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	<title>PensoLibero.it &#187; Racconti astemi</title>
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		<title>Nel bene,nel male. Capitolo 2</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Apr 2023 19:33:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>NEL BENE, NEL MALE (di Antonio Mattera) CAPITOLO 1 Quanto prima ho raccontato l&#8217;ho potuto ricostruire anni dopo, ma non crediate che abbia usato poi tanta fantasia! Ciò che invece mi appresto a narrare sono ricordi vividi, impressi nella mia mente. E, a volte, nella mia pelle. Torniamo all&#8217;orfanotrofio, la mia prima vera casa. Naturalmente &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2023/04/09/nel-benenel-male-capitolo-2/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Nel bene,nel male. Capitolo 2</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>NEL BENE, NEL MALE<br />
(di Antonio Mattera)</p>
<p>CAPITOLO 1<br />
Quanto prima ho raccontato l&#8217;ho potuto ricostruire anni dopo, ma non crediate che abbia usato poi tanta fantasia!<br />
Ciò che invece mi appresto a narrare sono ricordi vividi, impressi nella mia mente.<br />
E, a volte, nella mia pelle.<br />
Torniamo all&#8217;orfanotrofio, la mia prima vera casa.<br />
Naturalmente le buone suore, tra una preghiera e un altra, cercavano qualcuno che potesse prendersi carico del marmocchio.<br />
Ma niente, neanche il più minimo interesse sviluppò quel piccolo involucro di carne che ero io.<br />
Forse furono i miei pianti da neonato, qualche visita nelle ore nelle quali il pannolone era più pieno o qualche poppata andata di traverso, tutti elementi atti a scoraggiare qualche avventuroso.<br />
Se mai ci fu questo avventuroso!<br />
Ad essere carino lo ero, come lo testimonieranno anche i fatti futuri.<br />
E la costituzione sana e robusta non mi mancava.<br />
Ma offerte, di una possibile famiglia, niente!<br />
Ero come un prodotto ignorato in una nicchia dal droghiere.<br />
Arrivai così alla tenera età di 5 anni, e le cose incominciarono a farsi leggermente più difficili.<br />
Gattonare ti permette una certa agiatezza, incominciare a camminare con le tue gambe è un preludio alle libertà future, parlare e lavarti i denti da solo ti immettono nel mondo noioso della scuola.<br />
E così iniziarono le lunghe e tediose giornate con asticelle, cerchi, zampette, numeri e via dicendo.<br />
Una fatica vergarle, ma ancora più faticoso impararle a decifrare, connetterle.<br />
Insomma imparare a leggere!<br />
Ma tant&#8217;è, tra qualche nerbata sulle mani e qualche punizione corporale, riuscii a superare anche questo.<br />
Intanto feci la conoscenza con i miei primi amici, altri bambini come me: Adam il grassottello, Tom dalla pelle color ebano, Moosey con la gamba corta.<br />
E, sopratutto, Myriam, dai capelli rossi e le lentiggini sulle guance.<br />
Eravamo una trentina di ragazzini, dai 3 ai 12 anni, e dividevamo il nostro tempo tra lo studio, qualche lavoretto nell&#8217;orfanotrofio e lo sbadiglio in occasione dei momenti di preghiera che dovevamo affrontare quotidianamente.<br />
Una routine noiosa che, a nostro parere, solo alcuni di noi avevano la fortuna di interrompere allorché erano chiamati a svolgere qualche incarico nella stanza della Madre superiore, suor Francine.<br />
Spesso toccava a Myriam officiare questi &#8220;particolari&#8221; compiti.<br />
Si sussurrava che le venissero dati anche dei dolci, se li svolgeva bene.<br />
Quindi logico intuire che ci sentissimo particolarmente invidiosi della fortuna che capitava a lei e agli altri!<br />
A loro volta, però, Myriam e altri bambini, che godevano di questo &#8220;trattamento di favore&#8221;, sembravano non esserne particolarmente entusiasti.<br />
Myriam, fra l&#8217;altro, pareva abbastanza sbadata nel loro compimento, in quanto, dai lividi che riportava, sembrava sempre dimenticarsi di questo o quell&#8217;altro spigolo presente nella stanza della madre superiore.<br />
Eppure doveva conoscerla bene!<br />
Uno dei compiti, dall&#8217;età di otto anni, che mi veniva assegnato, era di nutrire i piccioni che avevano le suore sull&#8217;attico dell&#8217;orfanotrofio.<br />
Mi piaceva oltre modo quel compito, potendo, da lassù, godere della vista della campagna tutta intorno a noi e lasciare le briglie della fantasia scorrere nell&#8217;immaginario di un mondo esterno che non conoscevo.<br />
O meglio, quello che conoscevo del mondo esterno si limitava al fattore Hershel e al suo camioncino che portava il latte e altri alimenti, la posta e quanto altro abbisognava al nostro sostentamento.<br />
Puntualmente doveva recarsi da Suor Francine per discutere il pagamento della merce portata, ma la discussione, pur durando in media mezz&#8217;ora nel segreto della stanza della superiora, non doveva essere particolarmente astiosa, visto che dopo uscivano entrambi molto contenti.<br />
Comunque, torniamo a quell&#8217;attico e ai nostri piccioni.<br />
Stavo fantasticando su mille avventure quando mi accorsi che non ero solo.<br />
Una figura esile, avvolta nello scialle verde che ben conoscevo, era ritta sul cornicione dandomi le spalle.<br />
I capelli rossi erano scompigliati dalle piccole raffiche di vento autunnale.<br />
Ma quelli, i capelli al pari dello scialle, erano dettagli ininfluenti.<br />
Avrei riconosciuto Myriam anche senza vederli.<br />
Ne sentivo ogni volta il profumo della sua pelle, anche da lontano.<br />
Era qualcosa di particolare che trascendeva l&#8217;uso dei sensi.<br />
Anni dopo qualcuno mi avrebbe detto che era una questione di &#8220;chimica&#8221;.<br />
Mi avvicinai cauto a lei. Non volevo spaventarla, essendo ritta sul cornicione. Che modo stupido di giocare, pensai fra me e me.<br />
«Myriam, cosa fai qui? Come sei uscita qua fuori?»<br />
Lei si voltò verso di me.<br />
Le lentiggini erano offuscate, sotto l&#8217;occhio destro, da un alone viola.<br />
Doveva aver battuto su un altro spigolo, pensai quasi infastidito della sua scarsa attenzione per se stessa.<br />
«Ciao, Glen. Hai lasciato il chiavistello aperto»<br />
Mi girai e compresi.<br />
Che stupido che ero stato!<br />
Le suore non facevano salire mai nessuno sull&#8217;attico, tranne me per quel particolare compito.<br />
Avevano munito la porta dal lato interno di serratura,della quale custodivano gelosamente la chiave.<br />
All&#8217;esterno della porta vi era un chiavistello da tirare, in modo tale da impedire l&#8217;accesso all&#8217;attico, per chiunque provenisse da dentro, mentre si era là fuori per qualsiasi motivo.<br />
Quel giorno, preso nelle mie fantasie, mi ero dimenticato di tirarlo.<br />
«Scendi da lì, Myriam, e torna dentro, altrimenti le suore potrebbero incavolarsi di brutto, se ti scoprono. E magari mi tolgono questo incarico.»<br />
«Ci tieni tanto, Glen?»<br />
Scrollai le spalle.<br />
«Mi piace, mi permette di vedere il mondo di fuori. E poi i piccioni sono una buona compagnia, o, quantomeno, non fanno domande né sgridano.»<br />
La guardai negli occhi.<br />
In un certo qual modo, ci eravamo sempre stati simpatici, benché Myriam avesse un paio di anni più di me .<br />
«E a te non piacciono i tuoi compiti?» le chiesi.<br />
«No. Per niente.» fu la sua laconica risposta, senza nemmeno guardarmi.<br />
Ero stupefatto, non capivo il perché.<br />
Certo, ogni tanto si procurava qualche livido, ma pensavo che il dolore svanisse subito, sopratutto quando lo potevi calmare con una bella e succosa caramella.<br />
«Eppure, dovrebbero piacerti! Ti danno anche dolci e leccornie!»<br />
Ancora oggi ricordo il sorriso triste di Myriam in risposta a quella mia fanciullesca e, oggi capisco, stupida affermazione.<br />
«Ah, ecco quello che pensate!»<br />
Mise una mano nella tasca e tirò fuori quelle che, per noi ragazzi, allora erano un piccolo tesoro: caramelle al miele!<br />
Allungò la mano verso di me.<br />
«Prendile Glen, sono tue. Te le regalo.»<br />
Eccome se le avrei volute prendere!<br />
Solo che non mi pareva giusto, erano sue, frutto del suo lavoro.<br />
Allora non ero ancora carogna come oggi.<br />
E forse quel giorno ha contributo a farmi diventare quello che sono.<br />
Ma bando alle chiacchiere e torniamo a quel pomeriggio, a quell&#8217;attico, a me e Myriam.<br />
Agitò la mano che impugnava le caramelle davanti al mio volto e mi ripeté convinta:<br />
«Prendile, Glen, sono tue, davvero!».<br />
Nella sua voce c&#8217;era quasi un tono d&#8217; implorazione.<br />
La cosa mi mise in imbarazzo e riuscii a bofonchiare solo una timida risposta.<br />
«Non posso, Myriam, non sarebbe giusto! Suor Francine ti da queste caramelle come ricompensa per i tuoi compiti.»<br />
Lei mi guardò con quei suoi occhi verdi e solo allora mi accorsi che piccole lacrime le solcavano il viso.<br />
Fece un cenno col capo e rispose con un laconico «Capisco.»<br />
Si rigirò e fece compiere al braccio, con il quale mi aveva porto quelle caramelle, un movimento rotatorio verso l&#8217;alto.<br />
Arrivata a mezza via, la mano si aprì e le caramelle volarono oltre il parapetto.<br />
Sembrò quasi che rimanessero sospese per un attimo, ma, subito dopo, le vedemmo cadere giù come stelle cadenti e scomparire alla nostra vista.<br />
Mi avvicinai al parapetto e guardai giù.<br />
Le caramelle erano li, cinque piani sotto di noi, macchioline quasi invisibili sparpagliate sul selciato.<br />
Mi voltai verso Myriam.<br />
Ero infuriato con lei, ma anche confuso.<br />
Preoccupato.<br />
Non per le caramelle, naturalmente, ma per la mia amica dai capelli rossi.<br />
Sapevo benissimo che se le suore avessero trovato quelle caramelle avrebbero capito che era stata Myriam a gettarle via.<br />
Le avrebbero raccolte, portate a Suor Francine e Myriam avrebbe anche potuto prendersi qualche punizione ( la più frequente, e io ne sapevo qualcosa a riguardo, era qualche nerbata sulle mani con un frustino ottenuto da una pianta).<br />
«Perché l&#8217;hai fatto?» avrei voluto che il mio tono risultasse più irato, in realtà ne usci fuori un misto fra la disperazione e il rassegnato.<br />
«Hai paura per te o per quello che potrebbe succedere a me, Glen ?»<br />
«Cavoli, Myriam, ma non capisci proprio in che guai ti vai cacciando?»<br />
Lei prese la mia faccia fra le sue mani, anche esse punteggiate dalle lentiggini, e mi fissò dritto negli occhi.<br />
Solo allora potei notare che le sue iridi verdi erano due isole che stavano per essere sommerse da un mare di lacrime.<br />
La sua voce uscì roca, rotta dal pianto.<br />
«Credi tu che ci sia qualcosa che mi possa far paura dopo quello che ho subito? Tu o gli altri non avete idea di cosa significano quelle caramelle per me!»<br />
«Myriam, io&#8230;»<br />
«Taci, Glen! Neppure puoi concepire l&#8217;inferno dal quale provengono. Non sono il premio per i miei servizi, ma il dazio per il mio silenzio!»<br />
Si voltò dandomi le spalle, cingendosi il corpo con le sue esili braccia.<br />
Potevo sentire il suo roco singhiozzo percuoterne il corpo.<br />
Il vento gelido che soffiava sulla Cumbria in quella stagione ci sferzava i volti e portava via da lei qualche piccola lacrima.<br />
Cercai le parole giuste per confortarla, ma sentivo dentro di me che qualcosa era rotto per sempre nell&#8217;animo di Myriam.<br />
Rimasi immobile là, su quell&#8217;attico.<br />
Quell&#8217;attimo di silenzio, quel momento che rimase vuoto di una qualsiasi parola, anche la più stupida, che io potessi pronunciare, quel fermarsi staticamente ad aspettare l&#8217; evolversi degli eventi, è stato, a distanza di anni l&#8217;ho capito, il tempo più sprecato della mia vita.<br />
Avrei potuto impegnarlo in mille modi, ognuno dei quali, probabilmente, non avrebbe portato a quanto avvenne in seguito.<br />
O, forse, non sarebbe cambiato nulla.<br />
Myriam salì sul parapetto e si voltò verso di me.<br />
«Ti ricordi, Glen, come ci chiama Suor Francine?»<br />
Confuso, ignaro di quanto stesse accadendo, o forse talmente consapevole da esserne inebetito, non riesco ancora oggi a capirlo, annuii col capo.<br />
«I suoi piccoli angeli» fu la mia risposta<br />
Myriam mi sorrise, ora non piangeva più.<br />
«Esatto, Glen, i suoi angeli! E gli angeli hanno ali. Anche per fuggire via.»<br />
Allargò le braccia e, dopo un ultimo sorriso, si spinse all&#8217;indietro, nel vuoto.<br />
Per un attimo sperai che si potesse librare nel cielo proprio come un angelo, e riapparisse al di sopra del parapetto.<br />
Fu questione di secondi, anche se parvero infiniti, e un rumore sordo, tipico, come ora conosco, di un corpo che impatta il suolo, giunse alle mie orecchie.<br />
Nel corso degli anni quel rumore mi ha accompagnato, facendomi risvegliare di soprassalto madido di sudore, oppure riaffacciandosi spontaneamente nei miei ricordi all&#8217;ascolto di altri rumori simili.<br />
Ma niente è mai stato paragonabile ad esso: è come se potessi ascoltare, in un unico suono, tutte le ossa andare in frantumi singolarmente, le vene collassare, gli organi interni esplodere.<br />
Quando uscii da quella sorta di sogno ad occhi aperti, mi diressi al parapetto e guardai giù.<br />
Myriam era là.<br />
No, non era un angelo.<br />
No, non era più nemmeno una persona.<br />
Viva almeno.<br />
Lo capii dalla macchia rossa che andava allargandosi dietro la sua testa.<br />
Un piccolo lago che sembrava prendere il suo colore da quello, rosso, dei capelli della mia amica.<br />
Solo un po&#8217; più scuro.<br />
Come lo è solo il sangue.<br />
Schizzi di materia cerebrale si confondevano sul selciato.<br />
Insieme alle caramelle.<br />
Nausea e pianto sopraggiunsero insieme.<br />
La bocca, piena del sapore acidulo del vomito, inutilmente cercava sollievo dalle lacrime che si riversavano dentro, dopo aver solcato il mio viso.</p>
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		<title>IL BOSCO DI FAGGI</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 13:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>
		<category><![CDATA[Buchenwald. campi dis terminio]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>IL BOSCO DI FAGGI. Buchenwald, «bosco di faggi» in tedesco, 19 aprile 1945. Sono le 5 passate del mattino, l&#8217;alba sta per sorgere. Il tempo che occorrerà alla mia sigaretta per consumarsi. Da ogni fine un inizio, da ogni morte una vita. Ci sono luoghi, però, dove non è possibile. Mi appresto a testimoniare, con &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2019/12/09/il-bosco-di-faggi/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">IL BOSCO DI FAGGI</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption">IL BOSCO DI FAGGI.<br />
Buchenwald, «bosco di faggi» in tedesco, 19 aprile 1945.<br />
Sono le 5 passate del mattino, l&#8217;alba sta per sorgere.<br />
Il tempo che occorrerà alla mia sigaretta per consumarsi.<br />
Da ogni fine un inizio, da ogni morte una vita.<span class="text_exposed_show"><br />
Ci sono luoghi, però, dove non è possibile.</span></span></span><span id="more-3992"></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Mi appresto a testimoniare, con questo mio scritto, alcuni accadimenti di questi ultimi estenuanti e terribili giorni.<br />
Ciò affinché l&#8217;oblio, al quale dovrei agognare in virtù&#8242; di preservare la mia sanità mentale, non cali su ciò che abbiamo visto.<br />
Abbiamo scoperchiato l&#8217;inferno e siamo consci di non averne che solo intravisto il fondo.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Siamo a 9 km da Weimar, in quella Turingia tanto cara a Johann Sebastian Bach, Wolfgang Goethe, Friedrich Schiller, Franz Liszt, Richard Wagner e Friedrich Nietzsche.<br />
Buchenwald è posta su di una collina dei contrafforti dello Harz, con i suoi faggi a sussurrare carezzati dal vento i misteri di una regione di una bellezza selvaggia.<br />
Selvaggia ma mai spietata come gli uomini che l&#8217;hanno profanata negli ultimi dieci anni.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Quando, meno di una settimana fa, abbiamo attraversato i cancelli aperti di questo inferno a cielo aperto, lo spettacolo che si è parato innanzi noi fu degno del peggior girone dantesco.<br />
“Jedem das Seine”, “A ciascuno il suo”, il terribile monito ad accoglierci.<br />
E che un numero imprecisato, di quelli che una volta forse sono stati esseri umani, sia stato testimone che ciò è stato mantenuto, è lì a dimostrarcelo in tutto il suo orrore.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Migliaia di cadaveri vestiti o seminudi mischiati a esseri umani ancora vivi o moribondi, ma scheletrici e emaciati tanto da non poter distinguere gli uni dagli altri.<br />
Fosse comuni a cielo aperto, macabri sudari senza distinzione di sesso e età, bambini, donne, anziani e giovani.<br />
Su di loro pascevano ratti e pidocchi, irrispettosi e impietosi dei morti, incuranti e insaziabili dei vivi.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Dappertutto tanfo di morte e putrefazione, vomito e escrementi, nonostante su alcune pile di morti fossero state gettate colate di calce.<br />
E poi le stanze degli orrori, i laboratori medici che erano sale di tortura e di indicibili esperimenti su cavie umane, le topaie dove alloggiavano questi disgraziati, le camere a gas.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">E l&#8217;alta torre del forno crematoio, il simbolo della «soluzione finale» tedesca.<br />
O, sarebbe meglio dire, della dissoluzione in particelle di fumo e cenere di quei miserabili resti.<br />
Alcuni, mi dice qualche sopravvissuto, bruciati ancora vivi; così tanto per scommettere, tra i suoi aguzzini, quando tempo avrebbe gridato il malcapitato chiuso nel forno.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">E ora, con la mia sigaretta ancora a metà, immagino quelle volute di fumo alzarsi in cielo e, trascinate dal vento, sorvolare quella misteriosa e diabolica foresta, muta testimone di misteri e tremendi orrori.<br />
Sento quasi l&#8217;odore della carne umana, bruciata nel forno crematoio, trascinata, mista al fumo, fino a Weimar.<br />
Forse in quella stessa piazza dove, qualche secolo prima, tornando da uno dei suoi viaggi Goethe avrà aspettato, come me, l&#8217;arrivo di una nuova alba.<br />
Respirando però l&#8217;odore della rugiada del mattino, delle campagna con i suoi pascoli e le sue stalle.<br />
Il suo Werther, o forse lo stesso Goethe, agli orrori di oggi, avrebbero ben donde ragione a spararsi alla tempia!</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">E le scarpe!<br />
Montagne di scarpe ammassate, tolte a chi non ne avrebbe avuto più&#8242; bisogno, usate come combustibile per cucinare il miserabile rancio, una patata e un pezzo di pane, a quei poveracci che “meritavano” meno dei cani che servivano da guardia.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Ciò che più colpisce e turba però sarebbe ancora venuto a divenire.<br />
Il 15 aprile 1945, una circolare dell&#8217;alto comando americano, ci impone di rastrellare i cittadini di Weimar e portarli in quel museo degli orrori.<br />
Lo scopo è renderli partecipi di ciò che sono stati, più o meno volontariamente, complici.<br />
I loro volti, i loro atteggiamenti, i loro vestiti, mio Dio!</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Li ho visti arrivare, lindi e vestiti con l&#8217;abito della domenica, come se andassero a un pic nic come tanti altri fatti tra quella brughiera o alla festa patronale.<br />
Li abbiamo fatti sfilare fra file di cadaveri, fosse comuni, abbiamo preparato per loro banchetti, come in un mercato rionale, con sopra paralumi e copertine di libri fatti di pelle umana e addobbi di ossa e teschi.<br />
Li abbiamo armati di pale e fatto scavare fosse per dare sepoltura a quei poveri resti.<br />
Le loro guide erano talvolta qualche detenuto ancora in buone condizioni solo in virtù&#8242; del fatto di essere arrivato da poco in quell&#8217;inferno.<br />
Li abbiamo visti sbiancare, vomitare, qualche donna svenire.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Forse non sapevano la gravità di quanto accadeva in quel luogo, ma erano oramai consci di esserne stati complici.<br />
Perché sapevano di questi disgraziati che venivano mandati in città come forza lavoro gratuita.<br />
Non potevano non sapere che le vittime delle camere a gas diventassero fertilizzanti venduti ai contadini.<br />
E, nonostante ciò, alcuni di loro, molti, troppi, hanno sguardi di una malcelata soddisfazione e illuminati da lampi di odio.<br />
Alzano la testa con arroganza in segno di sfida.<br />
Sono l&#8217;humus, il terreno fertile nel quale il nazismo ha trovato linfa vitale e sostegno.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">In questi giorni io non sono svenuto, né ho vomitato.<br />
Dio sa se non ne avessi avuto voglia, ma ogni mio spazio interno è stato occupato da qualcosa di più forte, qualcosa che mi impediva di fare l&#8217;una o l&#8217;altra, o forse entrambe le cose.<br />
Sentivo crescere in me una violenza che poteva essere addomesticata solo con altra violenza.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Allora ho osservato, annotato, ho fotografato aguzzini e vittime, morte e vita, cani e uomini che si disputano un osso, la pietà negli occhi di chi è stato piegato nell&#8217;anima, spezzato nel corpo.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Sopratutto, però, l&#8217;odio negli occhi dei vinti, di quei cittadini di Weimar e di altri paesi limitrofi che avranno continuato a fare pic nic domenicali, arrostendo crauti e salcicce, bevendo birra in quella stessa foresta che mascherava un orrore così grande a pochi chilometri da loro.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">In quegli sguardi di odio e arroganza ho perso ogni compassione per i tedeschi.<br />
Quegli sguardi sono la muta testimonianza che non potevano non sapere.<br />
Bastava che si affacciassero dalle finestre di casa e osservassero quelle volute di fumo trasportate dal vento.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Come ora io osservo l&#8217;ultima voluta di fumo della mia sigaretta.<br />
E&#8217; l&#8217;alba.<br />
La sento, la vedo, la percepisco, come Goethe, qualche secolo fa, nella piazza di Weimar.<br />
Non sento però l&#8217;odore della rugiada, della campagna, delle stalle e dei pascoli.<br />
I faggi si piegano al vento che cala dalle montagne dell Harz.<br />
Sussurrano di misteri e orrori.<br />
Tra i loro rami viaggiano solo tanfo di morte e disperazione.</span></span></span></p>
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		<title>STALKER</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Nov 2019 19:07:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[stalker]]></category>
		<category><![CDATA[thriller]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sapevo che lei mi avrebbe seguito dapertutto e per sempre. A volte mi affiancava, acquattandosi contro i muri. Altre volte mi precedeva sul mio cammino, come se conoscesse le mie intenzioni. Altre volte mi seguiva, guardinga, sui miei stessi passi come un fedele cagnolino. La potevo comunque vedere, benché cercasse di mimetizzarsi, fra quella folla &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2019/11/22/stalker/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">STALKER</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sapevo che lei mi avrebbe seguito dapertutto e per sempre.<br />
A volte mi affiancava, acquattandosi contro i muri.<br />
Altre volte mi precedeva sul mio cammino, come se conoscesse le mie intenzioni.<span id="more-3972"></span><br />
Altre volte mi seguiva, guardinga, sui miei stessi passi come un fedele cagnolino.<span class="text_exposed_show"><br />
La potevo comunque vedere, benché cercasse di mimetizzarsi, fra quella folla nella quale, a mia volta, cercavo di seminarla.<br />
Percepivo la sua presenza, benché invisibile, nel buio della notte, che sembrava esserle complice.<br />
Instancabile, implacabile e, quando cercavo di afferrarla per chiedergli il perché di tale accanimento, irrangiungibile.<br />
Solo la notte, allorché mi trovavo nel mio letto, confuso tra lenzuola e cupe solitudini, allorché avessi desiato una pur muta compagnia a dividere un sonno negato, lei, beffardamente, scompariva.<br />
Ora, mentre esalo il mio ultimo respiro, appeso a una trave, la guardo, con gli occhi sempre più vitrei, per l&#8217;ultima volta sul muro di fronte me.<br />
Sembra scimmiottarmi, anche lei con una corda al collo.<br />
Probabilmente sarà li anche quando mi troveranno.<br />
O probabilmente, codarda, sarà scomparsa.<br />
Vaffanculo, puttana.<br />
Comunque sia, hai terminato di essere la mia ombra.</span></p>
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		<title>SPORCA GUERRA</title>
		<link>http://www.pensolibero.it/2019/07/13/sporca-guerra/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Jul 2019 17:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Kosovo]]></category>
		<category><![CDATA[militari ammalati]]></category>
		<category><![CDATA[uranio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Dedicato a tutte le vittime , militari e non, e alle loro famiglie. In particolar modo a Leonardo Buccoliero, Brigadiere dei Carabinieri, che, dopo varie missioni nei Balcani, si ammalò di tumore per gli effetti di quella che io definisco, in questo racconto, &#8220;sporca guerra&#8221;. Una moglie e due figli, a soli 48 anni fu &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2019/07/13/sporca-guerra/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">SPORCA GUERRA</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dedicato a tutte le vittime , militari e non, e alle loro famiglie.</p>
<p>In particolar modo a Leonardo Buccoliero, Brigadiere dei Carabinieri, che, dopo varie missioni nei Balcani, si ammalò di tumore per gli effetti di quella che io definisco, in questo racconto, &#8220;sporca guerra&#8221;.</p>
<p>Una moglie e due figli, a soli 48 anni fu costretto sulla sedia a rotelle, uno strazio di dolore, rinunce e sofferenze durato 11 anni.</p>
<p>Lo dedico, citandolo, a Leonardo, e attraverso lui a tutti gli altri, perché questa tragedia non sia percepita solo come di fantasmi invisibili in un racconto di fantasia, ma abbia nomi, volti e dolore di storie terribilmente reali.</p>
<p>Onore a te, Leonardo, e agli altri, e un abbraccio alle vostre famiglie in cerca di verità e giustizia.</p>
<p>Ve le dobbiamo.<span id="more-3894"></span><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption">PROLOGO</span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption">“I militari sono stupidi animali muti da utilizzare solo come pedine in politica estera.”<br />
(Henry Kissinger)<br />
I numeri sono impetiosi : 330 morti e 7.765 malati. Numeri da bollettino di guerra, per chi in guerra ci è stato, ma non vi è morto.<span class="text_exposed_show"><br />
Piuttosto ne è uscito, perdente o vincente, inconsapevolmente<wbr />. </span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Dai Balcani all’Afghanistan, parliamo di uno degli scenari più luttuosi nella storia delle forze armate italiane.<br />
Prima feriti e poi uccisi non dal fuoco avversario ma per gli effetti dalle polveri infinitesimali dell’uranio impoverito presenti nei proiettili dei suoi alleati.</span></span></span></p>
<p>SPORCA GUERRA<br />
Nel giardino di casa nostra giocano i miei bambini, Ludovico e Christian.<br />
Mi fa piacere osservarli nella loro spensierata innocenza.<br />
Dalla cucina mi giungono i rumori consueti delle attività nelle quali è impegnata mia moglia Lisa.<br />
Mi da piacere ascoltarli: sanno di familiare.<br />
Tracce di vita quotidiana, un usato sicuro al quale è sempre bello adagiarsi.</p>
<p>E io?<br />
Quotidiano come tutto il resto.<br />
Forse di più, negli ultimi anni.</p>
<p>Seduto come al solito, come negli ultimi due anni, su una sedia sulla veranda.<br />
Un plaid sulle gambe a darmi caldo, la mia nuova protezione che ha sostituito la mimetica indossata per anni.<br />
Sì, perché forse non l&#8217;ho ancora detto, ma io sono un militare.<br />
Diciamo pure ero, visto che ora sono in congedo.<br />
E morente.</p>
<p>Ah, dimenticavo!<br />
Non osservo solo i miei figli giocare.<br />
Non ascolto solo mia moglie affaccendata nelle sue incombenze.<br />
Fiuto anche, giorno per giorno, uno strano odore.<br />
Quello della morte, che gioca con me a nascondino ma che io so aleggiare su di me.</p>
<p>Capita quando hai un linfoma al polmone.<br />
Capita quando rimani intere giornate seduto su quella sedia, sulla poltrona in salotto o sdraiato sul letto.<br />
Spossato, senza forze, un relitto.</p>
<p>E ti capita di osservare quella coperta amorevolmente messa sulle tue ginocchia a proteggerti.<br />
Come la mimetica che ho indossato in Bosnia e Kossovo per mesi.<br />
Anche quella mi doveva proteggere, ma poi vedevo i miei colleghi americani salutarmi nelle loro belle tute NBC (quelle per la guerra batteriologica, per capirci) e mi chiedevo se erano fanatici loro o fessi noi.</p>
<p>E ti chiedevi se c&#8217;era qualcosa che non quadrava.<br />
La risposta te la da il tempo, inesorabile.</p>
<p>Torni a casa in licenza, oppure sei in caserma o al fronte con i tuoi colleghi, e ti incomincia una fastidiosa tosse.<br />
Ti dicono che è solo un colpo di freddo.<br />
Incominci ad avere sangue nel catarro.<br />
E ti dicono che hai, forse, una brutta bronchite.<br />
Ti senti debole, spossato.<br />
E ti diagnosticano il nemico invisibile ed implacabile.<br />
Cellule grandi tumorali, ecco come te la raccontano.</p>
<p>È così che poi finisci per sederti su questa sedia, come me, con quella coperta sulle ginocchia e parte del polmone asportato.<br />
E con una bombola per aerosol, perennemente al tuo fianco come un docile cagnolino.</p>
<p>Già, l&#8217;aerosol! Quanti ne ho fatti in Bosnia e Kosovo, per essere combinato così?<br />
Anche senza saperlo!</p>
<p>Esatto, perché quando un proiettile DU (sta per depleted uranium, uranio impoverito) colpisce un carro armato o una casa, si sviluppa una temperatura superiore ai 3000 gradi centigradi.</p>
<p>Polverizza, vaporizza tutto ciò che è presente e tu lo respiri proprio come un aerosol.<br />
E ti va bene, perché se il tumore lo hai al fegato significa che quella roba l&#8217;hai ingerita tramite un vitello o una capra che pascolava da quelle parti.<br />
Comunque sia, sei fottuto.</p>
<p>E il bello è che mentre stavi morendo, o comunque scavandoti la fossa piano piano, il tuo Stato ti diceva che &#8220;era tutto OK&#8221;.</p>
<p>E ti parlano di guerre intelligenti!<br />
Io non l&#8217;ho capita, concepita, testata, tutta questa intelligenza!</p>
<p>Se così possiamo definire un qualcosa che provoca, solo a noi italiani, quasi 8000 malati di tumori vari, e 340 morti per gli effetti dei proiettili ad uranio.<br />
Però per lo Stato non v&#8217;è nesso tra l&#8217;utilizzo di quei proiettili e le nostre malattia.<br />
Come se non fossero causa ed effetto.</p>
<p>E così, se non muori con il male, lo fai con lo stillicidio di cause civili e codicilli che vai ad affrontare, per ottenere un risarcimento o un sussidio a quanto ti è stato tolto.<br />
Ma ci fosse solo l&#8217;uranio!<br />
Il tritolo, la pentrite e i fulminati, solventi, vernici, insetticidi, decontaminanti per il lavaggio di mezzi e strutture.<br />
Ecco un magnifico cocktail di morte offerto in quelle zone!</p>
<p>A disposizione di noi militari ma anche delle popolazioni civili di quei posti, vecchi, donne e, sopratutto, bambini.<br />
E così, alla fine, per via di una guerra intelligente, ti trovi stupidamente seduto su questa sedia, fuori questa veranda.<br />
Ad osservare nei tuoi figli un futuro che non sarà mai il tuo.<br />
Ad ascoltare i rumori di tua moglie per fissarli in un passato che sta svanendo.<br />
Il presente?<br />
Quella coperta sulle ginocchia,la bombola di ossigeno al tuo fianco e mezzo polmone andato a puttane.</p>
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		<title>IL CAVALIERE E LO SCUDIERO</title>
		<link>http://www.pensolibero.it/2019/04/14/il-cavaliere-e-lo-scudiero/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Apr 2019 19:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>
		<category><![CDATA[Cervantes]]></category>
		<category><![CDATA[Don Chisciotte]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il buio, sulle terre della Mancia, è arrivato subitaneo e improvviso, come spesso accade. La Mancia, già, con quel nome, derivante dall&#8217; arabo Al-Mansha ( &#8220;terra secca&#8221;), che richiama echi di una terra di siccità. Le pianure brulle, assolate di giorno, sono mute e immutabili testimonianze di quanto quel nome sia veritiero, nonostante il prezioso &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2019/04/14/il-cavaliere-e-lo-scudiero/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">IL CAVALIERE E LO SCUDIERO</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"></span>Il buio, sulle terre della Mancia, è arrivato subitaneo e improvviso, come spesso accade.<br />
La Mancia, già, con quel nome, derivante dall&#8217; arabo Al-Mansha ( &#8220;terra secca&#8221;), che richiama echi di una terra di siccità.<span id="more-3999"></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Le pianure brulle, assolate di giorno, sono mute e immutabili testimonianze di quanto quel nome sia veritiero, nonostante il prezioso lavoro di costruzione di canali di irrigazione da parte dei conquistatori arabi, in un tempo ove i barbari eravamo noi, immersi in confusi e menzogneri dogmi religiosi.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Quelle stesse pianure che, allorché scende quest&#8217;improvvisa oscurità, sembrano inghiottite dalla bocca di un vorace mostro.<br />
Il fuoco di un bivacco rischiara il buio della notte e i due uomini vicino ad esso sembrano due figure a metà tra il surreale e il caricaturale.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">L&#8217;uno, sulla cinquantina, alto e allampanato, vestito di corazza e armatura a mo&#8217; di cavaliere medievale.<br />
L&#8217;altro, basso e grassoccio, barba incolta e sguardo non proprio sveglio.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">L&#8217;uomo in armatura sbracia il fuoco con l&#8217;aiuto di un bastone.<br />
La fiamma arde di nuova vita, come a ribellarsi da una immeritata sferzata di scudiscio.<br />
«Dormi pure, mio fidato scudiero» pronuncia il cavaliere a capo chino «veglierò io sul tuo sonno affinché predoni in carne o mostri figli della notte non ci arrechino pericolo».</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Il tipo grassottello per tutta risposta si alza, gira le spalle al suo compagno e al fuoco, scalcia lontano uno dei tanti ciottoli di pietrisco che formano quelle brulle terre.<br />
«Perdonatemi la schiettezza, Don Alonso. Ma è un rospo che da troppo tempo ho dentro, e devo sputarlo, con o senza il suo consenso»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Don Alonso compie un cenno d&#8217;assenso col capo e con un gesto della mano invita il suo scudiero a continuare.<br />
«Ma certo, mio buon Sancho. Abbiamo vissuto così tante avventure e sfidato la sorte in cotanta quantità che, pur rimanendo cavaliere e scudiero, tra noi non c&#8217;è segreto che si possa celare o parola alcuna che non si debba pronunciare»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Sancho sbuffa spazientito.<br />
«Avventure, sorte, pericoli. Ecco, proprio di questo volevo parlarvi, Don Alonso. Ditemi, ci credete veramente?»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">L&#8217; allampanato cavaliere lo guarda frastornato.<br />
«Ma..mio caro Sancho..tu stesso, con i tuoi occhi, hai potuto vedere le orde arabe, i giganti..»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Sancho lo ferma con un gesto della mano.<br />
«Giganti, orde arabe, demoni! Ancora con questa storia. Oppure vogliamo dirci il vero e parlare di mulini a vento, greggi di pecore e burattini?»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Don Alonso tenta una timida protesta.<br />
«Ma, mio scudiero, vuoi tu&#8230;»<br />
«Per favore, mio nobile padrone, basta con i vaneggiamenti! Vogliamo parlare della sua dama, tal Dulcinea che altro non è che una contadinotta la quale la sua massima grazia è concedersi a chiunque passi per il suo fienile?»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Il cavaliere è inebetito, incapace di muovere una sola obiezione, fosse anche solo per difendere l&#8217;onore della sua dama.<br />
Che forse un inaspettato tarlo incominci a far capolino nella sua mente?<br />
Oppure è conscio che non può più mentire a se stesso, non più negare quello che ha sempre saputo?</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Sancho, l&#8217;umile, ignorante scudiero, lo incalza, lo stringe, come un torero usa con il toro  nell&#8217;arena, all&#8217;angolo della realtà, usa le parole alla stregua di un picador che conficca la sua &#8220;vara de picar&#8221; tra i muscoli del collo della bestia da sfinire.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Aspetta, Sancho,  di diventare torero e terminare vittorioso quella corrida verbale, usando l&#8217;argomento decisivo come spadino per &#8220;matare&#8221; le ultime certezze del maturo cavaliere che ha di fronte.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">«Ma quale isola e castello come premio! Di quale cavalleria errante si ciancia, Don Alonso? Perché accettare questa buffonata passivamente, perché barattare la nostra dignità per la gloria di un imbrattatore di inchiostro e per il divertimento di chi lo legge?»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Una pausa, un sospiro, poi la corrida riprende, spietata, disumana.<br />
«Lei, lo squilibrato folle. Io, il contadino ignorante. Personaggi creati ad arte per un eterno dileggio che si perpetra in ogni singola copia esistente di questo maledetto libro. Ogni volta che qualcuno lo apre si dipanano le ore, i giorni, i mesi, gli anni nel quale la sua follia e il mio essere mentecatto danno ben mostra di loro. Quando lo chiudono scende su di noi l&#8217;oblio di queste notti dove possiamo essere noi stessi, indipendenti dalla penna che ci ha creato, liberi da un copione già scritto. Non siamo più macchie di inchiostro ma spiriti con una coscienza, chiusi in una prigione fatta di cellulosa, in un mondo creato da una mano a noi ostile, a suo uso e consumo».</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Sancho ora è dinanzi all&#8217;anziano cavaliere, che rimane seduto, il capo chino, con le braccia ossute poggiate sulle ginocchia.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">«Ora» continua Sancho «la domanda che le pongo, Don Alonso, è questa: lei crede veramente di essere un cavaliere errante e in giganti, damigelle in pericolo, mostri e streghe?»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Don Alonso alza la testa, guarda lo scudiero negli occhi.<br />
Le fiamme del bivacco, la notte buia, quei discorsi mai fatti prima.<br />
Dov&#8217;è il confine fra immaginario e realtà?<br />
È surreale pensare che dei personaggi immaginari parlino di se stessi come persone reali.<br />
Che siano burattini forzati ma immaginari quando viene aperto il libro, e diventino più reali con una coscienza propria quando il libro viene chiuso.<br />
Eppure sono lì, creature di un creatore che ha sostituito il soffio divino con penna, calamaio e inchiostro.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">La sua replica, tremolante come un bambino che muove i primi passi.<br />
«Noi seguiamo un copione, siamo personaggi..»<br />
«Don Alonso, non tergiversi: lei crede in ciò che fa e ciò che crede di essere?»<br />
«No, non ci credo»<br />
&#8220;E allora perché ogni volta che qualcuno chiude questo libro, che la notte cade su di noi con il buio dell&#8217;oblio, lei continua a dirmi che veglierà su di me contro mostri e predoni? Perché non ammette a se stesso di essere una semplice macchia di inchiostro priva di volontà e succube della gloria cercata da chi ci ha creato?»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Potrebbe essere uno strano scherzo di giochi d&#8217;ombra, un casuale riflesso delle fiamme del bivacco.<br />
Eppure, se lo si potesse osservare, a nessuno sfuggirebbe quell&#8217;ardore che ora dà nuova vita agli occhi, prima cerulei e spenti, del cavaliere errante.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Quegli occhi Sancho li ha già conosciuti.<br />
Quando i mulini a vento diventavano giganti, i greggi di pecore armate di infedeli, osterie per castelli. </span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Ora quel fuoco è divampato, negli occhi, in maniera ancora più forte.<br />
Sancho capisce che non ha fatto a tempo a diventare torero per assestare il colpo letale al toro.<br />
Che, come picador, è stato forse disarcionato da un toro ferito sì, ma ancora capace di sollevare la testa al di sopra della linea del dorso nonostante le picche conficcate.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Don Alonso si è alzato, dritto nella sua sgangherata armatura, più possente di quanto possa far apparire quel suo ossuto corpo.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">«Mio caro vecchio Sancho, mio fido amico e compagno, come dici tu, di dileggio altrui. Oh, certo che so quel che sono. Sono un personaggio da libro, come te. C&#8217;è chi nasce eroe, chi bandito, chi vendicatore e chi, come noi, folli. C&#8217;è chi fa innamorare, chi fa piangere, e chi come noi sorridere».</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Una pausa, per essere sicuro di esser seguito nel filo invisibile delle parole.<br />
«Sai cosa ci accomuna, con tanti nostri fratelli di libro pur diversi? Non è solo l&#8217;essere un glifo di inchiostro su una pagina bianca. No, Sancho, non è solo questo. In comune abbiamo molto di più: l&#8217;immortalità. E questo nemmeno il nostro creatore poteva aspettarselo. Lui ha trovato la gloria attraverso di noi, noi esistiamo grazie a lui. Noi come altri, però, siamo sopravvissuti ai nostri creatori. E ora loro vivono riflessi della nostra gloria»<br />
«Non la seguo, Don Alonso»<br />
«Eppure è semplice, mio buon scudiero. Il mio nome, il tuo, quello di Lancilotto o di Achab sono oramai famosi in tutto il mondo. Spesso, però, si ignora, si dimentica il nome di chi ci ha creato. Sentirai dire &#8220;Chi, Cervantes? Ah sì, quello di Don Chisciotte e Sancho Panza&#8221; e non il contrario. Noi siamo sopravvissuti alla loro morte e loro vivono solo attraverso noi»</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Don Chisciotte, perché questo è il nome con il quale è stato, è e sarà conosciuto Don Alonso Quijano, si avvicina al suo fido scudiero Sancho Panza, gli pone le mani sulle spalle. </span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">«Non essere astioso, Sancho. Non siamo solo macchie d&#8217;inchiostro alla mercé dei pruriti dei nostri creatori. Siamo sogno, emozione, gioia e dolore, lacrime e risate per chi ci legge. Siamo quello che siamo perché creati per ottenere tale scopo. E il mio essere folle e il tuo essere sempliciotto non sono marchi di infamia, ma la nostra impronta per esistere e diventare immortali. Ecco perché, ad ogni chiusura di questo libro io tornerò a vegliare sul tuo sonno, contro mostri e predoni. Perché rinunciarci, oltretutto senza beneficio per alcuno?» </span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Don Chisciotte si volta per attizzare il fuoco.<br />
Sancho non può che ammettere che, in fin dei conti, il cavaliere ha ragione.<br />
Ma ha ancora una picca da conficcare, prima di darla vinta al toro.</span></span></span></p>
<p><span id="fbPhotoSnowliftCaption" class="fbPhotosPhotoCaption" tabindex="0" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}"><span class="hasCaption"><span class="text_exposed_show">Un sonoro calcio raggiunge le terga di Don Chisciotte, che ruzzola per terra con gran clanglore della sua armatura.<br />
Frastornato, rimane a terra a gambe larghe e guarda stupito il suo scudiero.<br />
«Sancho, cosa ti è passato per la testa?»<br />
Sancho si sistema a terra, tra le coperte da viaggio, pronto a dormire.<br />
«Ha ragione, signor padrone su tutto tranne sulla mancanza di benefici per qualcuno. Io ora mi sento soddisfatto e la avverto: da domani ogni volta che apriranno questo dannato libro io tornerò a farmi bastonare da pastori, osti e contadini per le sue follie. Ma chiuso il libro, calate le tenebre, mi riterrò libero di prenderla a calci. Buonanotte»</span></span></span></p>
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		<title>Melassa</title>
		<link>http://www.pensolibero.it/2018/09/25/melassa/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 21:56:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quarant’ anni. Tanto sono mancato da Boston. Ero andato via bambino speranzoso, vi sono ritornato da adulto disilluso. È sera. Esco dal Camford Hotel attraverso le sue porte girevoli automatiche, il portiere in livrea rosso pompeiano mi saluta con la consueta cortesia. Un sorriso non si nega a nessuno, soprattutto se dai una mancia per &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2018/09/25/melassa/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Melassa</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quarant’ anni.<br />
Tanto sono mancato da Boston.<br />
Ero andato via bambino speranzoso, vi sono ritornato da adulto disilluso.<br />
È sera.<span id="more-3783"></span><br />
Esco dal Camford Hotel attraverso le sue porte girevoli automatiche, il portiere in livrea rosso pompeiano mi saluta con la consueta cortesia.<br />
Un sorriso non si nega a nessuno, soprattutto se dai una mancia per chiamarti un taxi oppure per far salire una battona in camera.<br />
Guardo il cielo.<br />
Nuvole di colore più chiaro, quasi giallastro, indicanti un limite di condensazione molto più basso.<br />
Non è pioggia, sarà neve.</p>
<p>La ricordo la neve a Boston.<br />
Solo che allora il cielo e le nuvole che la preannunciavano erano scure.<br />
Il giallo di oggi è dovuto alle particelle di smog di una delle città più inquinate al mondo.</p>
<p>Particelle invisibili, leggere a sufficienza per salire in alto, molto in alto, anche se più spesse del vapore acqueo, e che riflettono il micidiale cocktail di effluvi di ozono, polveri sottili, biossido di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio che ci sovrasta.<br />
Forse sarà questo miscuglio di veleni a farmi sentire questo strano odore dolciastro.</p>
<p>Sembra pervadere l’aria, nonostante le basse temperature.<br />
Siamo al 15 di gennaio e fa freddo, come sempre in questo periodo, quindi alzo il bavero del mio loden e mi incammino.<br />
Non ho una direzione precisa, un luogo prestabilito.<br />
Magari mi basta trovare un irish pub qualsiasi dove assaporare una vera birra, una Guinness alla spina e non quelle, melense come sciroppi, in bottiglia.</p>
<p>A Boston, nei sobborghi e nei quartieri, le temperature sono sempre più basse, rispetto alla costa.<br />
Quasi a rappresentare il netto divario del campionario umano che si divide tra ristoranti di classe di Back Bay e bidoni della immondizia della zona portuale del North End e di tanti altri sobborghi.<br />
Boston è una città per ricchi concimata da poveri.<br />
Gente avvizzita, emaciata, abbruttita dall’uso di bevande torci budella, che si contende un cartone come coperta oppure un posto vicino a un fuoco come casa.</p>
<p>Si dice che a Boston non si possano distinguere i topi dai senza tetto.<br />
Errato.<br />
I topi, almeno loro, mangiano ogni giorno, fosse anche un senza tetto morto assiderato in notti fredde e nevose come questa che sta arrivando.<br />
E, se anche fosse che qualche topo finisce per essere pietanza per un poveraccio, non è quest’uomo per strada comunque ad essere, a Boston, in cima alla catena alimentare.</p>
<p>Camminare mi aiuta a non sentire il freddo che vuole penetrarmi nelle ossa.<br />
Al di là della strada che percorro vedo qualcosa che potrebbe diventare un mio obiettivo, il posto che fa al caso mio.<br />
Il nome, Killraney pub, non mi dice niente, tranne che forse ci troverò quella birra che cerco.<br />
Devo solo cercare di attraversare.</p>
<p>Alle spalle un vicolo buio, uno dei tanti di Boston.<br />
Occhi che mi osservano al di sotto di un berretto di lana e al di sopra di qualcosa frammisto tra barba e capelli grigi.<br />
Il resto è indistinguibile, vuoi per il nero del buio, vuoi per il nero della sporcizia fissatosi su quel volto come una seconda pelle.<br />
Sta sdraiato in terra, addossato alla parete del vicolo, avvolto in un pastrano dal quale fuoriescono solo le mani e le parti inferiori delle gambe.<br />
Sento la voce di quegli occhi, anche se non giurerei di aver visto labbra muoversi.</p>
<p><em>«Un Washignton quarter per i vostri pensieri, un Kennedy half per farli miei, una Susie per ascoltare una storia»</em></p>
<p>Non ho voglia di niente se non di quella pinta di birra.<br />
Prendo il pezzo da un dollaro, la “Susie” come l’ha chiamata lui, e lo getto nel barattolo al suo fianco.<br />
Da rumore che fa , cadendo all’interno, penso che non abbia molta compagnia del suo stesso valore.<br />
Ritorno a fissarmi sul mio obiettivo, il pub.<br />
Gli occhi parlano nuovamente.</p>
<p><em>« La storia, signore, avete acquistato il diritto di ascoltarla»</em><br />
<em> «Non ora, vecchio»</em></p>
<p>Sento un tintinnio ai miei piedi.<br />
Abbasso lo sguardo e vedo il volto austero di Susan B. Anthony, la prima donna raffigurata su una moneta statunitense, paladina del diritto al voto del sesso debole, guardarmi come a volermi rimproverare.</p>
<p><em>«Niente storia, niente Susie. Non sono qui ad elemosinare, devo guadagnarmelo, il suo dollaro»</em></p>
<p>Raccolgo la moneta, mi volto a guardare il barbone, stupito da quell’atto di dignitosa superbia.<br />
Potrei intascare di nuovo il mio dollaro, girare i tacchi e andarmene verso il caldo del pub e la mia meritatissima birra.<br />
C’è , però, qualcosa in quell’uomo che mi confonde, mi incuriosisce, mi trattiene.<br />
Mi avvicino a lui, rimetto il dollaro nel barattolo.</p>
<p><em>«Avanti, vecchio, narra la tua storia. Vedi di fare presto, però! Ho una birra che mi aspetta e una nevicata da evitare»</em></p>
<p>Il vecchio allunga una mano e, dal profondo del buio del vicolo tira fuori una cassetta di plastica, di quelle che si usano per infilarvi le bottiglie.</p>
<p><em>«Si accomodi sulla mia poltrona, e mi perdoni per il mio arredamento spartano, ma sono in fase di restyling..capirà!»</em></p>
<p>Come se fosse la cosa più naturale del mondo mi accomodo su quella improvvisata “poltrona”.<br />
Sarebbe da ridere se non fosse anche un segno di pazzia quanto sto facendo.<br />
Io, ricco imprenditore italo americano seduto in un vicolo con un dannato senza tetto in una sera fredda.<br />
Al di là di quel mondo, di quel vicolo, sembrano chiamarmi, come sirene allettanti, le luci, il caldo, i divertimenti della Boston che mi sono conquistato con anni di sacrificio.<br />
Il mio mondo.</p>
<p>Ora, però, io sono lì, al fianco del barbone e nel buio della notte il mio loden non è tanto diverso dal suo pastrano.<br />
Se c’è una logica nel cervello umano, beh, questa sera si è andata a farsi fottere nel mio!<br />
Mi accomodo al meglio, sulla scomoda e improvvisata suppellettile.</p>
<p><em>«Avanti vecchio, racconta! E fa in modo che la storia valga un dollaro, il freddo e la pinta di birra che mi aspetta. Innanzitutto, hai un nome?»</em></p>
<p><em>«Ha importanza? È la storia che è importante. Io potrei chiamarmi Adam, George, Isaac o anche come voi, non cambierebbe nulla. Dai vostri abiti eleganti capisco che siete benestante. D’altronde, pochi possono permettersi di buttare via un dollaro in questi magri tempi, almeno che non siano alla stregua di forfora fastidiosa nella tasca. A proposito, mica in quelle tasche avete pure una cicca? Sapete, con questo freddo..»</em></p>
<p>Qualsiasi persona di buon senso si alzerebbe e se ne andrebbe via.<br />
Anzi no, qualsiasi persona di buon senso non sarebbe seduto lì.<br />
Evidentemente, io non lo devo essere e, dalla tasca interna del loden, tiro fuori sigarette e accendino.<br />
Una per me, una per il vecchio.<br />
Volute di fumo si alzano in contrasto con l’aria gelida che scende.</p>
<p><em>«Vedete, io non sono stato sempre questo, cioè, voglio dire, un miserabile barbone. Lavoravo, una moglie che mi aspettava a casa, dei figli. Ho perso tutto, in pochi attimi. E sapete per cosa? Della dannatissima, schifosa melassa! Sapete a cosa serve la melassa, signor..?»</em></p>
<p><em>«Jake Rametta. Certo che so a cosa serve la melassa! Dalla sua distillazione si produce rum e persino la vodka. Era usata anche per fabbricare munizioni»</em></p>
<p>Il vecchio, o per lo meno i suoi occhi, mi guardano soddisfatti.</p>
<p><em>« Esatto! E lei forse non sa che uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, John Adams, ebbe a dire “Non so perché dovremmo arrossire confessando che la melassa fu un ingrediente essenziale nell’Indipendenza Americana. Molti grandi eventi sono nati da cause ben più piccole”?</em></p>
<p>Sta incominciando a nevicare, piccoli e radi fiocchi si fermano sul mio loden, ma subito si tramutano in acqua.<br />
Qualcosa mi dice che dovrei alzarmi di lì e dirigermi al pub.<br />
Qualcosa di ancora più forte mi trattiene lì, seduto su una cassetta di plastica, in compagnia di un barbone.</p>
<p><em>« Vecchio, non sono qui per ascoltare gli aforismi sulla melassa!»</em><br />
<em>« Ha ragione! Veniamo al punto. Lo sente questo odore dolciastro nell’aria?»</em></p>
<p>Faccio un cenno d’assenso col capo.<br />
Il vecchio continua.</p>
<p>Il vecchio barbone interrompe un momento la narrazione, per poi continuare.</p>
<p><em>« Il mescolamento delle due melasse produsse fermentazione, gas. Inutile furono gli avvertimenti di un dirigente della struttura, un certo Isaac Gonzalez, che sentiva da giorni strani scricchiolii e rumori. Il 15 gennaio 1919, stesso giorno di oggi, ma quasi cent’anni fa, alle 12.41 il serbatoio collassò. Le pareti non ressero la pressione della melassa e dei gas creatisi dalla fermentazione, le giunture tra i pannelli di acciaio saltarono e 8,5 milioni di litri di liquido viscoso fuoriuscirono con un boato in tutte le direzioni, creando un’ondata alta più di sette metri, larga cinquanta e che viaggiava a cinquanta chilometri l’ora»</em></p>
<p>Da piccolo avevo sentito narrare di quella storia, ma l’avevo sempre considerata una leggenda metropolitana, tanto sembrava assurda: un maremoto di melassa!<br />
I fiocchi di neve intanto incominciano a essere più consistenti, ma ora mi sembra tutto così affascinante!<br />
Voglio ascoltare la fine della storia.<br />
Il mio anfitrione continua.</p>
<p><em>«La marea di melassa spazzò tutto ciò che incontrò sulla sua strada, per centinaia di metri dell’affollata Commercial Street, la via più importante del North End. Travolse case, capannoni, automobili. Una stazione dei pompieri venne sradicata dalle fondamenta e quasi gettata nell’acqua. Alcuni bambini che stavano raccogliendo legname da ardere ai piedi della struttura furono sommersi. Vi furono più di 21 morti e 150 feriti. Il cadavere di un italiano venne ritrovato solo dieci anni dopo. Un ora dopo, con le temperature fredde, la melassa incominciò a seccarsi, racchiudendo, come un macabro feretro, corpi di persone e animali. Un odore dolciastro, come quello che lei avverte ora, si diffuse per l’aria. Ci vollero 6 mesi per ripulire tutto. Mia moglie e i miei due bambini furono tra le vittime della vicina stazione di Atlantic Avenue»</em></p>
<p>L&#8217;ho ascoltato con attenzione, ma ora sono sicuro che fra i due squinternati sotto la neve, il maggior matto è il mio barbone!<br />
Praticamente stava sostenendo di avere più di cent’anni!<br />
Incomincio a ridere, sinceramente divertito dalla sua follia nel narrare e della mia nell’ascoltarlo, dandogli credito.</p>
<p><em>« È così saresti un sopravvissuto del disastro del 1919! Cribbio vecchio, sei hai in melassa qualcosa, è il tuo cervello! E stasera hai trovato un idiota come me! Bravo, ti sei meritato il dollaro!»</em></p>
<p>Il vecchio barbone, per nulla offeso dalla mia ilarità, si alza in piedi.</p>
<p><em>« Sono quasi cent’anni che, di questo giornata, racconto questa storia. Vi avverto, come avvertii, allora, inascoltato. Se mi avessero ascoltato allora, quel disastro si sarebbe evitato.  La mia famiglia non sarebbe stata distrutta. I miei sensi di colpa non mi avrebbero annegato in quei liquori che quella melassa produceva, riducendomi a un inutile vagabondo di strada»</em><br />
<em>« Cavolo, vecchio, ma chi credi di essere, allora?»</em></p>
<p>Il vecchio mi guarda, lui in piedi, io seduto sulla cassetta e con le spalle al muro.<br />
La neve cade sempre più copiosa.</p>
<p><em>« Io sono quel che so di essere: Isaac Gonzalez, il dirigente della struttura che venne inascoltato allora, e deriso da te oggi!»</em></p>
<p>Oramai rido a crepapelle, mentre la neve mi ricopre sempre più copiosa, ma non mi importa di lei, del pub di fronte, della pinta di birra.<br />
Con le lacrime agli occhi vedo dissolversi il vecchio barbone, scomparso, come inghiottito, fra la nevicata sempre piu&#8217; fitta.<br />
Dovrei alzarmi ma sono come inchiodato col culo sulla cassetta e le spalle al muro.<br />
E rido, rido, rido.</p>
<p>Il mattino seguente la volante della polizia, avvisata da qualche passante, arriva vicino al vico prospiciente al Killraney pub.<br />
Discendono due poliziotti e si avvicinano alla figura coperta dalla neve.<br />
È seduta su una cassetta di plastica, con la schiena addossata al muro.<br />
Ci vuol poco a capire che è morto assiderato.</p>
<p><em>« Uno dei soliti barboni che bazzicano questi marciapiedi. Povero diavolo!»</em> prorompe uno dei due agenti.<br />
L’altro guarda dubbioso.</p>
<p><em>« Non direi, guarda come è vestito. Troppo elegante»</em><br />
<em> « Allora sarà stata sorpreso dalla nevicata ubriaco fradicio. Magari si sarà sbronzato al pub laggiù. Guarda tu se ha documenti, mentre io avviso l’obitorio che si attivi per prelevarlo»</em></p>
<p>L’altro poliziotto scosta della neve dal loden, delicatamente.<br />
Trova nella tasca interna i documenti del poveraccio.<br />
Legge sulla patente il nome del malcapitato: Jake Rametta.<br />
Sta per comunicarlo al suo collega, intento a chiamare la centrale, quando la sua attenzione viene distolta dal pugno della mano destra del morto.</p>
<p>È serrato, come a voler nascondere qualcosa.<br />
Con non poca fatica, il poliziotto riesce ad aprire le dita intirizzite dal freddo e dal rigor mortis.<br />
Dalla mano cade a terra una moneta.<br />
È da un dollaro, è una “Susie”.<br />
Il poliziotto la riconosce dalla severa faccia di donna rappresentata in effige.</p>
<p>Gli vengono in mente strane storie di apparizioni di fantasmi, disgrazie che accadono quasi sempre in quella giornata.<br />
Sono legati ad avvenimenti nel passato, qualcosa riguardante un inondazione di melassa.<br />
Un brivido di freddo gli percorre la schiena.<br />
Leggende metropolitane, dice a se stesso.</p>
<p>Guarda il cielo, nuvole gialle.<br />
Non nevica più, ma lo smog è sempre presente.<br />
Quello, non la melassa, li ucciderà di sicuro.</p>
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		<title>Il segreto del mio successo</title>
		<link>http://www.pensolibero.it/2017/12/31/il-segreto-del-mio-successo/</link>
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		<pubDate>Sun, 31 Dec 2017 18:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ebbene sì, sono uno scrittore! E, senza falsa modestia, anche di discreto successo! La mia forza, il mio successo nascono dal fatto che io so narrare, nei miei racconti noir, il mondo e la vita. Quelli reali. Niente amori platonici alla Romeo e Giulietta. Né impavidi cavalieri ed eroi senza macchia e paura, nobilitati da &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2017/12/31/il-segreto-del-mio-successo/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Il segreto del mio successo</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ebbene sì, sono uno scrittore!<br />
E, senza falsa modestia, anche di discreto successo!<br />
La mia forza, il mio successo nascono dal fatto che io so narrare, nei miei racconti noir, il mondo e la vita.<br />
Quelli reali.</p>
<p><span id="more-3556"></span><br />
Niente amori platonici alla Romeo e Giulietta.<br />
Né impavidi cavalieri ed eroi senza macchia e paura, nobilitati da animi puri.</p>
<p>Né luoghi e mondi idilliaci dove il bene  arriva a trionfare sul male, puntuale come l&#8217;arcobaleno dopo la pioggia.<br />
Nossignore!</p>
<p>Io racconto il mondo reale, che è brutto, sporco e, immensamente, cattivo!</p>
<p>Il mondo, e la vita, fatta di orrori, lacrime, paura e sangue!<br />
Narro la realtà che ci permea  ogni giorno, dove dovremmo chiederci, nella moltitudine di umanità che ci circonda, quanti e quali sono i mostri pronti a ghermirci.</p>
<p>La vecchietta tenera ed avvelenatrice, il professore disponibile e violentatore, il poliziotto vigile e sadico e via dicendo.</p>
<p>Un campionario di umana bestialità, che nasconde, dietro la maschera che indossa, la sua vera oscura personalità.</p>
<p>Il mio successo lo decretano i miei lettori, attratti dal mio modo di raccontare talune storie che sembrerebbero partorite da menti folli.</p>
<p>Si immergono nella lettura, discendendo in un mondo torbido, dove è molto labile il confine tra ripugnanza e sadica eccitazione.</p>
<p>Alcuni lettori mi scrivono accalorate lettere, nel quale mi chiedono come possa io riuscire a rendere reale, in un semplice inchiostro, il sapore del sangue, della paura, del brivido del proibito.</p>
<p>Ognuno ha i suoi piccoli segreti, in ogni arte lavorativa.<br />
Io ho i miei.<br />
Posso solo assicurarvi che le mie storie sono attinte dal reale, sono &#8220;vissute&#8221;!</p>
<p>La ragazza che è nella stanza, seduta su una sedia di fronte a me potrebbe confermarlo.<br />
Se solo potesse farlo.<br />
Se avesse ancora la lingua per parlare e gli occhi per guardare nei vostri.<br />
Se non fosse stata legata con i polsi ai braccioli e le gambe ai piedi della sedia.<br />
Potrebbe raccontare delle sevizie subite, dalla violenza sessuale ai seni asportati.</p>
<p>E così sarebbe per tanti altri personaggi dei miei libri.<br />
Trovereste, nelle loro narrazioni assolutamente  riscontrabili, quanto ho scritto io e voi avete letto nei miei, di racconti.</p>
<p>Perché io sono bravo, davvero, a raccontare ciò che accade nel mondo reale.<br />
Sono bravo a narrare di mostri e di vittime.</p>
<p>Soprattutto di vittime, i miei eroi sempre perdenti.</p>
<p>Perché io racconto ciò che voi potete solo immaginare leggendone.</p>
<p>Narro ciò che vedo.<br />
Narro ciò che creo.</p>
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		<title>Noi semo noi, gli altri nun son un cazzo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2016 23:35:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“ Weee, Denis, come ti butta?” “Grandissimo farabutto di un Bomba! Ora capisco perché ti chiamano così!” “Ma che dici, Denis! Mica te la sei presa per le nomine del mio sottoposto?” “Ma noooo, vedi tu. Mesi e mesi a salvarti il culo e questo è il ringraziamento!” “Ma stai serenoooooo.” “Ecco, proprio questo mi &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2016/12/13/noi-semo-noi-gli-altri-nun-son-un-cazzo/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Noi semo noi, gli altri nun son un cazzo</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ Weee, Denis, come ti butta?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Grandissimo farabutto di un Bomba! Ora capisco perché ti chiamano così!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ma che dici, Denis! Mica te la sei presa per le nomine del mio sottoposto?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<p><span id="more-3007"></span></p>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ma noooo, vedi tu. Mesi e mesi a salvarti il culo e questo è il ringraziamento!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ma stai serenoooooo.”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ecco, proprio questo mi fa girare i coglioni non poco. Pensi che io sia Letta o Cuperlo?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ma nooo, guarda che non siamo qui a vivacchiare. L’Italia è un paese bellissimo, e noi dobbiamo guardare ai tramonti pensando già all’alba che verrà..”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ma che minchiate stai dicendo? Credi di aver di fronte i pecoroni imbalsamati del tuo partito? O i vecchietti da visita geriatrica che ti hanno dato i voti?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Denis, Denis mio caro, dimmi: chi è il piu’ cazzaro del reame?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Te, e superi di una buona spanna il nano di Arcore”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Appunto! Quanto ti credi che debba durare il governo di “Penna bianca” Gentiloni? A proposito, sai che ho scoperto che ha origini nobili? Come il conte Mascetti, quello di Amici Miei?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Lo so, lo so, ma il Mascetti l’era un gran furbone, questo al massimo è un gran fregnone”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Esattoooo! Vedi che se accendi il cervello sotto la zazzera bianca ci arrivi pure tu!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Mica ti capisco. Io so solo che con la Boschi premiata, Alfano sdoganato agli esteri (ma gli dai tu lezioni di inglese?), la Finocchiaro da carrellista rottamata a riformatrice, gli unici trombati siamo io e quella mezza sega di Enrico Zanetti!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ma nooo, stai serenooo, che non è così!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“E dagli con ‘sto stare sereno. Se non fosse che mi girassero i coglioni come le pale di un elicottero, me li gratterei per sfiga!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Oh Denis, ma te Machiavelli, l’hai mai letto?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ E chi cacchio è? N’altro grillino del cavolo? Un economista alla Fusaro?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Ma nooo..è il padre putativo della real politique italiana, il mio mentore dopo Silvio e Giorgio”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ E fatteli dare da lui i voti al governo!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Testone di un Denis! E’ morto da qualche secolo,rispetto a lui Napolitano è un infante. Ma ha scritto un libro bellissimo, “Il Principe”. Forse proprio pensando a me!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ Va buò,il solito megalomane: e allora?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ E allora non hai visto il risultato dell’ultimo referendum? Che tranvata che ci hanno mollato, ‘sti pecoroni di italiani!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“E mica è solo colpa mia! Te l’hai voluto personalizzare pensando di essere il Kennedy dell’Arno!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ Eh lo so! Proprio per questo ora dobbiamo agire bassi bassi, quatti quatti, come la Banda Bassotti. Ci vuole un bagno di umiltà, e quindi mi sono subito tirato indietro. Hai mica letto i miei post al miele dove auguro la buonanotte agli italiani? Che bello, già immagino i fazzoletti pieni di lacrime e muco soffiato!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ E io che cazzo c’entro, in tutto questo”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ Ma Denis caro, tu mi servi per rifarmi una verginità. Mica lo posso chiedere alla Boschi! Quella persino al paese suo le hanno rotto il culo al voto! Ma è bona e l’occhio vuole la sua parte! Te stammi a sentire, ora..”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Io la fiducia a Gentilizi non l’ha do!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Casomai Gentiloni. Sempre di cappelle parliamo, ma sono differenti. Ma stammi a sentire. Facciamo un bagno di umiltà, rifacciamoci una verginità che poi gli italiani, mangiato il mestolo di lenticchie, si dimenticano tutto. E alle prossime elezioni ci ripresentiamo di nuovo. Noi siamo noi, e loro non sono un cazzo. Te porti i voti tuoi e io i miei!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ E tu sei sicuro di averli? Perché non ti fai un partito per conto dei tuoi?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“SSttt..zitto, che se ti sente Fassino…Denis caro, io già l’ho sto facendo il partito per conto mio, non vedi? Solo che non sono tanto frescone da farlo con i soldi miei! Pian piano il Pd o lo trasformo o lo demolisco, con buona pace di Bersani, Cuperlo e Speranza che sanno che, senza di me, non valgono una sega”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Mi sembra difficile”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Fidati Denis. Mi chiamavano Bomba perché le sparavo sempre più grosse. Te pensa a rimetterti sotto l’ala protettrice del mi’ babbo spirituale e non ti preoccupare!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Chi? Il nano di Arcore? Ma quello mi vede come il fumo negli occhi, soprattutto la sua minoranza, come quel rompicoglione di Fitto”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“Appunto, la minoranza. E’ detta così proprio perché non conta un cazzo e serve a far girare il mazzo. Fidati, Denis!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ Te dici?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ E poi un bel 30% nostro, un bel 20% vostro, un dieci per cento di vari sfigati e con un bel proporzionale e un governo di larghe intese ai grillini le stelle le facciamo sentire, non solo vedere. Dal buco del culo!”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“E poi?”</div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa"></div>
<div class="_2cuy _3dgx _2vxa">“ Vota la fiducia. Con senso di responsabilità. Che poi ce mangiamo ‘sto paese!”</div>
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		<title>Prostituzione elettorale</title>
		<link>http://www.pensolibero.it/2016/06/18/prostituzione-elettorale/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2016 16:55:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Ciaooo&#8230;sono Maria Elena..” “ Quale Maria Elena? Cara, c’è qualche tua amica di pilates al telefono” “ Ma no, sciocchino! Sono la tua Maria Elena, il ministro delle riforme. E che ri…forme!!!” “ Ma chi, quella del PD? Quella della quale gira la foto in rete mentre firma con la mutandina che esce dal pantalone &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2016/06/18/prostituzione-elettorale/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Prostituzione elettorale</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>“Ciaooo&#8230;sono Maria Elena..”</p>
<p>“ Quale Maria Elena? Cara, c’è qualche tua amica di pilates al telefono”<span id="more-2344"></span></p>
<p>“ Ma no, sciocchino! Sono la tua Maria Elena, il ministro delle riforme. E che ri…forme!!!”</p>
<p>“ Ma chi, quella del PD? Quella della quale gira la foto in rete mentre firma con la mutandina che esce dal pantalone ?”</p>
<p>“ Ma quello è un fotomontaggio, mio caro!Dal vivo, sono anche meglio!</p>
<p>“Ma proprio la ministra che vuole cambiare la costituzione?”</p>
<p>“Certo!E chi altri come me, dotata di sana e appetitosa costituzione, potrebbe parlare meglio di ri…forme costituzionali?”</p>
<p>“ O capperi, e cosa volete da me tapino?”</p>
<p>“Niente di difficile, piccolo criceto mio. Ti chiedevo, se hai dubbi nel votare,solo di pensare da chi te la faresti dare!”</p>
<p>“ Ma cosa, non capisco!”</p>
<p>“Sciocchino che non sei altro! Ma l’hai vista la Raggi? Segaligna, direi! E invece se voti Giachetti…”</p>
<p>“ Sì,bel tipo quello, i leoni del Colosseo si sono estinti quando lo hanno visto così magro e raffazzonato!”</p>
<p>“Stupidino! Tu non voti lui, ma un harem, un paradiso di fantastiche donne che saranno ad aspettarti: me stessa, la Serracchiani, la Bonafè,la Picierno, la Moretti, la Maida,la De Micheli ! Altro che Raggi la segaligna! Qui sarai tra le segalegna!”</p>
<p>“Ma mica sono mussulmano! E poi non siete vergini!”</p>
<p>“Piccolo piccolo tesoruccio mio, e che te ne fai della Virginia?Ognuna di noi è Rotta ad ogni esperienza!”</p>
<p>“ Ma no, vai, mi avete anche inculato con la pensione e il mutuo”</p>
<p>“ Ciccino mio, ma se è questo il problema, ti faccio parlare con il mi babbo, che di pensioni non ne capisce, ma di inculate sì”</p>
<p>“ Ah già il tuo babbo è quello di Banca Etruria, quello dei correntisti fregati”</p>
<p>“ Ma no,tesoruccio! Mi babbo è persona onesta, solo che ha trovato tutti i correntisti che volevano fare quelle cose un po’ spinte, sai..come si dice..San Tommaso”</p>
<p>“Caso mai sadomaso”</p>
<p>“Nooo, proprio San Tommaso! Infatti li ha dovuti toccare là, nel culetto, per fargli credere che la fregatura era vera!”</p>
<p>“ Ma guarda che avete una bella faccia tosta, te e quel pagliaccio toscano! Vi siete ripresi anche gli 80 euro!”</p>
<p>“Cattivo, cattivo, cattivo! Il nostro magnaccia non è che se li ha ripresi per niente. Li ha reinvestiti nelle dentiere offerte dalla Serracchiani. Ma te non ne hai bisogno, a me va bene anche solo lingua!”</p>
<p>“ La Raggi è onesta e non farà pazzie come le Olimpiadi!”</p>
<p>“ Tu vota noi e sarà un olimpiade ogni giorno con noi, con le hostesse del PD: faremo il “Salto e te l’allungo”, il “Triatporn”, il “Salto sull’Asta”, la “Staffetta” con due o piu’ di noi, la “maratona” di 24 ore sesso no stop, il “te lo tiro a segno” e se arrivasse a fare anche un pò di neve anche lo “slippino”. Inoltre ti prometto che come ti si spegnerà la fiaccola, te la riaccenderemo!”</p>
<p>“ Bravi tutti a promettere, poi preparate dei pacchi…”</p>
<p>“Cicciolino mio, tesoruccio della tua Maria Elena, l’unico pacco che mi interessa è il tuo. E non solo quello dei voti! Ti prometto che mi ci dedicherò anima e ri…forme costituzionali”</p>
<p>“Va buò, ci penserò, ora devo andare che il piatto è a tavola!”</p>
<p>“Spumantino mio, anch’io ti lascio, ma ricordati : quando sarai da solo, al chiuso della cabina elettorale, con in una mano la matita per segnare, ricorda all’altra mano da chi vorresti fartela fare, e non indugiare oltre a capir chi votare…Ciaoooo, la tua Maria Elena”</p>
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		<title>Oltre la vita</title>
		<link>http://www.pensolibero.it/2016/05/02/oltre-la-vita/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2016 19:15:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti astemi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8220;Guarda, la neve::&#8221; &#8221; E&#8217; polvere di stelle&#8221; &#8221; La rugiada&#8230;&#8221; &#8221; E&#8217; lacrima di luna&#8221; &#8220;Il vento..&#8221; &#8220;E&#8217; il respiro dell&#8217;universo&#8221; &#8220;E tu..&#8221; &#8220;Sempre il tuo principe, mia signora&#8221; &#8220;E non mi lascerai piu&#8217;?&#8221; &#8220;No, mia signora: sarò sempre con te. Come neve ti accarezzerò. Come rugiada ti bacerò. Come alito di vento ti &#8230; <a href="http://www.pensolibero.it/2016/05/02/oltre-la-vita/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Oltre la vita</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.braviautori.com/pubblicazioni"><img src="https://www.braviautori.com/concorsi/brevi_autori/breviautori_4_banner.jpg" alt="" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">&#8220;Guarda, la neve::&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8221; E&#8217; polvere di stelle&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8221; La rugiada&#8230;&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8221; E&#8217; lacrima di luna&#8221;<span id="more-2149"></span></span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8220;Il vento..&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8220;E&#8217; il respiro dell&#8217;universo&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8220;E tu..&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8220;Sempre il tuo principe, mia signora&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8220;E non mi lascerai piu&#8217;?&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8220;No, mia signora: sarò sempre con te. Come neve ti accarezzerò. Come rugiada ti bacerò. Come alito di vento ti porterò il mio amore. Al di là dei monti, dei fiumi, dei boschi, del tempo e delle ore, dei giorni e delle notti, io sarò là, al tuo fianco. Ti basterà pronunciare il mio nome e io sarò lì.&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8221; E la morte, mio principe? Dimmi di essa!&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8220;La morte non è niente. Io sono sempre io, voi siete voi. Quello che eravamo l&#8217;uno per l&#8217;altra lo saremo sempre. Chiamami, mia signora, con il nome che hai sempre pronunciato. Parla con me come hai sempre fatto. Non adoperare un tono diverso. Non avere l&#8217;aria triste e solenne di chi è in lutto,nè affranta nel dolore tu sia. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere insieme.&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8221; Mio principe, mi dolgo a pensare che il ricordo possa svanire, l&#8217;oblio sopraggiungere e avvincere il semplice ricordo del tuo volto&#8221;</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8221; La morte non taglia il filo che la unisce alla vita. Perché dovresti perdermi nei tuoi pensieri? Pensi che, mia adorata, con la mia morte io sia fuori dalla tua vita? Ingannevole menzogna! Io ti aspetto, non sono lontano, semplicemente dall&#8217;altra parte del nostro cammino. Pronuncia il mio nome, anche solo nella tua mente e io ti sentirò. E ti sarò accanto.&#8221;</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.pensolibero.it/2016/05/02/oltre-la-vita/">Oltre la vita</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="http://www.pensolibero.it">PensoLibero.it</a>.</p>
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