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	<title>PensoLibero.it &#187; Mattera Antonio</title>
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		<title>Nel bene,nel male. Capitolo 2</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Apr 2023 19:33:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>NEL BENE, NEL MALE (di Antonio Mattera) CAPITOLO 1 Quanto prima ho raccontato l&#8217;ho potuto ricostruire anni dopo, ma non crediate che abbia usato poi tanta fantasia! Ciò che invece mi appresto a narrare sono ricordi vividi, impressi nella mia mente. E, a volte, nella mia pelle. Torniamo all&#8217;orfanotrofio, la mia prima vera casa. Naturalmente &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2023/04/09/nel-benenel-male-capitolo-2/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Nel bene,nel male. Capitolo 2</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>NEL BENE, NEL MALE<br />
(di Antonio Mattera)</p>
<p>CAPITOLO 1<br />
Quanto prima ho raccontato l&#8217;ho potuto ricostruire anni dopo, ma non crediate che abbia usato poi tanta fantasia!<br />
Ciò che invece mi appresto a narrare sono ricordi vividi, impressi nella mia mente.<br />
E, a volte, nella mia pelle.<br />
Torniamo all&#8217;orfanotrofio, la mia prima vera casa.<br />
Naturalmente le buone suore, tra una preghiera e un altra, cercavano qualcuno che potesse prendersi carico del marmocchio.<br />
Ma niente, neanche il più minimo interesse sviluppò quel piccolo involucro di carne che ero io.<br />
Forse furono i miei pianti da neonato, qualche visita nelle ore nelle quali il pannolone era più pieno o qualche poppata andata di traverso, tutti elementi atti a scoraggiare qualche avventuroso.<br />
Se mai ci fu questo avventuroso!<br />
Ad essere carino lo ero, come lo testimonieranno anche i fatti futuri.<br />
E la costituzione sana e robusta non mi mancava.<br />
Ma offerte, di una possibile famiglia, niente!<br />
Ero come un prodotto ignorato in una nicchia dal droghiere.<br />
Arrivai così alla tenera età di 5 anni, e le cose incominciarono a farsi leggermente più difficili.<br />
Gattonare ti permette una certa agiatezza, incominciare a camminare con le tue gambe è un preludio alle libertà future, parlare e lavarti i denti da solo ti immettono nel mondo noioso della scuola.<br />
E così iniziarono le lunghe e tediose giornate con asticelle, cerchi, zampette, numeri e via dicendo.<br />
Una fatica vergarle, ma ancora più faticoso impararle a decifrare, connetterle.<br />
Insomma imparare a leggere!<br />
Ma tant&#8217;è, tra qualche nerbata sulle mani e qualche punizione corporale, riuscii a superare anche questo.<br />
Intanto feci la conoscenza con i miei primi amici, altri bambini come me: Adam il grassottello, Tom dalla pelle color ebano, Moosey con la gamba corta.<br />
E, sopratutto, Myriam, dai capelli rossi e le lentiggini sulle guance.<br />
Eravamo una trentina di ragazzini, dai 3 ai 12 anni, e dividevamo il nostro tempo tra lo studio, qualche lavoretto nell&#8217;orfanotrofio e lo sbadiglio in occasione dei momenti di preghiera che dovevamo affrontare quotidianamente.<br />
Una routine noiosa che, a nostro parere, solo alcuni di noi avevano la fortuna di interrompere allorché erano chiamati a svolgere qualche incarico nella stanza della Madre superiore, suor Francine.<br />
Spesso toccava a Myriam officiare questi &#8220;particolari&#8221; compiti.<br />
Si sussurrava che le venissero dati anche dei dolci, se li svolgeva bene.<br />
Quindi logico intuire che ci sentissimo particolarmente invidiosi della fortuna che capitava a lei e agli altri!<br />
A loro volta, però, Myriam e altri bambini, che godevano di questo &#8220;trattamento di favore&#8221;, sembravano non esserne particolarmente entusiasti.<br />
Myriam, fra l&#8217;altro, pareva abbastanza sbadata nel loro compimento, in quanto, dai lividi che riportava, sembrava sempre dimenticarsi di questo o quell&#8217;altro spigolo presente nella stanza della madre superiore.<br />
Eppure doveva conoscerla bene!<br />
Uno dei compiti, dall&#8217;età di otto anni, che mi veniva assegnato, era di nutrire i piccioni che avevano le suore sull&#8217;attico dell&#8217;orfanotrofio.<br />
Mi piaceva oltre modo quel compito, potendo, da lassù, godere della vista della campagna tutta intorno a noi e lasciare le briglie della fantasia scorrere nell&#8217;immaginario di un mondo esterno che non conoscevo.<br />
O meglio, quello che conoscevo del mondo esterno si limitava al fattore Hershel e al suo camioncino che portava il latte e altri alimenti, la posta e quanto altro abbisognava al nostro sostentamento.<br />
Puntualmente doveva recarsi da Suor Francine per discutere il pagamento della merce portata, ma la discussione, pur durando in media mezz&#8217;ora nel segreto della stanza della superiora, non doveva essere particolarmente astiosa, visto che dopo uscivano entrambi molto contenti.<br />
Comunque, torniamo a quell&#8217;attico e ai nostri piccioni.<br />
Stavo fantasticando su mille avventure quando mi accorsi che non ero solo.<br />
Una figura esile, avvolta nello scialle verde che ben conoscevo, era ritta sul cornicione dandomi le spalle.<br />
I capelli rossi erano scompigliati dalle piccole raffiche di vento autunnale.<br />
Ma quelli, i capelli al pari dello scialle, erano dettagli ininfluenti.<br />
Avrei riconosciuto Myriam anche senza vederli.<br />
Ne sentivo ogni volta il profumo della sua pelle, anche da lontano.<br />
Era qualcosa di particolare che trascendeva l&#8217;uso dei sensi.<br />
Anni dopo qualcuno mi avrebbe detto che era una questione di &#8220;chimica&#8221;.<br />
Mi avvicinai cauto a lei. Non volevo spaventarla, essendo ritta sul cornicione. Che modo stupido di giocare, pensai fra me e me.<br />
«Myriam, cosa fai qui? Come sei uscita qua fuori?»<br />
Lei si voltò verso di me.<br />
Le lentiggini erano offuscate, sotto l&#8217;occhio destro, da un alone viola.<br />
Doveva aver battuto su un altro spigolo, pensai quasi infastidito della sua scarsa attenzione per se stessa.<br />
«Ciao, Glen. Hai lasciato il chiavistello aperto»<br />
Mi girai e compresi.<br />
Che stupido che ero stato!<br />
Le suore non facevano salire mai nessuno sull&#8217;attico, tranne me per quel particolare compito.<br />
Avevano munito la porta dal lato interno di serratura,della quale custodivano gelosamente la chiave.<br />
All&#8217;esterno della porta vi era un chiavistello da tirare, in modo tale da impedire l&#8217;accesso all&#8217;attico, per chiunque provenisse da dentro, mentre si era là fuori per qualsiasi motivo.<br />
Quel giorno, preso nelle mie fantasie, mi ero dimenticato di tirarlo.<br />
«Scendi da lì, Myriam, e torna dentro, altrimenti le suore potrebbero incavolarsi di brutto, se ti scoprono. E magari mi tolgono questo incarico.»<br />
«Ci tieni tanto, Glen?»<br />
Scrollai le spalle.<br />
«Mi piace, mi permette di vedere il mondo di fuori. E poi i piccioni sono una buona compagnia, o, quantomeno, non fanno domande né sgridano.»<br />
La guardai negli occhi.<br />
In un certo qual modo, ci eravamo sempre stati simpatici, benché Myriam avesse un paio di anni più di me .<br />
«E a te non piacciono i tuoi compiti?» le chiesi.<br />
«No. Per niente.» fu la sua laconica risposta, senza nemmeno guardarmi.<br />
Ero stupefatto, non capivo il perché.<br />
Certo, ogni tanto si procurava qualche livido, ma pensavo che il dolore svanisse subito, sopratutto quando lo potevi calmare con una bella e succosa caramella.<br />
«Eppure, dovrebbero piacerti! Ti danno anche dolci e leccornie!»<br />
Ancora oggi ricordo il sorriso triste di Myriam in risposta a quella mia fanciullesca e, oggi capisco, stupida affermazione.<br />
«Ah, ecco quello che pensate!»<br />
Mise una mano nella tasca e tirò fuori quelle che, per noi ragazzi, allora erano un piccolo tesoro: caramelle al miele!<br />
Allungò la mano verso di me.<br />
«Prendile Glen, sono tue. Te le regalo.»<br />
Eccome se le avrei volute prendere!<br />
Solo che non mi pareva giusto, erano sue, frutto del suo lavoro.<br />
Allora non ero ancora carogna come oggi.<br />
E forse quel giorno ha contributo a farmi diventare quello che sono.<br />
Ma bando alle chiacchiere e torniamo a quel pomeriggio, a quell&#8217;attico, a me e Myriam.<br />
Agitò la mano che impugnava le caramelle davanti al mio volto e mi ripeté convinta:<br />
«Prendile, Glen, sono tue, davvero!».<br />
Nella sua voce c&#8217;era quasi un tono d&#8217; implorazione.<br />
La cosa mi mise in imbarazzo e riuscii a bofonchiare solo una timida risposta.<br />
«Non posso, Myriam, non sarebbe giusto! Suor Francine ti da queste caramelle come ricompensa per i tuoi compiti.»<br />
Lei mi guardò con quei suoi occhi verdi e solo allora mi accorsi che piccole lacrime le solcavano il viso.<br />
Fece un cenno col capo e rispose con un laconico «Capisco.»<br />
Si rigirò e fece compiere al braccio, con il quale mi aveva porto quelle caramelle, un movimento rotatorio verso l&#8217;alto.<br />
Arrivata a mezza via, la mano si aprì e le caramelle volarono oltre il parapetto.<br />
Sembrò quasi che rimanessero sospese per un attimo, ma, subito dopo, le vedemmo cadere giù come stelle cadenti e scomparire alla nostra vista.<br />
Mi avvicinai al parapetto e guardai giù.<br />
Le caramelle erano li, cinque piani sotto di noi, macchioline quasi invisibili sparpagliate sul selciato.<br />
Mi voltai verso Myriam.<br />
Ero infuriato con lei, ma anche confuso.<br />
Preoccupato.<br />
Non per le caramelle, naturalmente, ma per la mia amica dai capelli rossi.<br />
Sapevo benissimo che se le suore avessero trovato quelle caramelle avrebbero capito che era stata Myriam a gettarle via.<br />
Le avrebbero raccolte, portate a Suor Francine e Myriam avrebbe anche potuto prendersi qualche punizione ( la più frequente, e io ne sapevo qualcosa a riguardo, era qualche nerbata sulle mani con un frustino ottenuto da una pianta).<br />
«Perché l&#8217;hai fatto?» avrei voluto che il mio tono risultasse più irato, in realtà ne usci fuori un misto fra la disperazione e il rassegnato.<br />
«Hai paura per te o per quello che potrebbe succedere a me, Glen ?»<br />
«Cavoli, Myriam, ma non capisci proprio in che guai ti vai cacciando?»<br />
Lei prese la mia faccia fra le sue mani, anche esse punteggiate dalle lentiggini, e mi fissò dritto negli occhi.<br />
Solo allora potei notare che le sue iridi verdi erano due isole che stavano per essere sommerse da un mare di lacrime.<br />
La sua voce uscì roca, rotta dal pianto.<br />
«Credi tu che ci sia qualcosa che mi possa far paura dopo quello che ho subito? Tu o gli altri non avete idea di cosa significano quelle caramelle per me!»<br />
«Myriam, io&#8230;»<br />
«Taci, Glen! Neppure puoi concepire l&#8217;inferno dal quale provengono. Non sono il premio per i miei servizi, ma il dazio per il mio silenzio!»<br />
Si voltò dandomi le spalle, cingendosi il corpo con le sue esili braccia.<br />
Potevo sentire il suo roco singhiozzo percuoterne il corpo.<br />
Il vento gelido che soffiava sulla Cumbria in quella stagione ci sferzava i volti e portava via da lei qualche piccola lacrima.<br />
Cercai le parole giuste per confortarla, ma sentivo dentro di me che qualcosa era rotto per sempre nell&#8217;animo di Myriam.<br />
Rimasi immobile là, su quell&#8217;attico.<br />
Quell&#8217;attimo di silenzio, quel momento che rimase vuoto di una qualsiasi parola, anche la più stupida, che io potessi pronunciare, quel fermarsi staticamente ad aspettare l&#8217; evolversi degli eventi, è stato, a distanza di anni l&#8217;ho capito, il tempo più sprecato della mia vita.<br />
Avrei potuto impegnarlo in mille modi, ognuno dei quali, probabilmente, non avrebbe portato a quanto avvenne in seguito.<br />
O, forse, non sarebbe cambiato nulla.<br />
Myriam salì sul parapetto e si voltò verso di me.<br />
«Ti ricordi, Glen, come ci chiama Suor Francine?»<br />
Confuso, ignaro di quanto stesse accadendo, o forse talmente consapevole da esserne inebetito, non riesco ancora oggi a capirlo, annuii col capo.<br />
«I suoi piccoli angeli» fu la mia risposta<br />
Myriam mi sorrise, ora non piangeva più.<br />
«Esatto, Glen, i suoi angeli! E gli angeli hanno ali. Anche per fuggire via.»<br />
Allargò le braccia e, dopo un ultimo sorriso, si spinse all&#8217;indietro, nel vuoto.<br />
Per un attimo sperai che si potesse librare nel cielo proprio come un angelo, e riapparisse al di sopra del parapetto.<br />
Fu questione di secondi, anche se parvero infiniti, e un rumore sordo, tipico, come ora conosco, di un corpo che impatta il suolo, giunse alle mie orecchie.<br />
Nel corso degli anni quel rumore mi ha accompagnato, facendomi risvegliare di soprassalto madido di sudore, oppure riaffacciandosi spontaneamente nei miei ricordi all&#8217;ascolto di altri rumori simili.<br />
Ma niente è mai stato paragonabile ad esso: è come se potessi ascoltare, in un unico suono, tutte le ossa andare in frantumi singolarmente, le vene collassare, gli organi interni esplodere.<br />
Quando uscii da quella sorta di sogno ad occhi aperti, mi diressi al parapetto e guardai giù.<br />
Myriam era là.<br />
No, non era un angelo.<br />
No, non era più nemmeno una persona.<br />
Viva almeno.<br />
Lo capii dalla macchia rossa che andava allargandosi dietro la sua testa.<br />
Un piccolo lago che sembrava prendere il suo colore da quello, rosso, dei capelli della mia amica.<br />
Solo un po&#8217; più scuro.<br />
Come lo è solo il sangue.<br />
Schizzi di materia cerebrale si confondevano sul selciato.<br />
Insieme alle caramelle.<br />
Nausea e pianto sopraggiunsero insieme.<br />
La bocca, piena del sapore acidulo del vomito, inutilmente cercava sollievo dalle lacrime che si riversavano dentro, dopo aver solcato il mio viso.</p>
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