quello sgarbo ne ha fatto sofferenza.

E la sua sofferenza, come dice Marilyn Monroe, unita a a quella dei tifosi giallorossi come me, ha reso chiaro che in verità l’amore non è finito mai, ne potrà finire.

«Grazie Roma. E grazie Genoa. Due tifoserie fantastiche, uniche. E poi, più che parlare, mi piacerebbe ancora correre con le braccia alzate, a festeggiare un goal, sotto la gradinata nord o sotto la curva sud»

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