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DOMENICO MAROCCHINO, IL DANDY DEL CALCIO

IL CALCIATORE

«Ma che facciamo?/ Ma dove andiamo?/ Tutti incolonnati in queste nostre maledette macchinette!/Oggi c’è il sole/ Non lo timbrate il cartellino/Non la firmate la presenza/Ma da quanti anni non vi arrampicate su un albero?/Tutti in campagna a cogliere le margherite!/ Libertà, libertà, libertà!!”» (Un calcio alla città- Domenico Modugno)

Se c’è una canzone nella quale si possa collocare la carriera di Domenico Marocchino è proprio questa.

Dandy a modo suo, amante di belle donne, auto e vestiti alla moda, sigarette e dormite.
E, quando ne ha avuto voglia, calciatore a tutto tondo, giocatore capace di svariare su tutto il fronte d’attacco, facendo impazzire difensori avversari, ma soprattutto allenatori e presidenti suoi.
Alto e dinoccolato, con quell’aria dell’Ellery Queen televisivo che, dietro l’aspetto di chi si trova lì per caso, nasconde, invece, una profonda intelligenza.
Solo che, nel caso di Domenico, la pigrizia è più forte.
Eppure capace, nonostante tutto, di rimanere 4 stagioni, più di 100 presenze e una decina di goal, in una società come la Juventus, una che certi atteggiamenti o li cura o li sradica insieme al giocatore.
Anzi, il nostro eroe, o antieroe (fate voi, perché per me di coraggio ce ne vuole anche per essere Domenico Marocchino o Ezio Vendrame, per citarne un altro, di bravo e matto), riesce persino, a furor di stampa che lo vedeva bene al posto di un certo Bruno Conti, a collezionare una presenza in nazionale, nell’anno del Mundial ’82!
Attenzione, stiamo comunque parlando di un uomo dall’intelligenza vivissima (basta sentirlo parlare oggi, disincantato, di calcio come opinionista mai banale), oserei dire quasi un intellettuale, di un calciatore che oggi se ne porterebbe a spasso molti dei suoi colleghi.
Il problema, piuttosto, è il contenitore dove arrivano a urtarsi le varie anime, quella dell’uomo che prende tutto dalla vita, e quella del calciatore che concede poco al professionista.

IL DANDY

«E del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente/ ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia/ riusciremo noi da soli a riportare la giustizia?» (Don Chisciotte – Francesco Guccini)

Paragone azzardato, per classe e carriera, ma è tanto eversivo pensare che Domenico Marocchino sia stato per Giampiero Boniperti quello che il compianto Mariolino Corso fu per Angelo Moratti e Alvaro Recoba poi per il figlio Massimo?
Giocatori che ad ogni inizio campagna mercato vanno a finire sulla lista partenti, soprattutto per l’allenatore, per poi finire per rimanere e cucire rari (non per Corso, of course) merletti di raso sul campo ma, per lo più, pezze di fustagno fuori e dentro il rettangolo di gioco.
A modo loro, comunque, poesie del calcio, forse incompiute, forse perfette così.

Dopotutto che ti aspetti da uno che, scendendo dalla scaletta dell’aereo che ti porta in trasferta a Varsavia, trova uno stuolo di tifose polacche con lo striscione «Marocchino, vieni a ballare con noi»?
Infatti il nostro uomo viene preceduto più dalla fama conclamata di tombeur de femmes e abile nel districarsi nelle aree affollate delle piste da ballo che per le sue prodezze sui campi di calcio.
Dove spesso è fumoso, come se si portasse dietro, avviluppandosi in esse volontariamente, le spirali di fumo delle tante sigarette consumate.
Già, le sigarette, che lui combatte concedendo alla sua vita di atleta di dormire un ora in più per limitarne il consumo.
Oppure le dormite, come quella volta che fa tardi alla partenza del pullman della squadra e un Trapattoni esasperato non può fare altro che andarlo a prelevare direttamente a casa col torpedone.
Non lo trovano e così partono, con il nostro Domenico che gli va dietro in autostrada mentre i compagni gli indicano, dai finestrini, con le dita i milioni di multa che la società intende fargli.
Se è di voglia è capace di rincorrere l’avversario, rubargli palla, saltarne un paio e porgere a Cabrini l’assist per il goal che decide un campionato.
Se è di luna storta ( o forse semplicemente la luna è calata quando lui è andato a dormire) ciondola stancamente per il campo, vedi uno spilungone sempre chino ad allacciarsi le scarpette, oppure con le mani ai fianchi, come l’Ellery Queen televisivo sulle scene del delitto che sembra sempre la persona sbagliata al posto sbagliato.

Solo che Domenico, in questi frangenti, non risolve il caso: è il caso.

Poi magari scopri che ha semplicemente voluto provare cosa significa una settimana di sesso prima della partita della domenica.
«Non mi mantenevo in piedi» detto con la naturalezza di chi parla degli effetti di una influenza.
Un pigro che lavora per godersi appieno la vita e che ha per divertimento quello di correre, se proprio necessario, dietro a un pallone.
Perché mai poi, come canta Guccini, dovrebbe essere proprio lui il Don Chisciotte che cambia il mondo?
Solo perché sei dotato di fisico, piedi più che buoni e sei in uno dei più grandi club mondiali? Suvvia!
Eppure Domenico Marocchino è questo, è un calciatore della Juventus e al contempo l’uomo che ne sfida regole e dogmi, pur sapendo di pagarne le conseguenze.
E non ci sono multe (numerose e carissime) che tengano dinanzi alla sollazzevole idea di un gavettone (famoso quella alla moglie del Trap, «nel calcio non devi guardare solo il pallone ma avere visione d’insieme, così pure nei gavettoni devi osservare chi viene dagli angoli»), una scappatella alle tre di notte («Boniperti ci raccomandava di respirare aria buona, quale orario migliore per non trovare smog?»), una esibizione in discoteca o 4 salti in un letto («mi chiamavano alle 22,30 per vedere se stavo a casa. Ma alle 20 arrivava la mia fidanzata, perciò..»).
Se è in giornata di grazia dribbla i suoi avversari e offre assist (il goal non è tanto nelle sue corde da dandy, troppo plebeo), se è in serata da bagordi semina le spie di Boniperti, ex militari in pensione, o offre loro aperitivi (tipico dell’animo naif che lo permea) per ingraziarseli.
Se il termine non portasse il ricordo di eventi tragici (stupri e violenze di guerra) le sue tragicomiche imprese di allora potremmo definirle “marocchinate”, come oggi definiamo “cassanate” quelle di un altro grande talento sprecato.
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L’UOMO

«Domenica è sempre domenica/se sveglia la città con le campane/al primo din don del Gianicolo/Sant’angelo risponde din don dan/domenica è sempre domenica/ e appena ognuno si risveglierà/felice sarà e spenderà/sti’ quattro soldi de felicità» (Domenica è sempre domenica- Renato Rascel)

Non può essere diversamente per uno che la domenica l’ha nel nome e che, seppur vivendo sotto l’ombra seria e misteriosa della Mole Antonelliana piuttosto che sotto il pacione Cupolone, del suo lavoro, il calcio (che, malauguratamente per Marocchino, esercita il suo rito proprio in quel giorno), ne ha fatto più un hobby che una professione.
Svelto, scaltro, intellettuale e divertente come è, in un altra vita probabilmente il ragioniere, giornalista, impiegato o qualunque altra cosa potesse essere Domenico, avrebbe usato il resto della settimana per ciondolare distrattamente tra una scrivania e uno sportello, per poi scatenarsi la domenica su un campetto di periferia, a tirar calci a pallone con gli amici, le sigarette, le ragazze.
Un salto in disco e via verso il nuovo tran tran quotidiano, fatto di sveglie non suonate, tram persi, pause lavoro per la sigaretta da gustarsi anche nascosto nel bagno, in ritardo sugli orari ma sempre in anticipo ottimisticamente sul ritardo.
Alla fine di entrambi i percorsi, quello da calciatore o da uomo qualunque, la frase che avrebbe accompagnato Domenico Marocchino sarebbe stata sempre la stessa, che la pronunciasse Giovanni Trapattoni o l’amico di bagordi, il collega d’ufficio o il compagno di squadra:
«Che peccato, aveva grandi doti e non le ha sfruttate».
Lui, Domenico il pigro, quello che dorme nel letto rotto da due anni, dai mocassini in frigo infilati lì da ubriaco e mai rimosse perché era un sforzo fisico, delle scarpe bucate e lacci sciolti in campo, quello che di presentava in ritiro, dopo le vacanze, in condizioni penose, ti risponderebbe così:
«Quando scali la montagna, devi avere il coraggio di scendere. Ma io ho vissuto il calcio come uno sport, non come un lavoro. E sono un uomo felice».

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