SLA

IL MORBO DEL CALCIO

LA TEORIA DEL TUTTO
«Ho guardato dentro una bugia/ E ho capito che è una malattia/ Che alla fine non si può guarire, mai»
(Senza parole – Vasco Rossi)

Uno studio, quello dell’Istituto farmacologo Mario Negri di Milano.
Un numero, 23.875: i calciatori di serie A, B e C presi in esame dal 1960 ad oggi.
Una percentuale, l’incidenza media della malattia è di 1,7 casi ogni centomila abitanti, tra i calciatori italiani arriverebbe fino a 3,2, focalizzandosi solo sulla sera A, il rapporto è addirittura di 1 a 6, con casi a 43 anni piuttosto che 65 anni.
Una bastarda, la SLA(sclerosi laterale amiotrofica), una malattia chiamata anche morbo di Lou Gehrig, dal nome del giocatore statunitense di baseball, prima vittima accertata di questa patologia.
Baseball e calcio che hanno in comune molto più di quanto si pensi.

E ancora un numero, il 32 che indica le morti nel mondo del calcio italiano, nomi noti e meno noti, e che solo agli occhi di chi non guarda il problema nella sua interezza potrebbe apparire irrilevante.
Da Segato, il primo caso, a Anastasia, passando per Fulvio Bernardini, Borgonovo, Adriano Lombardi, Giovanni Bertini, Signorini e Cucchiaroni in un tragico derby della lanterna,solo per citare alcuni.
A volte coincidenze “strane” nelle carriere, squadre in comune (Fiorentina , Inter e Como le più “attenzionate”), che non puoi non notare anche relazionando il tutto ad altre “morti difficili”, come quella di Bruno Beatrice (leucemia linfoblastica acuta), Nello Saltutti (infarto), Ugo Ferrante (tumore alle tonsille), Massimo Mattolini (insufficienza renale), Giancarlo Galdiolo (demenza frontale temporale),Giuseppe Longoni (vasculopatia) per rimanere alla Viola.
Oppure Armando Picchi (36 anni, tumore), Carlo Tagnin (67, osteosarcoma), Mauro Bicicli (66, tumore al fegato), Ferdinando Minussi (61, epatite C), Giacinto Facchetti (tumore), tutti riconducibili all’Inter.
Oppure a quelli che non puoi definire solo “incidenti di percorso” se vedi il tutto in un ottica più ampia.
E tragica.
È il caso di Picchio De Sisti (ascesso frontale) oppure di Domenico Caso (tumore al fegato).

Diciamolo subito, questa storia non è un atto di accusa contro nessuno, squadre, dirigenti o giocatori che siano. ma è una storia che va narrata, con le sue ombre e con il discernimento che ne può avere ognuno di noi.
Chi studia il fenomeno dal punto di vista scientifico lo spiega con vari fattori.
L’uso di pesticidi usati per il prato del campo, oppure la stessa attività sportiva che potrebbe anticipare l’insorgenza del morbo in soggetti già predisposti, l’uso cospicuo di alcuni antiinfiammatori per curare traumi.
La scienza, però, non può spiegare tutto e, soprattutto, non arriva a lenire il dolore sordo e senza tregua dei familiari, degli amici, dei compagni di squadra.

E’ la “Teoria del tutto” e del contrario di tutto, rifacendoci al film basato sulla vita di un grande, Stephen William Hawking, che con il calcio non ha niente a che vedere ma che con qualcosa di simile ci ha convissuto per tutta la vita.

LE PAROLE COME MACIGNI
«Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi tifosi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi, magari felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata. Voglio dirvi grazie per tutte le manifestazioni di affetto che mi avete dimostrato. Voglio ringraziarvi per aver aderito al mio appello di solidarietà. Voglio ringraziare chi ha reso possibile tutto questo, i miei vecchi compagni, i mister e voi tifosi, con i quali ho trascorso sette splendidi anni indimenticabili. Vi voglio bene» (Gianluca Signorini a 30mila tifosi nel suo ultimo saluto nello stadio del Genoa, con un messaggio letto dalla figlia, perché oramai lui immobilizzato da tempo su una sedie a rotelle)

E dove non arriva la scienza ci sono le parole, le mezze o intere ammissioni, quei squarci di luce che creano ombre sinistre nel buio omertoso nel calcio.
Qualcosa di diverso, una grido di disperazione piuttosto che un je t’accuse, lo hanno provato a urlare ex calciatori come Ferruccio Mazzola (spentosi dopo una lunga malattia) o Carlo Petrini (tumore e glaucoma) che , per attaccare il sistema dei segreti e delle omertà, si trovano contro dirigenti, ex compagni e persino fratelli.
E per questo se ne vanno in solitudine, quasi rimossi se non fosse per quei loro scritti che diventano il loro testamento spirituale.
Le parole, già, come quelle di Aldo Agroppi:
Bruno è stato una vittima, come tante altre di quella mia generazione di giocatori degli anni ’70. Ci fidavamo del medico che pensavamo fosse un nostro amico e invece ci hanno riempito di Micoren (farmaco fuori commercio dal 1985) e di corteccia surrenale. Tutta roba che poi si è scoperto che non andava data…”.
Massimo Mattolini, l’ultimo portiere ad abbandonare il basco in campo, ricordava che :
«Chiedevo una cura ricostituente perché avevo un calo fisico, e mi facevano iniezioni di Cortex: poi ho scoperto che questa era tra le sostanze dopanti. E oggi mi chiedo se ci sia una relazione tra quelle iniezioni e l’insufficienza renale che mi ha portato alla dialisi».

Nello Saltutti narrava di “strani caffè e strane vitamine”, partendo da quando era alla Primavera del Milan («Sarà stato un caso, ma io da un metro e sessanta, in un anno ero passato ai miei 175 centimetri..») o durante i suoi trascorsi viola «Quel caffè speciale, negli anni in cui poi sulla panchina viola arrivarono Gigi Radice (nda: Alzhaimer) e Nereo Rocco, si trovava tranquillamente sulla tavola imbandita, in bella vista con i flaconi delle pillole, le boccette con le gocce, flebo modello damigiane e punture a volontà. Tutta merce a necessaria disposizione dei giocatori, che si sottoponevano ad ogni trattamento per quieto vivere. A Bruno Beatrice glielo dicevo sempre, Bruno non esagerare con quelle punture. Io non so quante se ne facesse fare, durante il ritiro era sempre sotto flebo, dal venerdì sera alla domenica; lo avevano convinto che con quelle avrebbe corso il doppio. Bruno, tanto per capirci, era uno che al naturale andava molto più forte di Davids, perciò gli chiedevo: ‘Ma che bisogno hai di farti iniettare tutte quelle schifezze?’ A noi dicevano: sono solo vitamine, prendetele e starete meglio. Ma chissà che ci davano invece…».

Forse era questo che intendeva Louis Pasteur quando citava che « noi beviamo, mangiamo o respiriamo il 90 per cento delle nostre malattie»?
E ci sono le parole strazianti dei familiari che, a torto o a ragione, non riescono ad assimilare quel dolore sordo che prova chi crede che qualcosa di caro gli è stato sottratto con l’inganno.
Un inganno che continua con un silenzio omertoso che è più assordante dell’eco di una voce in una valle solitaria.
Voci come quella della vedova di Bernardini, Gabriella «Chi sa, chi ha visto o vede cose strane nel calcio, abbia il coraggio di denunciare, perché solo così potremmo davvero fare qualcosa contro questa piaga».

Oppure come quella di Alessandro, figlio di Bruno Beatrice:«Mio padre ucciso da gente corrotta da fama e denaro».

Poi ci sono le indagini e i processi che amplificano quel dolore ma raramente portano risultati o smuovono coscienze.
Un tragico elenco, da Segato (il primo, forse) a Anastasi (non l’ultimo sicuramente), che narra una storia di ombre e paure.
Su tutti i veri protagonisti di questa storia che, più dei nomi e delle persone, sono le morti, le malattie, le accuse e i silenzi, il dolore e le coscienze, aleggia lo spettro della “stronza”, la SLA, come la chiamava Stefano Borgonovo, e delle sue compagne d’armi.

E della Teoria del tutto, o del niente.

«Tanto si capisce sempre troppo tardi che arrendersi è il più idiota degli errori.»  ( Kate-Hilary Swank- nel film “Qualcosa di buono”)

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