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	<title>PensoLibero.it &#187; Di tutto un pò</title>
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		<title>FRIEDKIN: COME UN GAVISCON</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2022 07:18:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>COME UN GAVISCON. Ho passato anni a fare il Don Chisciotte quasi solitario contro la gestione Pallotta e i suoi misteri buffi Monchi, Petrachi, Di Francesco, Fonseca. Anni e fiumi di parole a descrivere come illusori fuochi fatui tuffi nelle fontane e semifinali improvvisate perché non in linea con il vero valore che era il &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2022/07/19/friedkin-come-un-gaviscon/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">FRIEDKIN: COME UN GAVISCON</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>COME UN GAVISCON.<br />
Ho passato anni a fare il Don Chisciotte quasi solitario contro la gestione Pallotta e i suoi misteri buffi Monchi, Petrachi, Di Francesco, Fonseca.</p>
<p><span id="more-4749"></span><br />
Anni e fiumi di parole a descrivere come illusori fuochi fatui tuffi nelle fontane e semifinali improvvisate perché non in linea con il vero valore che era il campionato.<br />
Anni a ingoiare falsi proclami, dichiarazioni cialtronesche, situazioni grottesche e gli sfottò di chi ti sbatte una coppa in faccia dimenticando che gli abbiamo scucito dalle maglie uno scudetto.<br />
Ridotto a tenere con timore il conto delle sostituzioni in ogni partita più del numero in centinaia di goal presi.<br />
Poi arrivano loro, i Friedkin, poche parole, anzi il silenzio, e tanti fatti.<br />
Più che texani, dei tibetani.<br />
Da clausura.<br />
Il mio personale Gaviscon per il reflusso gastroesofageo pallottiano.<br />
Riordino completo dentro e fuori della società, dai campi agli uffici, senza tralasciare niente.<br />
Riavvicinare i tifosi, riaccendere una passione ormai sopita alla mediocrità, con il dovuto rispetto dei ruoli, una missione prioritaria. Sempre presenti, non dispersi nell&#8217;etere tra Roma e Bostonboston e ridotti ad un ologramma.<br />
Le radio romane, la stampa da strapazzo e i famosi topolini vengono derattizzati, costretti in un perenne stato di confusione ad inventarsi notizie che i texani tibetani manco discutono.<br />
Lasciateli fare, sembrano dire a noi tifosi, e seguite solo noi.<br />
Per la prima volta i botti di mercato (Mourinho ieri, Dybala oggi) arrivano prima delle presunte (che con Pallotta erano certezze) partenze (Zaniolo oggi? vedremo, ma certo non in cambio di Diawara valutato 23 milioni, per capirci).<br />
E se parte Dzeko arriva subito Abraham, che non sbaglia aerei come i Malcolm.<br />
E se Mikhitaryan ti fa fare la figura del fesso, ecco che apri la porta e ci trovi Matic e Dybala in sala attesa.<br />
Prego, lor signori si accomodino e ci scusino per l&#8217;attesa.<br />
Arrivi che sono autentici lampi a ciel sereno, il tutto mentre gli altri parlano di Fonseca cercato e scippato dal Real Madrid, Mourinho rabbuiato e pronto a dimettersi, Tiago Pinto un imbecille incapace, Zaniolo da un mese a Torino per due noccioline e un grazie da parte nostra.<br />
E magicamente si torna pure a vincere, una portaombrelli per qualcuno, ma meglio dei bonsai.<br />
Dopotutto papà Friedkin fa di nome Dan.<br />
La D di Dino per capirci.<br />
Viola, per intenderci.<br />
Coincidenze, certo, ma una delle tante che mi fa parlare da un anno di analogie, tra quei tempi e oggi, vissute e respirate. E godute<br />
E per me che ho visto il 75% degli scudetti della Roma, cioè 2 su 3, rammento che in quelle vittorie furono fondamentali gli arrivi prima di un tizio che si chiamava Paulo e nel secondo quello di un attaccante argentino .<br />
Oggi arriva un attaccante argentino che si chiama Paulo.<br />
Chiamale, se vuoi, coincidenze.<br />
Ed emozioni.<br />
E non è finita ancora, ne sono certo io e, da lassù, credo anche i Dino e gli Ago, gli Aldo e i Giorgio Rossi&#8230;</p>
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		<title>ZIBI&#8217; BONIEK,BELLO DI NOTTE. E DI GIORNO</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 09:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Boniek]]></category>
		<category><![CDATA[Heysel]]></category>
		<category><![CDATA[Juventus]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>ZIBI&#8217; BONIEK, IL BELLO DI NOTTE. E DI GIORNO «E poi vederti ridere e poi vederti correre ancora/ Dimentica, c&#8217;è chi dimentica distrattamente un fiore una domenica». (Nei giardini che nessuno sa &#8211; Renato Zero) E&#8217; troppo osare voli pindarici affermando che Zbigniew Boniek, il ragazzo dai capelli e baffi rossi che scorazzava nel rettangolo &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2022/03/03/zibi-boniekbello-di-notte-e-di-giorno/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">ZIBI&#8217; BONIEK,BELLO DI NOTTE. E DI GIORNO</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><b>ZIBI&#8217; BONIEK, IL BELLO DI NOTTE. E DI GIORNO</b></p>
<p><span lang="en-US"><i>«</i></span><i>E poi vederti ridere e poi vederti correre ancora/ Dimentica, c&#8217;è chi dimentica distrattamente un fiore una domenica</i><span lang="en-US"><i>». </i></span>(Nei giardini che nessuno sa &#8211; Renato Zero)</p>
<p>E&#8217; troppo osare voli pindarici affermando che Zbigniew Boniek, i<span lang="en-US">l</span> ragazzo dai capelli e baffi rossi che scorazzava nel rettangolo verdenegli anni&#8217;80, è colui che, forse, ha offuscato la leggenda di Kazimierz <em>Deyna, asso polacco degli anni &#8217;70?</em><span id="more-4738"></span></p>
<p>Oppure basta ricordarlo con le parole dell&#8217;Avvocato Gianni Agnelli che lo definì, presentandolo a Henry Kissinger, <em>«quello che gioca bene di notte»</em>, per essere capace di lasciare il segno sopratutto nelle partite in notturna nelle coppe europee?</p>
<p>Attaccante, centrocampista, mediano, persino libero con apprezzabili risultati nella sua fase finale con la Roma, Zibì era genio e sregolateza, capace di sembrare avulso dal gioco un attimo prima e torpedine imprendibile un secondo dopo.</p>
<p>Zibì gioca, vince e convince nel Widzew Lodz e nella nazionale polacca, prodotto di una società permeata nel comunismo, poco spazio per i sogni, pragmatismo nelle vene e nelle teste.</p>
<p><em>«Anche io, come i giocatori italiani, ho iniziato a giocare in strada. È lì che si formano, in tutto il mondo, i buoni giocatori e forse anche le buone persone. Noi in Polonia in strada dimostravamo subito quello che sapevamo fare meglio. Chi correva, chi picchiava, chi calciava con destrezza. In strada vige, da sempre, la legge del più forte. Ma con una eccezione: il proprietario del pallone. Io ero piccolo, gracile ma avevo una smagliante sfera di cuoio. L&#8217;avevo perché mio padre giocava in Serie A e anche questo accendeva su di me una luce particolare.»</em><i> </i></p>
<p>Qule bambino gracile, dai capelli e lentiggini rosse, cresce, diventa veloce e bravo, tanto bravo che a nessuno importa più se sia il proprietario del pallone o semplicemente riesca a diventarlo correndogli dietro, impossessandosene finchè non lo vede depositarsi in rete.</p>
<p>Probabilmente nemmeno Zibì immagina che da lì a qualche anno, il 1980, la Polonia e la sua vita stanno svoltando, in uno strano incrocio di destini fatti di storia e di calcio.</p>
<p>E&#8217; il settembre 1980 e in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica e guidato inizialmente da Lech Walesa nasce Solidarnosc.</p>
<p>Dapprima organizzazione sotterranea, ma presto si impone come movimento di massa e luogo fondamentale di incontro delle opposizioni di matrice cattolica e anticomunista al governo centrale.</p>
<p>Poco meno di due mesi dopo, siamo al 5 novembre 1980, il Widzew di Boniek affronta la Juventus in Coppa Uefa, eliminandola ai rigori.</p>
<p>Proprio Boniek realizza il tiro decisivo contro la squadra bianconera, alla quale approda nel 1982 dopo i mondiali in Spagna giocati da protagonista con una Polonia che arriverà 3°, battendo la Francia di Michel Platini, suo futuro compagno bianconero.</p>
<p>Il suo unico cruccio non aver giocato la semifinale contro l&#8217; Italia. <em>«L&#8217;Italia vinse quel Mondiale [del 1982] perché fece fuori Boniek… Nessuno mi toglie dalla testa che l&#8217;arbitro Valentine con l&#8217;Urss mi ammonì apposta per farmi saltare la semifinale con l&#8217;Italia che politicamente contava molto di più della Polonia… Avremmo perso lo stesso? Sarebbe bello rigiocarla quella partita, ma con Boniek in campo e Paolo Rossi squalificato, vediamo come finisce…»</em></p>
<p><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2022/03/bomiek-polonia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-4740" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2022/03/bomiek-polonia.jpg" alt="bomiek polonia" width="220" height="183" /></a></p>
<p>Boniek però non è solo un formidabile calciatore, è molto di piu&#8217;.</p>
<p>Zibì è un figlio naturale di quella Polonia conquistata, occupata, divisa da secoli, da mongoli, ottomani, austriaci e russi.</p>
<p>Gente che la libertà l&#8217;ha sempre inseguita, ora aferrandola, ora perdendola, con la dignità di chi non abbassa lo sguardo.</p>
<p>E il ragazzo di Bydgoszcz, dai capelli e baffetti rossi, gli occhi sornioni di chi ha capito tutto del mondo, la sua libertà, in campo e fuori, la vuole, la difende, lotta per lei.</p>
<p>Intelligente, colto (ha il diploma di insegnante di educazione fisica), estroverso ma anche anarchico tatticamente, discontinuo nell’arco della stessa partita , è il giocatore polacco che ha vinto di più.</p>
<p><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2022/03/boniek-juven.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4741" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2022/03/boniek-juven-300x200.jpg" alt="boniek juven" width="300" height="200" /></a></p>
<p>E forse è quello meno adatto a vestire il bianconero della Juventus, una società che sta agli antipodi del suo modo di essere, e con la quale Zibì vince tutto, sempre da protagonista.</p>
<p>E&#8217; lui a segnare il gol decisivo contro il Porto che regala la Coppa delle Coppe alla Juventus, lui che segna una doppietta al Liverpool nella Supercoppa Europea.</p>
<p>E&#8217; sempre lui che si procura il rigore, trasformato da Platini, che consegna la Coppa dei Campioni alla Juventus nella tragica serata dell&#8217;Heysel.</p>
<p>E&#8217; sempre lui, all&#8217;indomani della tragica partita, che annuncia di voler devolvere il premio partita (circa 100 milioni di lire lordi) alle famiglie delle vittime.</p>
<p>Il tutto fra una telefonata alle 6 del mattino dell&#8217;Avvocato, un anticonformismo di pensiero sempre esternato, senza peli sulla lingua.</p>
<p>Termina la sua carriera calcistica alla Roma, sfiorando uno scudetto dopo una rincorsa incredibile proprio a danni della Juventus e interrotta con la partita con il Lecce (che poi Zibì allenerà nella sua breve esperienza da allenatore).</p>
<p><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2022/03/BONIEK-ROMA-620x400.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4742" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2022/03/BONIEK-ROMA-620x400-300x194.jpg" alt="BONIEK-ROMA-620x400" width="300" height="194" /></a></p>
<p><i>«Il palmarès dei bianconeri [la Juventus] sarà forse ricco di trofei, ma in quanto a baldoria, lì sono veramente pessimi! Bisognava giocare, vincere e basta! Ogni tanto avevo l&#8217;impressione di andare al lavoro in fabbrica.»</i></p>
<p>Schietto, sincero e diretto Zibì, come quando correva verso la porta avversaria, veloce e imprendibile, terrore dei portieri avversari, idolo delle folle.</p>
<p>Bello sempre, di giorno e di notte.</p>
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		<title>PENNA BIANCA</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2021 13:56:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Bobby-gol]]></category>
		<category><![CDATA[Juventus]]></category>
		<category><![CDATA[Penna Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto bettega]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>PENNA BIANCA «Capelli grigi si qualcuno ne hai /È meglio avremo un po&#8217; più tempo» (Un nuovo amico &#8211; Riccardo Cocciante) Tra la fine degli anni &#8217;70 e l&#8217;inizio degli anni&#8217;80 gira in TV uno spot su un pettine colorante, il Color Comb, capace di dare una bella passata di scuro sulle capigliature più incanutite. &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2021/01/02/penna-bianca/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">PENNA BIANCA</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><b>PENNA BIANCA</b></p>
<p><b><i>«Capelli grigi si qualcuno ne hai /È meglio avremo un po&#8217; più tempo»</i><br />
(<i>Un nuovo amico &#8211; Riccardo Cocciante)</i></b></p>
<p align="LEFT">Tra la fine degli anni &#8217;70 e l&#8217;inizio degli anni&#8217;80 gira in TV uno spot su un <strong>pettine colorante</strong>, il Color Comb, capace di dare una bella passata di scuro sulle capigliature più incanutite.<span id="more-4713"></span></p>
<p align="LEFT">Una pubblicità destinata a diventare un must, come le famose scimmiette di mare (deliziose creature minuscole che si sarebbero ottenute versando delle bustine in acqua salata) pubblicizzate sulle pagine de L&#8217;intrepido e del Monello.</p>
<p align="LEFT">E se le scimmiette sono opinabili, meno lo è il testimonial che fornisce la chioma precocemente brizzolata allo spot del pettine colorante.</p>
<p align="LEFT">Parliamo di uno dei miglior goleador del calcio italiano, attaccante completo, quello che oggi verrebbe definito “attaccante moderno”, ovvero Roberto Bettega, conosciuto come “Bobby-gol” o, proprio per la precoce brizzolatura del capello, “Penna Bianca”.</p>
<p align="LEFT">Un tipino da 220 reti in più di 500 gare, tra Varese, Juventus e Nazionale, con una fugace apparizione a fine carriera tra i canadesi del Toronto Blizzard.</p>
<p align="LEFT"><i><b>«Lo stile Juventus? È comportarsi come in famiglia, con educazione e un grande rispetto reciproco» (Roberto Bettega)</b></i></p>
<p align="LEFT">E di famiglia Roberto se ne intende. E la Juventus è nel suo destino.</p>
<p align="LEFT">Papà Raimondo lavora come carrozziere alla Fiat di quegli Agnelli che hanno legato da sempre il loro nome alla squadra bianconera, mamma Orsola fa la maestra.</p>
<p align="LEFT">Entrambi sono veneti ma Roberto nasce nella periferia operaia di Torino dove mani incallite dal lavoro sono medaglie e i giusti insegnamenti sono corollario di una vita di sacrifici ma onesta.</p>
<p align="LEFT">Che ti permette anche qualche piccolo sfizio, ogni tanto.</p>
<p align="LEFT">Come assistere a un derby della mole, Juventus vs Torino, e decidere, bambino, che quella maglia bianconera sarà la tua fede per sempre.</p>
<p align="LEFT">Così Roberto entra nelle giovanili bianconere, segna e fa segnare in tutta la trafila calcistica, su di lui si posano gli occhi di tutti gli osservatori, e non solo per il fisico che già lo contraddistingue dai suoi coetanei.</p>
<p align="LEFT"><i>«Io dico che è nato attaccante. Se il fisico lo sorregge, può diventare una punta alla Charles»</i> l&#8217;investitura è di Mario Pedrale, il suo primo allenatore ed estimatore.</p>
<p align="LEFT">E che non sia una boutade lo dimostra il fatto che il primo a portarselo in prima squadra e a dargli fiducia, nel 1969-70, è uno straordinario intenditore di calcio e talenti, un tizio con i cromosomi da fuoriclasse del calcio, uno del nord estremo d&#8217;Europa, la Svezia, ma scaramantico e ironico come solo un italiano del Sud può esserlo: Nils Liedholm.</p>
<p align="LEFT">Lo porta con se a Varese, in serie B, e Roberto, nemmeno ventenne, lo ringrazia con 13 reti nella prima stagione da professionista, con annessa promozione in serie A e titolo di capocannoniere condiviso con Bonfanti e Braida.</p>
<p align="LEFT">Logico quindi che il suo exploit non passi inosservato agli occhi di un altro mito bianconero, quel Giampiero Boniperti, chiamato a guidare da presidente il club bianconero.</p>
<p align="LEFT">La strategia è chiara: affiancare a giocatori di esperienza, come Salvadore e Haller, giovani virgulti rampanti come Capello, Causio, Spinosi e, per l&#8217;appunto, Roberto Bettega.</p>
<p align="LEFT">Che già alla prima giornata del campionato 1970-71 fa capire di non voler essere una comparsa.</p>
<p align="LEFT">Il primo gol in Serie A lo segna al Catania e alla fine del campionato saranno di nuovo 13, come al primo anno in serie B.</p>
<p align="LEFT">Il secondo anno sembra essere addirittura ancora più esaltante, nelle prime 14 partite segna 10 gol, tra i quali un memorabile goal di tacco a Cudicini del Milan.</p>
<p align="LEFT"><i><b>« È il giorno più normale/ Ma io sto male, male» (Dammi solo un minuto &#8211; Pooh )</b></i></p>
<p align="LEFT">Il destino però è un temibile riscossore; può darti tanto, con mano benevole, e richiederti gli interessi, con ghigno beffardo.</p>
<p align="LEFT">Un domenica come le altre, un goal (stavolta alla Fiorentina)come tanti altri ai quali aveva abituato, una tosse che sembra come tante altre, frutto di freddo e gelo sui campi di allenamento e di gioco.</p>
<p align="LEFT">Invece è pleurite, Capodanno del 1972 in clinica e stagione calcistica finita, benché, con quei 10 goal segnati, Roberto possa definirsi Campione d&#8217;Italia a tutto tondo.</p>
<p align="LEFT">Forse da lì incominciano a brizzolarsi quei capelli che gli permetteranno, insieme all&#8217;acume tattico e la tecnica sopraffina, di farsi riconoscere subito in campo, di differenziarsi dagli altri come faceva da bambino con quei suoi 170 cm nelle giovanili bianconere.</p>
<p align="LEFT">Torna il campionato seguente per confermarsi Campione d&#8217;Italia da protagonista e nelle seguenti, tra tanti alti e pochissimi bassi (soprattutto caratteriali con gli allenatori), dimostra di essere un giocatore completo e non solo un vero cecchino d&#8217;area da rigore.</p>
<p align="LEFT">duetta con facilità con i suoi partner, fossero essi Anastasi, Boninsegna o Virdis, rifinisce l&#8217;azione da centrocampista e ripiega con umiltà.</p>
<p align="LEFT"><i><b>Occhio alla penna!</b></i></p>
<p align="LEFT">Roberto, come detto, rimane comunque un magnifico cecchino d&#8217;area da goal.</p>
<p align="LEFT">Sarà un caso, ma il suo soprannome Penna Bianca è condiviso con uno che del cecchino ne fece una professione, quel Sergente Carlos Hathcock che diventerà una leggenda fra i marines.</p>
<p align="LEFT">Colto, signorile e intelligente fuori campo, sul rettangolo di gioco Roberto diventa come il Carlos mimetizzato nella vegetazione asiatica: entrambi, quando “sparano”, si ritirano in una “bolla” di totale concentrazione, dedizione e sacrificio dove c&#8217;è spazio solo per ciò che intercorre fra loro e il bersaglio, fosse un viet cong oppure la rete di una porta di calcio.</p>
<p align="LEFT">Con Giovanni Trapanazioni, allenatore emergente destinato a diventare storia bianconera, e con le sue 17 reti, scucirà lo scudetto (alla fine saranno 7 in totale vinti, più 2 Coppe Italia)dal petto dei cugini granata e conquisterà la Coppa Uffa (primo trofeo internazionale della Juventus , con Bobby-goal a segno nella finale di ritorno nella bolgia di Bilbao).</p>
<p align="LEFT">E, soprattutto, si prende l&#8217;azzurro della nazionale, quella che Bernardini è chiamato a rifondare dopo il disastro di Germania &#8217;74.</p>
<p align="LEFT">Saranno 19 goal in appena 42 presenze, con goal memorabili come quello di testa a volo d&#8217;angelo contro gli albionici che ci regala il passaporto per il mondiale di Argentina, o come quello segnato, proprio in quella competizione, ai padroni di casa bianco celesti, futuri campioni del mondo.</p>
<p align="LEFT">Le poche presenze in azzurro hanno i confini della lunga malattia polmonare che ne ritardano il debutto e del tragico scontro (distacco del legamento collaterale-mediale del ginocchio sinistro) tra Penna Bianca e il portiere dell&#8217;Anderlecht Munaron che gli impedirà di rispondere presente al Mundial dell&#8217;82, dove il “Vecio” Bearzot lo aspetta, invano, sino all&#8217;ultimo.</p>
<p align="LEFT"><i>«Bettega è l&#8217;uomo decisivo di questa nazionale [&#8230;] Bettega non finisce mai di entusiasmarmi, fa prodezze che altri giocatori si sognano. »(</i>Enzo Bearzot)</p>
<p align="LEFT">Forse è destino di Roberto Bettega sfiorare l&#8217;impresa assoluta, come lo è stato non diventare campione del mondo nel 1982 oppure per ben due volte Campione d&#8217;Europa con la Juventus, perdendo due finali di Coppa Campioni con Ajax (1972-73) e Amburgo (1982-83, la sua ultima partita in bianconero), entrambe perse dopo una manciata di minuti!</p>
<p align="LEFT">Terminerà la carriera di calciatore in Canada, tornerà alla Juventus come dirigente in uno dei periodi più&#8242; drammatici per la società bianconera.</p>
<p align="LEFT">Noi degli anni &#8217;60 ricorderemo Roberto Bettega per i suoi goal, le acrobazie, le emozioni legate a quella chioma brizzolata.</p>
<p align="LEFT">Il pettine colorante, alla pari delle scimmiette di mare, sarà solo un simpatico orpello di gioventù&#8242;</p>
<p align="LEFT"><i><b>«La Juventus</b></i><i><b> </b></i><i><b>è stata una delle ragioni della mia vita. Amo questa squadra, questa società e questi colori» ( Roberto Bettega)</b></i></p>
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		<title>8 DICEMBRE 1985: LA JUVENTUS SUL TETTO DEL MOND</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2020 22:06:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[8 dicembre 1985]]></category>
		<category><![CDATA[Coppa Intercontinentale]]></category>
		<category><![CDATA[Juventus]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Platini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>«Aquella final fabulosa en la que sólo ganó el fútbol » (Quella finale favolosa in cui ha vinto solo il calcio)  L&#8217;8 dicembre è una data differente da tutte le altre. Non è solo il giorno, apripista al Natale, dove si festeggia l&#8217;Immacolata Concezione. E&#8217; una data che ha spesso scritto pagine importanti della nsotra &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2020/12/11/8-dicembre-1985-la-juventus-sul-tetto-del-mond/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">8 DICEMBRE 1985: LA JUVENTUS SUL TETTO DEL MOND</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i><b></b></i><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>«<b>Aquella final fabulosa en la que sólo ganó el fútbol » </b></i><b>(<span lang="it-IT">Quella finale favolosa in cui ha vinto solo il calcio)</span></b></span></span></p>
<p lang="it-IT"> <span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">L&#8217;8 dicembre è una data differente da tutte le altre.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non è solo il giorno, apripista al Natale, dove si festeggia l&#8217;Immacolata Concezione.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E&#8217; una data che ha spesso scritto pagine importanti della nsotra storia, nel bene e nel male.</span></span><span id="more-4709"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">Tanto per ricordarci è un 8 dicembre drammatico, come quello del </span>1941, quando gli USA dichiarano guerra al Giappone dopo l&#8217;attacco di Pearl Harbor</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel 1970 è la data di un giallo tutto nostrano con il fallito tentativo di colpo di Stato in Italia tentato da Junio Valerio Borghese</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Poi ci sone le gioie come nel 1976, dove l&#8217;8 dicembre coincide con la pubblicazione di &#8220;Hotel California&#8221; (The Eagles), uno dei dischi più venduti della discografia mondiale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Piangiamo, l&#8217;8 dicembre 1980 , quando ci svegliamo con la notizia dell&#8217;assassinio di John Lennon</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E poi, per chi ama il calcio, c&#8217;è l&#8217;8 dicembre 1985, <span lang="it-IT">la domenica dove la Juventus si innalza sul tetto del mondo calcistico, </span><span lang="it-IT"><i>«Aquella final fabulosa en la que sólo ganó el fútbol »,</i></span><span lang="it-IT">alla fine di un percorso che l&#8217;ha vista piangere 32 morti italiani (su 39 totali) in quella dannata serata all&#8217;Heysel, quella della coppa vinta, tra mille polemiche, contro il dolore e l&#8217;orrore.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT"><b>«Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio.»</b></span><span lang="it-IT"><br />
</span><span lang="it-IT"><b>(Albert Camus) </b></span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">No, non sempre è vero.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Quella sera del 29 maggio, pochi mesi prima della finale dell&#8217;Intercontinentale, all&#8217;Heysel, non muoiono solo 39 persone, vittime di una bestialità senza fine e senza ragione.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Muore il calcio che, schiacciato tra paure e interessi economici, dà vita a una sceneggiata surreale: la partita è surreale, l&#8217;esito è surreale, i festeggiamenti sono surreali.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il calcio, dopo l&#8217;infausta serata, ha bisogno di recuperare credibilità, ripulirsi da quel sangue misto a vergogna; ha bisogno di uscire dalla sceneggiata e rientrare nello spettacolo piu puro.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Juventus e Argentinos Jr, squadra argentina teatro delle prime magie di un certo Diego Armando Maradona, piu&#8217; o meno consapevolmente, sanno di avere addosso questa responsabilità.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Rappresentano l&#8217;esperienza di chi è abituato a vincere contro la giovanile arroganza, il pragmatismo italiano contro la sensualità del tango argentino.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nella Juve, rifondata dopo quella maledetta notte, non ci sono piu&#8217; Boniek, Tardelli, Pablito Rossi, c&#8217;è sempre Le Roi Platini, e poi una nidiata di possibili future promesse (Laudrup, Mauro) e altre in cerca di consacrazione dopo alti e abssi (Serena, Manfredonia), piu&#8217; il solito nocciolo duro come gli Scirea, i Brio, i Cabrini, i Bonini.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nell&#8217;Argentinos Jr non c&#8217;è piu&#8217; Maradona da tempo (oramai a mostrar magie in Italia a Napoli da due anni), ma ci sono un ex campione del mondo (1978), Olguin, e un futuro campione del mondo (1986), Batista.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E c&#8217;è soprattutto lui, Claudio Daniel Borghi, colui che Platini definì “Picasso” dopo la partita e che fece litigare Berlusconi e Sacchi al Milan nella sua fugace esperienza italiana.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Quell&#8217;8 dicembre del 1985 segna anche una altra svolta.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La partita non è trasmessa dalla Rai ma da Canale 5 della Fininvest berlusconiana, primo evento calcistico ufficiale che sfugge ai tentacoli di Viale Mazzini.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><b>«Tutte le mattine, in ogni angolo del mondo, dalla praterie dell’Islanda ai confini della Terra del Fuoco, dalla Siberia più orientale al Brasile, il calcio abbraccia i cuori di miliardi di uomini che si svegliano.»<br />
(René Frégni) </b></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Per noi italiani , quella domenica mattina, ci si sveglia a Tokyo, in Giappone, e i pochi che riescono a vederla in diretta (solo in Lombardia) si trovano a manipolare telecomandi e manopole del volume per cercare di eliminare quel fastidioso rumore che proviene dalla tv. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Col tempo capiremo che quel baccano è frutto dell&#8217;utilizzo di trombette suonate da entusiasti tifosi del Sol Levante, commiste a rumori di fondo trasmessi dagli altoparlanti dello stadio per sopperire a eventuali mancanze di tifo.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il primo tempo scorre lentamente in una fase di studio fra due avversari che si rispettano e si temono allo stesso tempo.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il secondo tempo, però, è tutt&#8217;altra cosa. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">C&#8217;è tutto il calcio in quei secondi 45 minuti, tecnica e agonismo compressi in un terreno allentato dalla pioggia, dove sudore, fango e sforzo fisico diventano elementi importanti quanto quel pallone che rotola.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Incomincia Ereros che beffa Tacconi al 55° con un pallonetto.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Pochi minuti e Platini trasforma il rigore per la Juventus per atterramento di Serena.</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Poi è “Picasso” Borghi, autore di un ottima partita, a inventarsi un corridoio per Castro che ringrazia e riporta in vantaggio gli argentini a un quarto d&#8217;ora della fine</span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Le Roi Michel non vuol essere da meno del suo giovane e irriverente dirimpettaio e appena 7 minuti dopo mette Laudrup in condizione di pareggiare il conto. </span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel mezzo c&#8217;è il tempo di un gol per parte annullato per fuorigioco e di un capolavoro di controllo tecnico, agilità fisica e balistica calcistica cancellato da una segnalazione sciagurata del teutonico arbitro Roth.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><b>«Un’altra caratteristica che avvicina la bellezza di un gol a un’opera d’arte è la sua unicità. Un gol fatto è un gol che svanisce subito nel nulla.»<br />
(Giancristiano Desiderio) </b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ci sono immagini che definiscono, piu&#8217; di altre, un calciatore, fissandolo per sempre nell&#8217;immaginario collettivo come lo stacco imperioso di Pelè su Burgnich oppure la “mano di Dios” per Maradona.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Oppure Michel Platini sdraiato in mezzo al campo, una posa a metà via tra l&#8217;eleganza marmorea di Paolina Borghese cesellata dal Canova e l&#8217;ironico Benino, pastore dormiente del presepe napoletano. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Elegante e ironico al contempo come lo sapeva essere solo lui, il francese di Joeuf, tre volte consecutivamente Pallone d&#8217;oro, tre volte consecutivamente capocannoniere in Italia, privato ora di un goal, forse il piu&#8217; bello della sua carriera.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Siamo sull&#8217; 1-1, c&#8217;è un calcio d&#8217;angolo per la Juventus, Platini riceve palla fermandola di petto, palleggio di destro a scavalcare con un sombrero un difensore e poi sinistro all&#8217;incrocio a battere il portiere argentino.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Prima l&#8217;esultanza subito stroncata e poi quella posa, tra Paolina e Benino, elegante ma polemicamente ironica. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Probabilmente il gol annullato più bello di sempre.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>«Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica.»<br />
(Pier Paolo Pasolini) </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><b>« Non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.»</b><br />
<b>(La leva calcistica della classe &#8217;68 -Francesco De Gregori) </b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La partita arriva al 90° senza vinti e vincitori e sono necessari i supplementari per decidere chi alza il trofeo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Le squadre, però, sono stanchissime, la paura di perdere è forte, hanno imparato a rispettarsi e temersi reciprocamente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Quasi sembra che nasca un patto di non belligeranza, una decisione condivisa di affidare i propri destini a una lotteria, quella dei rigori, cosa che accade per la prima volta in una Coppa Intercontinentale.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Vince chi sbaglia meno, chi è piu&#8217; fortunato, chi ha i nervi piu saldi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Vince chi ha, in questo caso, come portiere Tacconi che ne para due.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Vince chi ha in campo Michel Platini che segna quello decisivo, elegante come Paolina, ironico come Benino, spietato come un Roth qualsiasi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Alle 6, 30 della domenica mattina, quanda mezza Italia forse è ancora sotto le lenzuola, la Juventus si innalza sul tetto del mondo. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La Juventus ha vinto, il calcio ha vinto ritornando spettacolo puro e non squallida sceneggiata.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ora tutto ha di nuovo un senso.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tranne quei 39 morti, senza i quali chissà se saremmo qui a raccontare questa storia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>«Può succedere che una partita venga dilatata a saga, a poema epico, e che ogni suo episodio si colori come nessuno avrebbe mai pensato assistendovi o addirittura prendendovi parte.<br />
Il calcio è straordinario proprio perché non è mai fatto di sole pedate. Chi ne delira va compreso, non compatito; e va magari invidiato, non deriso. Il calcio è davvero il gioco più bello del mondo per noi che abbiamo giocato, giochiamo e vediamo giocare.» </i>(Gianni Brera) </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IL GENIO E IL MAGO</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 09:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[calcio anni'80]]></category>
		<category><![CDATA[Maradona]]></category>
		<category><![CDATA[Zico]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Due campionissimi&#8230;e non solo. Questa foto simboleggia come una squadra reduce da una salvezza risicata, il Napoli, e una provinciale da sempre, l&#8217;Udinese, potessero sognare (e regalare così un sogno ai propri tifosi) un Maradona e uno Zico in quei tempi. La foto simboleggia come forse, più dei soldi e più delle vittorie facili, per &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2020/12/08/il-genio-e-il-mago/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">IL GENIO E IL MAGO</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Due campionissimi&#8230;e non solo.<br />
Questa foto simboleggia come una squadra reduce da una salvezza risicata, il Napoli, e una provinciale da sempre, l&#8217;Udinese, potessero sognare (e regalare così un sogno ai propri tifosi) un <strong>Maradona</strong> e uno <strong>Zico</strong> in quei tempi.<span id="more-4703"></span><br />
La foto simboleggia come forse, più dei soldi e più delle vittorie facili, per campioni simili valesse la voglia di affrontare nuove sfide.<br />
La foto testimonia come due campioni, rivali in campo per ruolo e per nazionalità, potevano dimostrare un rispetto reciproco che un pallone d&#8217;oro in più o in meno ( per altro mai vinto perché non vi potevano concorrere) non avrebbe scalfito con dispettucci da viziatelli.<br />
Questa foto, per quelli della mia generazione, racconta la magia del calcio di quei tempi, dove la fiaba con tutti i suoi personaggi, veniva raccontata attraverso una radiolina e una voce narrante, prendendo, repentinamente, forma nella nostra mente ogni domenica.<br />
Una fiaba sublimata nelle immagini &#8220;disegnate&#8221;, in appendice alla giornata, da Paolo Valenti nel suo programma, dove ci rivelava che, in effetti, la fiaba era una dolce bugia perché era tutto magicamente reale.</p>
<p><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2020/12/pierino-prati2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4704" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2020/12/pierino-prati2-300x185.jpg" alt="pierino-prati" width="300" height="185" /></a></p>
<p>Vi lascio con le parole di Zico su Maradona:«<em>Ho saputo della morte di Diego mentre ero in Giappone, ero andato a vedere il Kashima di cui sono d.t. Dopo cena, ero a letto e mi ha mandato un sms mio figlio. Dopo l’ultima operazione avevo mandato un messaggio a Diego e ho capito ch’era preoccupato. Qualcosa è andato storto, l’operazione alla testa era pericolosa, lui era debilitato&#8230; Ho chiesto a Dio di confortare familiari e amici e di accogliere la sua anima. Meglio per lui riposare ora che continuare a soffrire. La mia amicizia con Diego nasce dopo il Mondiale dell’86 ero infortunato, dovetti operarmi a un ginocchio. E Diego fu molto carino, mi scrisse, mi augurò buona fortuna e una pronta guarigione.</em> <strong>Un gesto che non ho mai dimenticato</strong><strong>.</strong><em> Poi ricordo di una amichevole voluta da me in Brasile, mi pare nel 2003 per raccogliere fondi per i poveri di Rio. C’erano tanti campioni e lui è stato molto importante, aiutò a portarne altri, mi ha dato una grande mano. Con lui crebbe così tanto in visibilità quella idea che dopo abbiamo dovuto affittare il Maracanà. Ma lui non poté raggiungerci, aveva avuto il primo grande problema di salute e il ricovero in clinica. Si sentiva da noi in Brasile come a casa, ha giocato con Careca e Alemao brasiliani amatissimi, veniva da noi a Carnevale o in vacanza in spiaggia. Era come un bambino al quale piaceva vivere la vita. Ricordo nell’85 altra amichevole al Maracanà con Falcao, Careca e altri. Io ero tornato da Udine. Mi disse: &#8216;Da Napoli non ti avrebbero mai lasciato partire&#8221;»</em></p>
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		<title>ALTOBELLI, LO &#8220;SPILLO&#8221; CHE GONFIAVA LE RETI.</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2020 10:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Altobelli]]></category>
		<category><![CDATA[Inter]]></category>
		<category><![CDATA[Serie A]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>ALTOBELLI, LO “SPILLO” CHE GONFIAVA LE RETI «Molti dì passarono e grande diventò/ Finché come riserva in serie B giocò/ Ma non contentandosi con zelo e serietà/ Si preparava per giocare in A/ Correva come un matto e saltellava come un gatto, e tutti gli gridavano così/ Oh, oh, oh che centrattacco/ Oh, oh, oh &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2020/12/03/altobelli-lo-spillo-che-gonfiava-le-reti/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">ALTOBELLI, LO &#8220;SPILLO&#8221; CHE GONFIAVA LE RETI.</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><i><b>ALTOBELLI, LO “SPILLO” CHE GONFIAVA LE RETI</b></i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>«Molti dì passarono e grande diventò/ Finché come riserva in serie B giocò/ Ma non contentandosi con zelo e serietà/ Si preparava per giocare in A/ Correva come un matto e saltellava come un gatto, e tutti gli gridavano così/ Oh, oh, oh che centrattacco/ Oh, oh, oh tu sei un cerbiatto/ Sei meglio di Levratto ogni tiro và nel sacco oh, oh, oh, che centrattacco/ E con grande giubilo della comunità/ Fu presto trasferito nella Serie A/ Ma il suo sogno splendido ancor più in alto andò/ La maglia azzurra in cuore sospirò»</i></span></span><span id="more-4695"></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E&#8217; il 1959 e l&#8217;indimenticabile Quartetto Cetra tira fuori dal cilindro una delle sue invenzioni, la canzone “Che centrattacco!”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Omaggio a Levratto e Nicolè, attaccanti indimenticabili del calcio italiano, narra le vicende di Spartaco, centravanti mediocre che arriva persino in nazionale “</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">contro il Brasile e il Portogal</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La realtà, quando Spartaco si sveglia, dice che è solo un bel sogno.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ma i sogni son desideri e i desideri a volte s&#8217;avverano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E vuoi vedere tu che un ragazzino, nato appena 4 anni prima della canzone, il 28 novembre 1955, non l&#8217;abbia ascoltata e desiderato di diventare come Spartaco, negli interminabili pomeriggi trascorsi fra le stradine e i campetti di Sonnino (quindi pontino di nascita come Felice Chiusano, uno degli indimenticabili del Quartetto Cetra, anche se quest&#8217;ultimo di Fondi e con il quale condivide anche il giorno, il 28, di nascita, seppur 33 anni e 8 mesi prima) correndo dietro a un pallone, come molti di noi di quella generazione in tutto l&#8217;italico stivale?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E vuoi tu che Alessandro Altobelli, questo il nome di quel ragazzino che cresce alto e allampanato, non abbia mai dato retta al finale della canzone seppure, lasciata la scuola (« mi mancava poco a diventare geometra, solo 5 anni») , il suo presente parli di una cella di macelleria dove lo scova, per caso, un talent scout di nome Leonardi?</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">50mila lire per convincerlo a firmare per il Latina, i rimbrotti di un padre muratore che all&#8217;inizio non crede che il figlio possa aver guadagnato quei soldi per “uno spasso” e inizia la storia calcistica di “Spillo” (il soprannome glielo diede un suo professore, proprio per la sua altezza e l&#8217;essere magrissimo) Altobelli, uno dei più prolifici attaccanti del calcio italiano, un tipo da 300 goal in carriera, campione d&#8217;Italia con l&#8217;Inter e del Mondo con quella Nazionale che Spartaco ha solo sognato, mentre Spillo, contro il Portogallo, non solo vi ha realmente giocato ma ha pure segnato le prime reti, 2 su 25 in 61 presenze, in azzurro.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tutto parte dal Latina, allora in C, dove le 7 reti del 18enne Alessandro non bastano a salvare la squadra dalla retrocessione, consentendo però di mettere in mostra la bravura di quel ragazzino che supera i 180 cm e, a dispetto di soli 65 kg di muscoli e ossa, riesce a correre, come cita la canzone, come un cerbiatto e gonfia la rete avversaria costituendo da solo la metà dei goal segnati dai pontini quella stagione,.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il tutto frutto di una bravura tecnica da ambidestro, un eccezionale capacità di colpire di testa ( e te credo con quel popò di centimetri!) e un fiuto del goal che gli permette di “bucare”, proprio come uno spillo, le difese avversarie.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i><b>«Molti dì passarono e grande diventò/ Finché come riserva in serie B giocò»</b></i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Così, il nostro ex garzone di macelleria comincia ad incuriosire gli osservatori di Lazio e Roma, Inter e Cesena.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ad essere bravo è bravo, ma è troppo gracilino; giocare in C è una cosa, in A la storia è diversa; sembra, a volte, abulico a quello che gli accade intorno.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Insomma i soliti luoghi comuni sembrano destinarlo ai campetti polverosi della serie C o addirittura inferiori.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Se non fosse che lo vede giocare Fulvio Bernardini.<br />
Sì, proprio il mitico “Dottore”, colui che il calcio lo ha attraversato e giocato in tutti i ruoli.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ha occhio lungo, ne capisce.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Soprattutto, non guasta, è dirigente del Brescia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Detto fatto, il trasferimento ai leoncini lombardi, in serie B, avviene, anche se sembra un azzardo andare in una città dove è ancora fresca la sanguinosa ferita della strage terrorista di Piazza della Loggia, piuttosto che andare nella più tranquilla Cesena.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La scelta però si rivela quella giusta, la simbiosi con la città funziona subito e con i compagni di squadra è empatia.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Soprattutto con uno in particolare, con il quale condivide anche la naja, quell&#8217;Evaristo Beccalossi con il quale condividerà quasi tutta la sua carriera e segnerà pagine importanti del prossimo step per entrambi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>«Avere lui alle spalle significava ricevere sempre la palla giusta. Eravamo affiatati anche lontano dal calcio: abbiamo fatto pure il militare insieme» </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Così, dopo il primo anno con solo due reti (insieme all&#8217;anno con il Latina, sarà l&#8217;unico anno che il nostro Alessandro non andrà in doppia cifra), chiamiamolo di apprendistato, Spillo comincia a bucherellare le difese delle cadetteria con facilità impressionante.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E&#8217; bravo ma troppo gracile ? E lui, zac, ti passa in mezzo ai marcantoni dai quali dovrebbe essere stritolato e ti uccella il portiere</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sembra quasi abulico in campo? E lui, tecche tè, con la precisione di un orologio svizzero, quando la palla è in area avversaria, si sveglia e deposita il pallone in rete.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non sembra un vero centravanti? E ci credo, ripiega sulla linea dei centrocampisti, partecipa alla manovra, parte da dietro, padrone com&#8217;è di tecnica più che buona e in possesso di un intelligenza calcistica che non lo farà diventare geometra, ma ragioniere del goal sì.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i><b>«Ma non contentandosi con zelo e serietà/ Si preparava per giocare in A/ E con grande giubilo della comunità/ Fu presto trasferito nella Serie A»</b></i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E così arriva la chiamata in serie A.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sembra un segno del destino, dal Latina nerazzurro della serie C al nerazzurro dell&#8217;Inter del dopo Mazzola in seria A.</span></span></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">«Sono nato nerazzurro e mi viene ancora la pelle d’oca se ripenso alla mia carriera. Ho sempre voluto giocare nell’Inter»</span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non sono rose e fiori all&#8217;inizio, i tifosi lo sbeffeggiano, non convince tutti e sembra che Spartaco possa prendere il sopravvento su Spillo, ma con zelo e serietà, come nella canzone, li convince tutti.<br />
Segna e segna ancora di più quando, un anno dopo, gli affiancano quel Beccalossi col quale costituirà una coppia micidiale per le difese avversarie, i Chicco e Spillo della canzone di Samuele Bersani, che sfrecciano con traiettorie trasformate in goal nelle strade impervie delle difese avversarie. E non c&#8217;è polizia che li possa fermare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Arriva lo Scudetto nell&#8217;anno triste della morte di Paparelli e del calcio scommesse, arrivano altri trofei e anche cocenti delusioni ma Alessandro Altobelli da Sonnino, da aspirante macellaio diventa un capisaldo per più di un decennio della squadra meneghina.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Un leader che può permettersi anche di prendere a schiaffi un tipetto come Hansi Muller perché non gli passa il pallone :«</span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Hansi Muller? Lo ammetto, con lui mi arrabbiai. Potevo vincere la classifica marcatori di Serie A ma sembrava facesse di tutto per non passarmi la palla così gli diedi uno schiaffetto.»</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Destino vuole che la sua carriera in A non termini con l&#8217;Inter (e nemmeno tanto da amici) ma con l&#8217;arci rivale Juventus, dove15 reti in 34 partite (tanto per non smentire la doppia cifra) però non gli bastano per essere riconfermato in bianconero.</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Poco male, perché Spillo Altobelli oramai la canzone del Quartetto Cetra l&#8217;ha trasformata in realtà, altro che svegliarsi da un sogno.</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Perché, profittando anche della squalifica di Pablito Rossi e Bruno Giordano, i due enfant prodige del calcio italiano, Spillo la Nazionale l&#8217;ha raggiunta davvero, già dal 1980.</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i><b>«Ma il suo sogno splendido ancor più in alto andò/ La maglia azzurra in cuore sospirò/Quando lo passarono al fine nazional/Giocò contro il Brasile e contro il Portogal »</b></i></span></span></em></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Peccato per il Brasile, che non affronterà mai, ma nella vita non si può aver tutto, e alcuni sogni son destinati a rimanere tali.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">O ad essere sostituiti con altri che nemmeno il Quartetto Cetra e il loro Spartaco osava immaginare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>«Non ci prendono più, non ci prendono più!»</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E&#8217; l&#8217;11 luglio 1982, una calda e felice serata spagnola, il Bernabeu come palcoscenico e un entusiasta Sandro Pertini intento a pronunciare, e mimare con la mano, queste parole, estrapolate da un labiale che arriva chiaro nelle nostre case come il grido in diretta, appena una decina di minuti dopo, di Nando Martellini <i>« Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!»</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Pertini lo anticipa con quel labiale: Conti è da poco scattato per l&#8217;ennesima volta sulla fascia, alza la testa e passa la palla al centro dove Spillo Altobelli aggira il teutonico portiere Schumacher controllando prima di sinistro, poi di destro e di nuovo di sinistro a battere a rete.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Inutile il tentativo disperato di Kaltz, poco ma bastante lo spazio fra il fondo della rete e Stielike, è il terzo goal, l&#8217;apoteosi di una nazione intera, da Lampedusa a Bolzano passando per Sonnino.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Lontani i giorni del ritiro spagnolo di Vigo dove si parlava ridendo di Altobelli e compagni, perché il nostro Spillo, ad un giornalista spagnolo che gli chiese: <i>&#8220;Tu eres casado?“</i>(tu sei sposato?) il nostro centravanti dal volto triste rispondeva <i>«Certo che sono gasato: il Mondiale ti carica tantissimo»</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i><b>«Cadendo giù dal letto, proprio sullo scendiletto, guardandosi allo specchio si gridò/Oh, oh, oh che centrattacco/ Oh, oh, oh che sogno matto»</b></i><br />
Ecco, i grandi uomini, i grandi campioni sono quelli capaci di cambiare il finale di storie che sembrano già scritte, i sogni trasformarli in realtà.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Alessandro Altobelli, detto Spillo, secondo cannoniere dell&#8217;Inter dietro Meazza, recordman italiano imbattuto di segnature in Coppa Italia e Coppa Uefa, è uno di quelli che i finali li cambia, eccome.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Partendo da una cella frigorifera di una macelleria a Sonnino per arrivare fino al Bernabeu a Madrid sul tetto del mondo.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Alto e lungo «come un giorno senza pane» gli avrebbe detto Pietro Micca, zelante e serio come lo sanno essere solo i professionisti, letale e preciso come solo i veri bomber lo sanno diventare.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">« </span></span><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Non mi sono mai accontentato di partecipare. Ho sempre voluto lasciare la mia firma».</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">E&#8217; vero, </span></span></em><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;"> Alessandro, vallo a dire a Spartaco che tu non hai solo sognato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La serie A, i goal, la nazionale, i cori dei tifosi: è tutto vero.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: small;">«<i>Oh, oh, oh che centrattacco/ Oh, oh, oh tu sei un cerbiatto/ Sei meglio di Levratto/ ogni tiro và nel sacco oh, oh, oh, che centrattacco»</i></span></span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.pensolibero.it/2020/12/03/altobelli-lo-spillo-che-gonfiava-le-reti/">ALTOBELLI, LO &#8220;SPILLO&#8221; CHE GONFIAVA LE RETI.</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.pensolibero.it">PensoLibero.it</a>.</p>
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		<title>NOBBY STILES, OVVERO PER FAVORE NON MORDERMI LE CAVIGLIE</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2020 21:55:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Nobby Stiles]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>PALLA O UOMO, O ENTRAMBE. «Benvenuto nella mia casa! Entrate libero e franco. Andatevene poi sano e salvo, e lasciate alcunché della felicità che arrecate!» (Dracula-Bram Stoker) Provate ad immaginarvi in una semifinale del mondiale del 1966, quelli in terra d&#8217;Albione, dei Beatles e delle voci di oggi che danno già allora Carlo capace di &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2020/07/06/nobby-stiles-ovvero-per-favore-non-mordermi-le-caviglie/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">NOBBY STILES, OVVERO PER FAVORE NON MORDERMI LE CAVIGLIE</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><b>PALLA O UOMO, O ENTRAMBE.</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>«Benvenuto nella mia casa! Entrate libero e franco. Andatevene poi sano e salvo, e lasciate alcunché della felicità che arrecate!»</i><br />
(Dracula-Bram Stoker)</span></p>
<p>Provate ad immaginarvi in una semifinale del mondiale del 1966, quelli in terra d&#8217;Albione, dei Beatles e delle voci di oggi che danno già allora Carlo capace di ingravidare Camilla, del goal fantasma di Hurst che decide una finale.<span id="more-4654"></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Provate a mettervi per un istante nei panni della Pantera Nera, al secolo Eusebio Da Silva Ferreira, un tipo da 733 goal in 745 partite ufficiali, Pallone d&#8217;Oro 1965, uno dei migliori calciatori di tutti i tempi e di quel Portogallo che contende ai padroni di casa inglesi l&#8217;accesso alla finalissima.<br />
Ora provate a immaginare che ad aspettarvi in campo, per la squadra avversaria, ci sia un tipetto basso, tarchiato, occhi miopi aiutati da fastidiose lenti a contatto e che vi accolga con un sorriso a due denti, che fa tanto di Christopher Lee/Dracula quando pregusta il sangue caldo della prossima vergine.<br />
E che sappiate già che vi aspetta una gara di assoluta sofferenza, fatta di entrate dure al limite della legalità da parte di quel &#8220;vampiro&#8221; che cercherà di mordervi le caviglie e vi succhierà le vostre riserve d&#8217;aria in virtù a dei polmoni che sono mantici da fonderia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Palla o uomo, a volte tutte e due, questo il credo calcistico del &#8220;vampiro&#8221; che è poco propenso a rendere felice il soggiorno di chiunque incontri sul prato verde.<br />
Che sia Eusebio o altri, la missione è sradicare il pallone e catapultare la propria squadra nella metà campo avversaria.<br />
Ed in questo Nobby Stiles, il &#8220;vampiro&#8221;, è bravo, e cattivo, come pochi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questo quando lasci la sua casa, che altro non è che un campo di calcio, con qualche ammaccatura sì, ma sano e salvo, hai ragione ad essere felice.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questo ogni partita contro di lui sembra far da sfondo calcistico al film di Roman Polanski che uscirà un anno dopo quella semifinale, l&#8217;horror vampiresco tra il surreale e il grottesco di <i>«Per favore non mordermi sul collo»</i></span></p>
<p><b>UN FISICO BESTIALE.</b><br />
<i>«Ci vuole un fisico bestiale/ Per resistere agli urti della vita/ A quel che leggi sul giornale/ E certe volte anche alla sfiga/ Ci vuole molto allenamento sai, allenamento sai/ Per stare dritti controvento sai, allenamento sai»</i><br />
(Un fisico bestiale- Luca Carboni)</p>
<p>E che Nobby Stiles, il &#8220;vampiro&#8221; del Manchester United di Matt Busby, Bobby Charlton e George Best, dell&#8217;Inghilterra campione del mondo 1966, il fisico bestiale lo abbia avuto non c&#8217;è dubbio.<br />
Frutto di una sfiga da bambino che diventa forza interna da grandicello.<br />
Nobby è basso, tarchiato e talmente miope che più che occhiali i suoi sembrano fondi di bottiglia.<br />
Cade da bambino, si rompe quasi tutti i denti davanti e i suoi genitori sono troppo poveri, operai in un quartiere operaio, per poterteli sistemare se non attraverso una dentiera..<br />
Così, sin da piccolo, quando giochi a pallone nel tuo quartiere oppure nelle giovanili del Manchester devi usare delle lenti a contatto e toglierti la dentiera, che potresti ingoiare.<br />
E quei due denti, stipiti dell&#8217;antro cavernoso della bocca, fanno paura, come quei personaggi dei film horror della Hammer di quel periodo.<br />
Personaggi come il Christopher Lee/Dracula, vampiro orribile e incubo della nostra infanzia.</p>
<p><span style="font-size: medium;">Però, se l&#8217;aspetto fa la sua parte, è il campo a svelarti il vero pericolo che corri ad affrontare Nobby.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non un dribbling velenifero o una tecnica incantatrice ma una tenacia fuori dal comune, rapidità, aggressività, capace di interventi al limite del codice penale, con la dote non comune a tutti di far ripartire l’azione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Uno stile di gioco operaio che rispecchia Nobby nella sua infanzia, nella sua condizione sociale, nel suo quartiere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Poi ci sta che uno come il nostro Nobby trovi il suo Peter Cushing/ Van Helsing, che ti esorcizza non con un crocifisso ma con un pallone, e invece di liquefarti ai raggi del sole, contro tutto e tutti ti dona la luce del panorama calcistico professionistico, cosa che ti rafforza ancora di più.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E il professore Van Helsing di Nobby riveste i panni di Sir Matt Busby che vuole ricostruire il suo Manchester United dalle ceneri, quelle purtroppo vere non cinematografiche, di quello precipitato a Monaco di Baviera.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una tragedia come quella del Grande Torino.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vicino a gente come Denis Law, George Best e Bobby Charlton, Nobby sembra essere il Calimero non invitato alla festa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Invece è il completamento ideale, l&#8217;operaio che rende libero l&#8217;artista.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lo capisce anche Alf Ramsey, colui che è chiamato a vincere i mondiali in casa del 1966.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E lo farà, avvalendosi delle parate di Gordon Banks e della capacità difensiva Jack Charlton e quella offensiva di Bobby Charlton.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E della tigna sull&#8217;avversario e della capacità di ribaltare l&#8217;azione del “vampiro” Stiles.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Che la Federazione inglese vorrebbe fuori da quella semifinale col Portogallo perché per loro non rappresenta appieno lo spirito del calcio d&#8217;Albione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma Ramsey difende Nobby, minacciando addirittura di dimettersi con tutto il suo staff.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Anni dopo chiarirà il perché: «</span><em><span style="font-size: medium;">In quella squadra avevo cinque fuoriclasse, e Stiles era uno di quelli».</span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">E Nobby sarà cruciale, tacitando di nuovo Eusebio, come George Best e Sir Bobby Charlton, nella vittoria del Manchester United della Coppa Campioni dello United nel 1968, battendo il Benfica per 4-1 in finale.</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
<b>QUASIMODO E ESMERLDA</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>«</i><span lang="it-IT"><i>Nobby era quello che ora chiameresti un cacciatorpediniere a centrocampo. Non ha preso alcun prigioniero e, a dire il vero, penso che Eusébio avesse un pò paura. Penso che ci fosse una parte di lui che non gli piaceva.» </i>(Terry Paine, campione del mondo del 1966)</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Guardi le sue immagini di ieri e te lo immagini oggi in mezzo a quelli dal fisico scultoreo come CR7, quelli dal ciuffo perennemente impomatato e settimanalmente rinnovato dei modelli che calcano oggi i campi della serie A, oppure quelli con il corpo trasformato in catalogo per tatuatori.<br />
No, Nobby Stiles sarebbe rapportato a questi come Quasimodo ad Esmeralda.<br />
Eppure Nobby Stiles, piedi ruvidi, occhi miopi e denti mancanti, è stato il complemento ideale, in campo, per Bobby Charlton e George Best , i CR7 e gli Ibrahimovic dell&#8217;epoca, i belli e bravi di un epoca dove la sostanza era più importante della forma.<br />
E dove quelli belli e bravi, come Best o Rivera, magari da soli non bastavano se alle loro spalle non avessero avuto i custodi della cattedrale della propria area di rigore, i Quasimodo del tackle e della &#8220;palla o uomo&#8221;, quelli dei &#8220;sette polmoni&#8221; spesi a correre per gli altri come li omaggia Ligabue.<br />
Insomma i Lodetti e gli Stiles, che non sono propriamente degli Adoni.<br />
Anzi, se ti sorridono, come Stiles, ti senti catapultato in un film horror della Hammer, di quelli che, negli anni &#8217;60, andavano di moda con Christopher Lee vampiro e incubo della nostra infanzia. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Perché il calcio è fatto di storie dove <span lang="it-IT">ci sono alcuni giocatori che di per sé hanno dato contributi molto importanti nel mondo del calcio, non in termini di giocate, goal o parate, ma per spirito di abnegazione, tenacia, lotte contro tutto e tutti.</span></span></p>
<p>Una di queste storie è quella di un ragazzo che ha superato numerosi ostacoli e sfidato il destino.</p>
<p>Il suo nome è Nobby Stiles e chiedete ad Eusebio se non mordeva le caviglie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;"> </span></p>
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		<title>EMILIANO MONDONICO, L&#8217;ULTIMO MOSCHETTIERE</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 21:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Emiliano Mondonico]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>DAL ROMANZO AL PRATO VERDE «Sui trentanove o quarant&#8217;anni, con l&#8217;occhio vivace e i capelli appena brizzolati, baffi e pizzetto; spavaldo, impetuoso e un po&#8217; incosciente, un Don Chisciotte idealista più giovane e meno folle. Un guascone insomma» (la descrizione di D&#8217;Artagnan fatta da Alexandre Dumas in &#8220;Vent&#8217;anni dopo&#8221;). Io c&#8217;ero quando D&#8217;Artagnan lasciò le &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2020/06/30/emiliano-mondonico-lultimo-moschettiere/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">EMILIANO MONDONICO, L&#8217;ULTIMO MOSCHETTIERE</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><b>DAL ROMANZO AL PRATO VERDE</b><br />
«<i>Sui trentanove o quarant&#8217;anni, con l&#8217;occhio vivace e i capelli appena brizzolati, baffi e pizzetto; spavaldo, impetuoso e un po&#8217; incosciente, un Don Chisciotte idealista più giovane e meno folle. Un guascone insomma»</i><br />
(la descrizione di D&#8217;Artagnan fatta da Alexandre Dumas in &#8220;Vent&#8217;anni dopo&#8221;).</span><span id="more-4649"></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Io c&#8217;ero quando D&#8217;Artagnan lasciò le opere di Dumas e si presenta su un campo di calcio.<br />
Di fioretto o di sciabola, arriva sui campi della serie B italiana e, coadiuvato dai 16/18 scudieri Planchet, sfida i Mazzarino e i Richelieu del mondo del calcio.<br />
Non una mantella azzurra rifinita, piuttosto vestiti con i colori di una caramella di zucchero al luna park , quelle rotonde da leccare e con il bastoncino per mantenerle per capirci.<br />
Piuttosto che il giglio reale uno sponsor da bottega sotto casa, Latte Soresina.<br />
Questa è la Cremonese anni &#8217;80, non la guardia reale di Versailles narrata da Dumas.<br />
Lui, per me ragazzino, con quei baffetti e pizzetto, è D&#8217;Artagnan, anche se si fa chiamare Emiliano Mondonico.<br />
Intelligente, arguto, indipendente, irridente e intrepido come solo i guasconi sanno esserlo anche se nascono a Rivolta d&#8217;Adda.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
<b>UNA STELLA COMETA</b><br />
«<i>Stelle che ora tacciono, ma daranno un senso al quel cielo/ Gli uomini non brillano se non sono stelle anche loro»</i><br />
(Nei giardini che nessuno sa &#8211; Renato Zero).</span></p>
<p>Ed Emiliano una stella nel panorama calcistico lo è stato.<br />
Piuttosto che una super nova sempre pronta ad abbagliare e a implodere allo stesso tempo, una stella cometa da seguire per ritrovare un bambino, quello che è in noi e che ci fa amare il calcio per il lavoro sul campo piuttosto che le polemiche in TV, per il ricordo delle ore passate per strada piuttosto che il tweet dopo partita, per il sacrificio anche a fronte di poche gioie piuttosto che le comode vittorie fatte di bilanci e conti in rosso.<br />
Oppure una stella polare da seguire per non perdersi nei veleni di uno sport che da tempo stagna nella palude dell&#8217;ovvio e del superfluo.<br />
E lo ha fatto sempre con quell&#8217;aria da guascone, mai banale, ma nemmeno troppo irriverente, uno<br />
che sprizzava simpatia da quegli occhi furbi e intelligenti, la sagacia presente in un sorriso racchiuso tra il baffo e quel pizzetto da personaggio di Dumas.<br />
Non più con cappa e spada, piuttosto con passione e lavoro, ha combattuto contro avversari sempre più grandi di lui, senza paura.<br />
Sia che si trattasse di ottenere promozioni e salvezze, sia che l&#8217;intento fosse di incantare in Europa, con unica arma il fioretto del bel gioco, sia che fosse lottare con un terribile male, con unico scudo il suo sorriso e il suo coraggio.<br />
Perché poi un Real Madrid in semifinale di Coppa Uefa e un tumore in corpo sono entrambe cose che fanno tremare le gambe, e, nel calcio come nella vita, se non accetti di giocarti comunque la partita l&#8217;hai già, di fatto, persa.<br />
E non può essere diversamente cosi per uno come Emiliano D&#8217;Artagnan, sia che si debba affrontare le forze superiori in numero di un Mazzarino, sia che si debba affrontare Butragueno, Michel e Hagi con Annoni, Bruno, Policano e Scifo, sia che si debba lottare conro cellule malate e molecole impazzite.<br />
Non importa quando lo scontro sia impari, conta quanto tu sia capace di sognare un finale diverso di una storia che sembra già scritta ma non in un romanzo.</p>
<p><b>COME D&#8217;ARTAGNAN</b><br />
<i>«Ho vissuto la mia carriera di giocatore nel pieno dell’immaturità, pensando che tutto fosse un divertimento e di non aver nessun obbligo, ma solo diritti, dando sempre la colpa agli altri. Questa è stata la mia grande forza quando sono diventato allenatore».</i></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una carriera di giocatore talentuoso limitata dal carattere da D&#8217;Artagnan 18enne narrato da Dumas in &#8220;I Tre moschettieri&#8221;: impetuoso, coraggioso ma anche immaturo.<br />
Per ritrovarlo, vent&#8217;anni dopo proprio come Dumas nel seguito, ad allenare, sempre guascone, sempre irriverente, ma ora persona matura che dei suoi sbagli ha fatto tesoro .<br />
Le promozioni, le salvezze, le retrocessioni, una Coppa Italia vinta e una Coppa Uefa persa in finale vissute sempre col sorriso sulle labbra, con lo spirito di chi non ha dimenticato da dove viene.<br />
Il percorso da un paesello della Guascogna a Parigi di D&#8217;Artagnan e quello di Emiliano dalla trattoria dei suoi in un borgo sulle rive di un fiume a una finale ad Amsterdam sono simili.<br />
Parlano di semplicità e di coraggio, di osterie e buon bicchieri di vino rosso, di sedie alzate per una rissa con le guardie cardinalizie oppure per una decisione arbitrale che reputi un ingiustizia.<br />
Oppure sedie abbassate, dove suona seduta in un concerto gente come Brian Jones dei Rolling Stones.</span></p>
<p><b>LA SEDIA</b><br />
<i>«Mi sono fatto squalificare perché il sabato successivo avrebbero suonato i Rolling Stones a Milano e mica li potevo perdere. Ho incominciato a insultare l&#8217;arbitro finché non mi ha cacciato dal campo. Così sono potuto andare al concerto e che piacere vedere Brian Jones suonare seduto si una sedia. Era una cosa così diversa per noi abituati a Nilla Pizzi e Orietta Berti»</i></p>
<p>Già, le sedie, che sembrano essere nel destino di Emiliano e con le quali concluderemo questo viaggio.<br />
È il 1967 e Emiliano è giovane e guascone e si comporta da tale anche se gioca, tra la serie C e la D, a calcio nella Cremonese ed è ad un passo a fare il grande salto in Serie A con il Torino, chiamato a sostituire, sul campo e nei cuori dei tifosi, un altro guascone del calcio, tutto classe e irriverenza, quel Gigi Meroni perito in un tragico incidente stradale.<br />
Una squalifica, un concerto e Brian Jones che suona seduto sulla sedia, questo il primo Mondonico, quello che parte da Rivolta d&#8217;Adda bravo ma immaturo.<br />
Di sicuro vent&#8217;anni dopo, proprio come il titolo del seguito del romanzo di Dumas, Emiliano non avrebbe perso per nessun concerto al mondo quella finale di Coppa Uefa ad Amsterdam, con lui allenatore di quel Torino dove non sfondò da calciatore salvo entrare nella leggenda granata come allenatore, come a Cremona, a Bergamo, a Como, a Firenze.<br />
Però forse si ricorda di Brian Jones e di quella sedia.<br />
E, dopo tre pali e un rigore negato, lui ne trova una, di sedia, a bordo campo.<br />
Non ci si siede rassegnato, ma la alza al cielo esasperato piuttosto che guascone<br />
<i>«Quella sedia è il simbolo di chi tifa contro tutto e tutti. È il simbolo di chi non ci sta e reagisce con i mezzi che ha a disposizione. È un simbolo-Toro perché una sedia non è un fucile, è un’arma da osteria».</i><br />
Già, proprio come D&#8217;Artagnan.<br />
E come lui ci manchi, Emiliano, da quel giorno che la notizia della tua scomparsa ci raggiunse come quel proiettile che colpisce a morte il moschettiere nell&#8217;ultimo romanzo della trilogia di Dumas, &#8220;Il Visconte di Bragellonne&#8221;.<br />
Non un romanzo di cappa e spada, il tuo, ma una vita di passione e lavoro dedicata ai tuoi Planchet che si chiamassero Vialli, Morfeo, Lentini, Bobo Vieri , Pippo Inzaghi o Christian Riganò, tra una lezione di calcio sul campo e una di vita in cascina tra un salame e un fiasco di vino rosso.<br />
Oppure donata per allenare una comunità di tossicodipendenti e alcolisti, perché per te «<i>il pallone è il mio primo amico e sicuramente il pallone sarà il mio ultimo amico».</i><br />
E di sorrisi donati al calcio, a noi, sotto a quei baffetti irriverenti e saggi allo stesso tempo.<br />
<i>«Eri un passo avanti a tutti, avevi portato brio e leggerezza in un momento difficile e avevi capito quello di cui la squadra aveva bisogno per vincere. Era difficile non volerti bene grande Mondo. Ti ricordi il torello a tempo? ’Mister, gli ultimi due in mezzo pagano lo champagne’ e si beveva il sabato sera in ritiro»</i> (Christian Riganò)<b><br />
</b></p>
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		<title>IL MORBO DEL CALCIO</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2020 21:53:21 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Lombardi]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Beatrice]]></category>
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		<category><![CDATA[Pietro Anastasi]]></category>
		<category><![CDATA[SLA]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>LA TEORIA DEL TUTTO «Ho guardato dentro una bugia/ E ho capito che è una malattia/ Che alla fine non si può guarire, mai» (Senza parole &#8211; Vasco Rossi) Uno studio, quello dell’Istituto farmacologo Mario Negri di Milano. Un numero, 23.875: i calciatori di serie A, B e C presi in esame dal 1960 ad &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2020/06/28/il-morbo-del-calcio/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">IL MORBO DEL CALCIO</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><b>LA TEORIA DEL TUTTO</b><br />
<i>«Ho guardato dentro una bugia/ E ho capito che è una malattia/ Che alla fine non si può guarire, mai»</i><br />
(Senza parole &#8211; Vasco Rossi)</p>
<p>Uno studio, quello dell’Istituto farmacologo Mario Negri di Milano.<br />
Un numero, 23.875: i calciatori di serie A, B e C presi in esame dal 1960 ad oggi.<br />
Una percentuale, l’incidenza media della malattia è di 1,7 casi ogni centomila abitanti, tra i calciatori italiani arriverebbe fino a 3,2, focalizzandosi solo sulla sera A, il rapporto è addirittura di 1 a 6, con casi a 43 anni piuttosto che 65 anni.<br />
Una bastarda, la SLA(sclerosi laterale amiotrofica), una malattia chiamata anche morbo di Lou Gehrig, dal nome del giocatore statunitense di baseball, prima vittima accertata di questa patologia.<br />
Baseball e calcio che hanno in comune molto più di quanto si pensi.</span></span><span id="more-4645"></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">E ancora un numero, il 32 che indica le morti nel mondo del calcio italiano, nomi noti e meno noti, e che solo agli occhi di chi non guarda il problema nella sua interezza potrebbe apparire irrilevante.<br />
Da Segato, il primo caso, a Anastasia, passando per Fulvio Bernardini, Borgonovo, Adriano Lombardi, Giovanni Bertini, Signorini e Cucchiaroni in un tragico derby della lanterna,solo per citare alcuni.<br />
A volte coincidenze &#8220;strane&#8221; nelle carriere, squadre in comune (Fiorentina , Inter e Como le più &#8220;attenzionate&#8221;), che non puoi non notare anche relazionando il tutto ad altre &#8220;morti difficili&#8221;, come quella di Bruno Beatrice (leucemia linfoblastica acuta), Nello Saltutti (infarto), Ugo Ferrante (tumore alle tonsille), Massimo Mattolini (insufficienza renale), Giancarlo Galdiolo (demenza frontale temporale),Giuseppe Longoni (vasculopatia) per rimanere alla Viola.<br />
Oppure Armando Picchi (36 anni, tumore), Carlo Tagnin (67, osteosarcoma), Mauro Bicicli (66, tumore al fegato), Ferdinando Minussi (61, epatite C), Giacinto Facchetti (tumore), tutti riconducibili all&#8217;Inter.<br />
Oppure a quelli che non puoi definire solo &#8220;incidenti di percorso” se vedi il tutto in un ottica più ampia.<br />
E tragica.<br />
È il caso di Picchio De Sisti (ascesso frontale) oppure di Domenico Caso (tumore al fegato).</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Diciamolo subito, questa storia non è un atto di accusa contro nessuno, squadre, dirigenti o giocatori che siano. ma è una storia che va narrata, con le sue ombre e con il discernimento che ne può avere ognuno di noi.<br />
Chi studia il fenomeno dal punto di vista scientifico lo spiega con vari fattori.<br />
L&#8217;uso di pesticidi usati per il prato del campo, oppure la stessa attività sportiva che potrebbe anticipare l’insorgenza del morbo in soggetti già predisposti, l&#8217;uso cospicuo di alcuni antiinfiammatori per curare traumi.<br />
La scienza, però, non può spiegare tutto e, soprattutto, non arriva a lenire il dolore sordo e senza tregua dei familiari, degli amici, dei compagni di squadra.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">E&#8217; la “Teoria del tutto” e del contrario di tutto, rifacendoci al film basato sulla vita di un grande, Stephen William Hawking, che con il calcio non ha niente a che vedere ma che con qualcosa di simile ci ha convissuto per tutta la vita.</p>
<p><b>LE PAROLE COME MACIGNI</b><br />
<i>«</i><span style="color: #000000;"><i>Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi tifosi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi, magari felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata. Voglio dirvi grazie per tutte le manifestazioni di affetto che mi avete dimostrato. Voglio ringraziarvi per aver aderito al mio appello di solidarietà. Voglio ringraziare chi ha reso possibile tutto questo, i miei vecchi compagni, i mister e voi tifosi, con i quali ho trascorso sette splendidi anni indimenticabili. Vi voglio bene</i></span><i>» </i>(Gianluca Signorini a 30mila tifosi nel suo ultimo saluto nello stadio del Genoa, con un messaggio letto dalla figlia, perché oramai lui immobilizzato da tempo su una sedie a rotelle)</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">E dove non arriva la scienza ci sono le parole, le mezze o intere ammissioni, quei squarci di luce che creano ombre sinistre nel buio omertoso nel calcio.<br />
Qualcosa di diverso, una grido di disperazione piuttosto che un je t&#8217;accuse, lo hanno provato a urlare ex calciatori come Ferruccio Mazzola (spentosi dopo una lunga malattia) o Carlo Petrini (tumore e glaucoma) che , per attaccare il sistema dei segreti e delle omertà, si trovano contro dirigenti, ex compagni e persino fratelli.<br />
E per questo se ne vanno in solitudine, quasi rimossi se non fosse per quei loro scritti che diventano il loro testamento spirituale.<br />
Le parole, già, come quelle di Aldo Agroppi:<br />
&#8220;<i>Bruno è stato una vittima, come tante altre di quella mia generazione di giocatori degli anni &#8217;70. Ci fidavamo del medico che pensavamo fosse un nostro amico e invece ci hanno riempito di Micoren (farmaco fuori commercio dal 1985) e di corteccia surrenale. Tutta roba che poi si è scoperto che non andava data&#8230;&#8221;.</i><br />
Massimo Mattolini, l&#8217;ultimo portiere ad abbandonare il basco in campo, ricordava che :<br />
<i>«Chiedevo una cura ricostituente perché avevo un calo fisico, e mi facevano iniezioni di Cortex: poi ho scoperto che questa era tra le sostanze dopanti. E oggi mi chiedo se ci sia una relazione tra quelle iniezioni e l’insufficienza renale che mi ha portato alla dialisi»</i>.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Nello Saltutti narrava di &#8220;strani caffè e strane vitamine”, partendo da quando era alla Primavera del Milan («<i>Sarà stato un caso, ma io da un metro e sessanta, in un anno ero passato ai miei 175 centimetri..»</i>) o durante i suoi trascorsi viola <i>«Quel caffè speciale, negli anni in cui poi sulla panchina viola arrivarono Gigi Radice </i>(nda: Alzhaimer) <i>e Nereo Rocco, si trovava tranquillamente sulla tavola imbandita, in bella vista con i flaconi delle pillole, le boccette con le gocce, flebo modello damigiane e punture a volontà. Tutta merce a necessaria disposizione dei giocatori, che si sottoponevano ad ogni trattamento per quieto vivere. A Bruno Beatrice glielo dicevo sempre, Bruno non esagerare con quelle punture. Io non so quante se ne facesse fare, durante il ritiro era sempre sotto flebo, dal venerdì sera alla domenica; lo avevano convinto che con quelle avrebbe corso il doppio. Bruno, tanto per capirci, era uno che al naturale andava molto più forte di Davids, perciò gli chiedevo: ‘Ma che bisogno hai di farti iniettare tutte quelle schifezze?’ A noi dicevano: sono solo vitamine, prendetele e starete meglio. Ma chissà che ci davano invece…</i>».</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Forse era questo che intendeva Louis Pasteur quando citava che <i>« noi beviamo, mangiamo o respiriamo il 90 per cento delle nostre malattie»</i>?<br />
E ci sono le parole strazianti dei familiari che, a torto o a ragione, non riescono ad assimilare quel dolore sordo che prova chi crede che qualcosa di caro gli è stato sottratto con l&#8217;inganno.<br />
Un inganno che continua con un silenzio omertoso che è più assordante dell&#8217;eco di una voce in una valle solitaria.<br />
Voci come quella della vedova di Bernardini, Gabriella <i>«Chi sa, chi ha visto o vede cose strane nel calcio, abbia il coraggio di denunciare, perché solo così potremmo davvero fare qualcosa contro questa piaga».</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Oppure come quella di Alessandro, figlio di Bruno Beatrice:<i>«Mio padre ucciso da gente corrotta da fama e denaro». </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Poi ci sono le indagini e i processi che amplificano quel dolore ma raramente portano risultati o smuovono coscienze.<br />
Un tragico elenco, da Segato (il primo, forse) a Anastasi (non l&#8217;ultimo sicuramente), che narra una storia di ombre e paure.<br />
Su tutti i veri protagonisti di questa storia che, più dei nomi e delle persone, sono le morti, le malattie, le accuse e i silenzi, il dolore e le coscienze, aleggia lo spettro della &#8220;stronza&#8221;, la SLA, come la chiamava Stefano Borgonovo, e delle sue compagne d&#8217;armi. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">E della Teoria del tutto, o del niente.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><i>«Tanto si capisce sempre troppo tardi che arrendersi è il più idiota degli errori.»  </i>( Kate-Hilary Swank- nel film “Qualcosa di buono”)</span></span></p>
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		<title>NOI CHE ASCOLTAVAMO LE VOCI</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2020 22:40:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Passione Calcio]]></category>
		<category><![CDATA[90° Minuto]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Ameri]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Valenti]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Ciotti]]></category>
		<category><![CDATA[Tutto il calcio minuto per minuto. la domenica sportiva]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>IL PRIMO RITO DOMENICALE «Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto/ Ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via / E ho respirato un mare sconosciuto nelle ore » (Strada facendo &#8211; Claudio Baglioni) Una radiolina, delle batterie sempre pronte a dare il &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2020/06/27/noi-che-ascoltavamo-le-voci/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">NOI CHE ASCOLTAVAMO LE VOCI</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: large;">I</span></strong><span style="font-size: medium;"><b>L PRIMO RITO DOMENICALE</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>«Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto/ Ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via / E ho respirato un mare sconosciuto nelle ore »</i><br />
(Strada facendo &#8211; Claudio Baglioni)</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una radiolina, delle batterie sempre pronte a dare il cambio a quelle esauste e un paio di ore dove il tuo regno era invalicabile.</span><span id="more-4642"></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le domeniche pomeriggio, da bambino prima e ragazzo dopo, non necessitavano di molto altro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Forse un pallone, degli amici e una partitella, ma la radiolina era sempre presente, buono o cattivo fosse il tempo, dentro o fuori casa, da solo o con gli amici e i parenti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una fedele compagna, riassunto di una gioventù che coltivava sogni anche attraverso dei riti che avevano poco di scaramantico, molto di attesa, tanto di immaginazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Anche attraverso delle voci narranti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Già, perché da essa non uscivano solo le canzonette o le notizie, ma le voci, ora delizia ora croce, che ti spiegavano il colpo del campione, il goal del centravanti, la prodezza del portiere, il fischio di Trapattoni, le proteste di Turone, il ritorno in campo di Pablito, le urla di dolore di Carletto Ancelotti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quelle voci che attraversavano l&#8217;etere, penetravano le mura delle case alla ricerca del padre o del nonno all&#8217;ascolto, dissipavano le spirali di fumo di bar e circoli tra una bestemmia per una mano di carte giocata male e l&#8217;esultanza di un goal, attraversavano come spifferi di vento vicoli, campi di campagna e stradine per raggiungere il ragazzino che giocava in strada e finanche la coppietta appartata.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quelle voci che, dal 10 gennaio 1960, cambiano le domeniche degli italiani, forgiano quelle delle prossime generazioni fino all&#8217;avvento delle pay tv, delle trasmissioni fatte più di culi, tette e gambe scosciate che di cervelli pensanti e professionisti del calcio parlato.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una trasmissione, “</span><span style="font-size: medium;">Tutto il Calcio minuto per minuto”</span><span style="font-size: medium;">, </span><span style="font-size: medium;">che è un contenitore di sogni, che ti catapulta, attraverso quelle voci, non su un solo campo di calcio, ma sugli spalti, dietro la porta, sulle linee di fondo e tra le riserve in panchina di tutta Italia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E così impari ad associare ad ogni voce un volto: Ameri, Ciotti, Provenzali, Luzzi e Ferretti e tanti altri che verranno dopo come Beppe Viola, Riccardo Cucchi e Carlo Nesti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Impari ad aspettare la partita nella partita: l&#8217;assist di Provenzali a Ferretti nel passaggio della linea, il goal segnato ora da Ameri, ora da Ciotti, annunciato dal classico </span><span style="font-size: medium;"><i>«Scusa Ciotti, Scusa Ameri», </i></span><span style="font-size: medium;">la genialità del tocco di classe nel linguaggio ironico e perspicace di Beppe Viola</span><span style="font-size: medium;"><i>, </i></span><span style="font-size: medium;">la parata di Luzzi dai campi di serie B che allora era un prolungamento della serie A.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E impari ad amare il tono cordiale e aristocratico di Ameri, la voce roca di Ciotti, frutto di sigarette e radiocronache infinite, l&#8217;enfasi di Provenzali, il tono essenziale e professionale di Luzzi e via dicendo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«</span><em><span style="font-size: medium;">Ha diretto Lo Bello davanti a 80.000 testimoni»</span></em><em><span style="font-size: medium;"> per un rigore negato al Cagliari di Gigi Riva, così si espresse Ciotti in un infuocato dopo partita.</span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;">Classe innata non unica in quel mondo dei radiocronisti, dei narratori della nostra fiaba domenicale, che trovano nell&#8217;ironia non una fastidiosa eccezione, ma una simpatica compagna, di quelle che sdrammatizzano, non aizzano gli animi di chi, dall&#8217;altra parte dell&#8217;etere, può solo immaginare ciò che il radiocronista ha visto e che dipinge, con maestria, all&#8217;ascoltatore come se quest&#8217;ultimo fosse presente sul campo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E&#8217; un altro calcio, quello dell&#8217;epoca della radiolina, che diventa prosa con gli sbuffi d&#8217;inchiostro di Gianni Brera o di un Italo Cucci, di un Beppe Viola che, dalla radio alla televisione, dal radiocronista al giornalista, attraverserà tutte le fasi di quei tempi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sua la frase che darà via a un divertente jingle su Evaristo Beccalossi, fantasioso centrocampista dell&#8217;Inter poco nelle simpatie di Enzo Bearzot: </span><span style="font-size: medium;"><i>«Mi chiamo Evaristo, scusi se insisto»</i></span><span style="font-size: medium;">. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E&#8217; un altro calcio epicamente raccontato in radio prima e TV dopo dall&#8217;antesignano di tutti, Niccolò Carosio, e che troverà in Pizzul e Martellini i suoi degni eredi, nei Adriano De Zan e Sergio Davoli fulgidi testimoni di tutto il mondo sportivo, sopratutto quello in bici.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un triplice </span><span style="font-size: medium;"><i>«Campioni del Mondo»</i></span><span style="font-size: medium;">, in una magica notte al Bernabeu, può diventare storia da narrare come l&#8217;</span><span style="font-size: medium;"><i>«Eppur si muove» </i></span><span style="font-size: medium;">di Galileo Galilei, oppure prosa </span><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US">indelebile </span></span><span style="font-size: medium;">quanto </span><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US"><i>«</i></span></span><span style="font-size: medium;"><i>Quel ramo del Lago di Como..»</i></span><span style="font-size: medium;"> di Manzoni o un capolavoro come </span><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US">il dantesco</span></span> <span style="font-size: medium;"><span lang="en-US"><i>« Nel bel mezzo del cammino di nostra vita&#8230;»</i></span></span><span style="font-size: medium;">! </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E’ un altro calcio, dove giornalisti e calciatori diventano protagonisti della TV e radio italiana </span><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US">senza per</span></span><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">ò</span></span><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US"> ammalarsi di protagonismo</span></span><span style="font-size: medium;">, senza vincoli o ostacoli per un’intervista, domande dirette e mai banali, dove i primi sono sì amici dei calciatori ma anche professionisti dell&#8217;informazione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tutti insieme formano la sintesi perfetta del giornalismo sportivo, cultura (sì, perché definirli solo radiocronisti è riduttivo) e calcio che vanno a braccetto, tra una dissertazione musicale di Ciotti (vero esperto in campo musicale) e una citazione filosofica di Ameri. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Oppure lo sberleffo ironico di Beppe Viola o la penna velenosa di Gianni Brera, perché ad essere ironici ci vuole intelligenza per non scadere nella farsa.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"><b>IL SECONDO RITO DOMENICALE</b></span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>«Un&#8217;estranea cavaliera/ È il rito di ogni sera/ Perso al caldo del pois di san soucì»</i></span><span style="font-size: medium;"><br />
</span><span style="font-size: medium;">(Che cos&#8217;è l&#8217;amor &#8211; Vinicio Capossela)</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le v</span><span style="font-size: medium;">oci delle domeniche della nostra infanzia o della maturità dei nostri genitori, trovano la loro sublimazione, la prova confutata che ciò che quanto da loro narrato è realtà nei fatti, dieci anni dopo quel fantastico primo pomeriggio del 1960.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E&#8217; il 1970, infatti, e un altro grande dello sport in TV, Paolo Valenti, si inventa “90° minuto”, la trasmissione che regola le nostre consuetudini domenicali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Già perché c&#8217;è un lasso di tempo, due ore circa, dalla fine di “Tutto il Calcio Minuto per Minuto” e l&#8217;inizio di “90° Minuto”, nel quale milioni di italiani adeguano le loro toilette e le loro uscite, obbligatoriamente prima o dopo la trasmissione di Valenti, mai durante.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questo in un epoca (che oggi sembra preistoria) nella quale il calcio non era uno spezzatino, ma una tavolata, dall&#8217;antipasto al dessert, da consumare tutti insieme e sempre a partire dalle 14,30.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Paolo Valenti già, il volto cordiale e sorridente che accompagna tutta una generazione, maestro cerimoniere di una televisione dove si parla di calcio e che di cosce mostra solo quelle degli atleti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E con lui Beppe Viola, Gianni Vasino, Luigi Necco, Beppe Barletti, Tonino Carino, Bisteccone Galeazzi, e tanti altri ancora che portano i goal, e quelli che oggi chiamiamo “highlights” ma allora erano semplicemente le “azioni principali”,delle nostre squadre del cuore in TV, ci inchiodano a casa in attesa del secondo rito domenicale, dopo quello della radiolina.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il tempo di narrarci le gesta di Gigi Riva, Gianni Rivera, il goal di tacco di Bettega, l&#8217;intervento risolutivo di Scirea, l&#8217;elevazione di Pruzzo, il calcio di punizione di Zico, la genialità di Maradona, l&#8217;eleganza di Platini.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E di sfiorare, in famiglia, continue crisi coniugali con le nostre mogli o fidanzate, che vedono sempre più ridotto il loro spazio per lo svago domenicale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E&#8217; un grazioso antipasto a quello che ci proporrà la sera, più corposamente, la “Domenica Sportiva” dei vari Enzo Tortora, Carlo Sassi, Tito Stagno</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ad ogni sogno, però, corrisponde anche un lato oscuro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E il calcio, di lati oscuri, ne ha, eccome.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ecco quindi arrivare nelle nostre case le immagini della morte di Renato Curi, il dramma di Vincenzo Paparelli, le volanti della polizia a prelevare i calciatori coinvolti nel calcio scommesse, la paura per lo scontro tra Antognoni e Martina, la morte di Gaetano Scirea che sarà proprio Ciotti ad annunciare, passato intanto alla conduzione della Domenica Sportiva.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E anche notizie terribili come il malore, che condurrà alla morte il giorno dopo, accusato da Beppe Viola mentre sta montando un servizio di Inter-Napoli del 17 ottobre 1982 (8 giorni dopo il mio 14° compleanno).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per la prima volta capisci forse che quelle voci sono tutto fuorché immortali, sono eteree ma fatte di drammi e dolori del tutto umani.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>«Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. […] Povero vecchio Pepinoeu!Aveva un humour naturale e beffardo: una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore&#8230;»</i></span><span style="font-size: medium;"> (Gianni Brera sulla morte di Beppe Viola)</span></p>
<p><strong><span style="font-size: medium;"><b>I RITI DISSACRATI</b></span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>«In mezzo alle carte di oggi/ Ho trovato una semplicità/</i></span><i> </i><span style="font-size: medium;"><i>Perduta da troppi anni»</i></span><span style="font-size: medium;"><br />
(Stringimi forte amore &#8211; Alex Britti)</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Cosa ci è rimato oggi di quelle domeniche e di quei riti?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ben poco, triturato nel macinino di un calcio spezzettato che, di fatto, ha perso magia seppur amplificando l&#8217;attesa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le voci continuano a percorrere l&#8217;etere, ma sempre meno entrano nelle case, meno dissolvono volute di fumo (anche perché nei locali pubblici ora non puoi più fumare), trovano sempre meno ragazzi disposti a correre dietro a un pallone con un orecchio alla radiolina ma sempre più anestetizzati davanti a un videogame con le telecronache preimpostate di Caressa o Bergomi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Trasmissioni come 90° minuto o la Domenica Sportiva creano sempre meno disagi nelle coppie, soppiantati da abbuffate di calcio in TV, scadente come lo sono questi tempi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quella compenetrazione totale, anche attraverso quelle voci e quei volti, tra città e squadra di calcio,</span> <span style="font-size: medium;">giornalisti e tifoserie non esiste più, perdendo di fatto, il calcio, due sue risorse principali, la passione ed il seguito della gente. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ne è la riprova il fatto che i bambini di oggi non seguono e non praticano il calcio con lo stesso trasporto e lo stesso coinvolgimento di noi bambini di quarant&#8217;anni fa (ma anche solo venti anni fa).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E che quelle voci, quei volti, non li accompagnino più nei loro pomeriggi domenicali qualcosa dovrà pur significare in questo cambiamento generazionale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quelle voci, quei volti, appartenevano a maestri di giornalismo, di linguaggio e di oratoria impareggiabili. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Con i loro errori, certo, e anche qualche orrore, ma di una spanna superiori a quanto viene propinato oggi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Gente che frequentava Jannacci, Trilussa e Luigi Tenco, dissertava di filosofia e musica con egual capacità di quanto raccontava le gesta di un calciatore, ironica e seria al momento giusto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il calcio moderno, lasciatemelo dire, è il giusto compagno d’una gioventù che non ha sogni. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Oppure è vero il contrario.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dazn, Sky, gare il venerdì, il sabato, il lunedì ci hanno tolto quella magia, quell&#8217;attesa della fiaba raccontata da quelle voci e immaginata nelle nostre menti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Culi rifatti, tette esposte, gambe scosciate soppiantano la professionalità e camuffano l&#8217;insipienza di chi vuol parlare oggi di calcio senza carpirne la poesia insita in esso.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E allora io vi lascio con le parole di Sandro Ciotti, uno che nella sua vita professionale ha raccontato 40 edizioni del Festival di Sanremo, 14 Olimpiadi, 9 Tour de France e oltre 2.400 partite di calcio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era il 12 maggio 1996, </span><em><span style="font-size: medium;">The Voice </span></em><span style="font-size: medium;">appendeva il microfono al chiodo, così come un calciatore appende gli scarpini, di “Tutto il calcio minuto per minuto”:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«</span><em><span style="font-size: medium;">Quella che ho tentato di chiudere è stata la mia ultima radiocronaca, soltanto dieci secondi per dirvi un grazie affettuoso a tutti gli spettatori, mi mancheranno!</span></em><span style="font-size: medium;">»</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Anche tu Sandro, anche gli altri, a tutti noi!</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.pensolibero.it/2020/06/27/noi-che-ascoltavamo-le-voci/">NOI CHE ASCOLTAVAMO LE VOCI</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.pensolibero.it">PensoLibero.it</a>.</p>
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