SOLITUDINE

Io sono Michele

Nessuna coccarda a lutto per Michele.
Nessun “je suis…” per il giovane friulano che, il 31 gennaio, ha detto basta a questa vita.
Giusto così, forse.
Forse è un atto di giustizia sociale, di equità nella morte.

Perché tanti sono, oramai, i Michele che hanno deciso di farla finita con un mondo che li ha abbandonati a se stessi, come figli illeggittimi o indesiderati, siano imprenditori o lavoratori.
Ma qui non c’è il portone di un convento, di un orfanotrofio, oppure la cesta su un fiume e le pietose mani di una serva, e il caso fortuito, a darti una possibilità di salvarti da quel gelido inverno che sta pervadendo il tuo animo.
Michele non era un ragazzo meridionale, di quelli che partono, nella corsa alla vita, già con un handicap solo per una questione di posizionamento geografico.
Michele è, era, friulano.
Una terra di migranti nel lontano passato.
Una terra di uomini forti che hanno saputo reagire ad altre catastrofi solo con le loro forze.
Una terra che, fine a qualche decennio fa, sembrava un oasi felice nel mondo del lavoro.
Non più, ora.
E Michele, quel gelido inverno nel suo animo, lo ha sofferto fino in fondo.
Fino al punto di decidere che, basta, non aveva più forza di cercare, provare, a combattere quel freddo.
Fatto dell’ignavia di una classe politica che abita in un mondo diverso da quello di Michele.
Un freddo nell’animo creato anche della nostra indifferenza, troppo occupati a coltivare il nostro orticello per accorgerci della fame dell’altro.
Per unire le nostre disperazioni al fine di renderle speranze.
E così Michele se l’è detto da solo il suo”je suis…” e l’ha condiviso con quelli prima di lui.
E l’ha dedicato a noi, che potremmo essere i prossimi.
Leggetela quella lettera, leggetela.
Stampatela e portatela nel taschino, come un santino.
E ricordatevene ogni volta che vi troverete a scegliere i vostri rappresentanti, o a legiferare sui vostri elettori.
Leggetela, quella lettera, leggetela e comprendetela riga per riga.
È piena di rabbia, dolore, disperazione.
Ma anche macabramente ironica.
È un atto di accusa in piena regola.
E non solo contro uno dei peggiori ministri, Poletti,che questa strampalata, dannata, sfortunata ed egoista nazione abbia mai avuto, e che Michele cita nelle ultime righe.
Preferendolo persino ai classici saluti d’addio ai propri cari.
Ma è anche un atto di accusa contro tutti noi.
E, al contempo, un implorazione urlata ad avvertirci affinché non arrivi quel freddo nel nostro animo.
Perché i veri morti, tra noi e Michele, siamo noi che ci illudiamo di sopravvivere, giorno per giorno.
Siamo zombie creati con l’utilizzo di stage, voucher, tirocini, diritti al ribasso. Noi che barattiamo le nostre competenze, la nostra dignità, i nostri diritti, in un insolente gioco sempre più al ribasso.
Ci accontentiamo di un misero piatto di lenticchie, porto come elemosina.
Michele, e tanti altri come lui, invece ha dignitosamente capovolta la ciotola, rifiutando ogni ulteriore oltraggio.
Forse, se fosse andato fuori da questa nazione, sarebbe ancora vivo. Sarebbe uno di quei giovani, come ha detto sempre l’esimio Poletti, “che è meglio che stiano fuori dai piedi”.
Ma sarebbe vivo.
E invece è rimasto qui.
Ma non è riuscito ad aspettare di vedere la finale decadenza di questo paese.
Quella nella quale la disperazione di molti si trasforma in fumo, fuoco e odio che si propagano, ciecamente, nelle città e nelle campagne, ovunque ci siano i palazzi di pochi.
Ecco, Michele è fuggito via da questo.
Dall’ultimo oltraggio che avrebbe dovuto subire: diventare boia per giustiziare chi l’ha condannato.
A noi non restano che tre vie.
Sopravvivere per il mestolo di lenticchie.
Seguirlo.
Imbracciare quel fucile che lui ha lasciato per terra.
E non è detto che si debba per forza usarlo per sparare.
Je suis…anzi no, io sono italiano e quindi è più giusto dirlo nella nostra magnifica lingua, l’unica sovranità che ci è ancora rimasta.
Io sono Michele.

 

 

Un pensiero su “Io sono Michele”

  1. Troppi Michele dovranno ancora “partire” per non vivere o sapravvivere a una situazione oltremodo tragica.
    Ci raccontano che sta andando tutto molto meglio, si quelli delle tv strapagati e pagati per raccontarci balle, perché la verità la viviamo tutti i giorni…Fabbriche chiuse, fallite. Fabbriche attivissime, ma delocalizzate perché “fuori” risparmiano tasse e personale.
    Caro Michele..la tua dipartita è ormai dimenticata…ma in questo momento la tua situazione è vissuta e patita da migliaia di giovani, di non più giovani che non hanno possibilità di uno straccio di lavoro per portare a casa con dignità il sostegno per la famiglia. La tua vita è bruciata come un troncone d’albero e il fumo è svanito..ma si è disperso nell’aria..quell’aria che respirano tutti i giorni i giovani come te che non si arrendono come hai fatto tu, scalpitano in coda per un posticino o fanno le valigie per trovare altrove il sogno….di un lavoro, anche misero, ma un lavoro! Hai voluto che restasse un segno di te, e quel segno rimarrà in eterno, ma nulla ha cambiato…Non ha portato una ventata di speranza, quella speranza.resta dimessa e smarrita, resta per tutti noi…che vigliaccamente taciamo e aspettiamo…un miracolo che forse…non verrà mai!
    Grazie Michele….per averci provato, ma ti ho nel cuore per non aver provato a resistere…magari…..espatriando non vigliaccamente, ma a testa alta..portnado con te la tua italianità, seguemdo la strada dei tuoi antenati..che partirono per altri mondi da dove poter ritornare….tu..non tornerai più dal tuo viaggio..

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