sajaya minareto

Sajaya

BrEvi Autori vol.3 - BraviAutori.it

Ovunque mi giri, macerie! Difficile riconoscere il quartiere, Sajaya, in Gaza, dove sono nato, cresciuto e forse morto. Perchè sarà diversa ma sempre morte è, la mia! Sfido chiunque a orizzontarsi, fra questa devastazione, dopo quattordici ore di bombardamento. Eppure io ci riesco, quantomeno ci provo. Rinuncio alla vista, chiudendo gli occhi, poiché potrebbe ingannarmi. Rischierei di non corrispondere il mio ricordo al senso. Rammenterei frammenti di vita di tutti i giorni (difficile, dura, ma pur sempre vita!): bambini che giocano, giovani che aspettano un futuro migliore, anziani che vorrebbero dimenticare il loro passato.

Vedrei rovine, corpi straziati, paura. Odio. Allora mi affido agli altri sensi. L’udito mi riporta in mente il suono, che scandiva la nostra giornata, della voce del muezzin dal minareto. Era lì, il minareto, proprio dove mi ricordo e ora giace, gigante abbattuto, mortificato nella polvere. Mi affido al gusto per cercare il negozio di Umar al ricordo del sapore del mio piatto preferito, il Musakhan. Era proprio là, con le sue pentole e i suoi fornelli, i suoi banchetti. Cumuli di detriti coprono tutto, ora. L’olfatto mi guida sino all’ attar-attarin di Fatima, bottega di spezie e erbe aromatiche. Eccolo nel mio ricordo con le sue ceste e le sue conserve. Ora, però,al suo posto  trovo solo chiazze di vario colore che tingono i calcinacci. Il tatto per ricordarmi del souk di Awad, vecchio artigiano del rame che m’insegnò a riconoscere le figure cesellate sulle pentole. Era lì, con le sue pentole, i suoi utensili; proprio lì dove ora ci sono ferraglia contorta e macinata dalle mura cadute. Cerco di farmi coraggio, riapro gli occhi. Di nuovo questo senso di vuoto, di disperazione. Stento a credere che quello sia il mio quartiere, quello in cui sono nato e cresciuto. Gli odori e colori che conoscevo non ci sono piu: al loro posto l’odore acre del fumo,quello della polvere dei calcinacci che ti entra come una droga sino al cervello. Dappertutto il tanfo della morte. E i colori? Il piu diffuso è quello scuro dei grumi di sangue delle vittime di questa follia. No, non è possibile che i miei sensi mi stiano ingannando così! Non bastano piu occhi, orecchie, naso,bocca e dita per riconoscere la mia Sajaya! Serve altro! Dicono che anche il cuore sia un organo di senso. Mi affido allora a lui per ricordarmi come era la vita, qui a Sajaya.

Inutile. E’arido. Morto!

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