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	<title>PensoLibero.it &#187; La Storia dimenticata</title>
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		<title>CUOIO E SANGUE. TRA IL SOGNO E I “VUELOS DE LA MORTE</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jun 2019 20:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Argentina. 200 km. Tanto dista l&#8217;insenatura atlantica di Santa Teresita da Buenos Aires. Là, dove le onde dell&#8217;oceano incontrano le rocce e la sabbia di una terra tanto bella quanto martoriata, il mare ha restituito, in tempi diversi, alcune spoglie di quei poveri sventurati conosciuti semplicemente come &#8220;desaparecidos&#8221;. Il mare, già, molto più pietoso di &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2019/06/23/cuoio-e-sangue-tra-il-sogno-e-i-vuelos-de-la-morte/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">CUOIO E SANGUE. TRA IL SOGNO E I “VUELOS DE LA MORTE</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Calibri;">Argentina.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">200 km. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Tanto dista l&#8217;insenatura atlantica di Santa Teresita da Buenos Aires.</span><span id="more-3878"></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Là, dove le onde dell&#8217;oceano incontrano le rocce e la sabbia di una terra tanto bella quanto martoriata, il mare ha restituito, in tempi diversi, alcune spoglie di quei poveri sventurati conosciuti semplicemente come &#8220;desaparecidos&#8221;.<br />
Il mare, già, molto più pietoso di chi, come il regime Videla, dal 1976 al 1983, ha cercato invece di occultare, in tombe di acqua, tutti coloro che erano semplicemente considerati &#8220;problemi&#8221;. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">L&#8217;Argentina di Videla, la terra del tango, di Evita Peron e di Diego Armando Maradona, si trasforma in un immenso campo di concentramento dove si scompare nelle ombre della notte.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Donne, uomini, anziani e giovani, dalle suore e professionisti alle madri di Plaza de Mayo , senza distinzione di classe sociale e età.<br />
Persone prima imprigionate, poi torturate, stuprate, sottoposte a indicibili sofferenze.<br />
Infine narcotizzate, non in maniera totale, spogliate e trasportate su aerei.<br />
Dagli aeroporti argentini partivano, per quel breve tratto di 200 km, questi carichi umani.<br />
Arrivavano, in breve tempo, sulla superficie dell&#8217;Atlantico, e lì, ufficiali e soldati comuni, assistiti da cappellani &#8220;pietosi&#8221; e compiacenti, scaricavano il loro carico di corpi umani, gettati dall&#8217;alto durante il volo, a volte incoscienti, a volte (spesso, secondo le testimonianze) coscienti.<br />
Magari con una coltellata al ventre, così da attirare la curiosità degli squali.<br />
L&#8217; Atlantico come un nuovo, immenso Colosseo dove scaraventare quei sventurati così come i Romani usarono fare per i primi cristiani nelle arene in pasto alle belve.<br />
Ma il mare dell&#8217;Atlantico è più pietoso della sabbia del Colosseo.<br />
E ogni tanto restituisce qualche corpo a qualche affranto parente superstite, che il suo personalissimo oceano l&#8217;ha creato con le lacrime versate.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"><br />
200 km.<br />
Tanto dista l&#8217;insenatura atlantica di Santa Teresita da Buenos Aires.<br />
Troppi per poter pensare che quel 25 giugno del 1978, con un paese sospinto nel sogno calcistico di una vita intera, voluto e pianificato da un regime sanguinario come pochi, le grida di gioia dei tifosi presenti allo stadio Monumental di Buenos Aires e di un paese intero, anestetizzato per un mese con l&#8217;oppio calcio, possano essere arrivate sino a lì.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Anzi, quelle grida di gioia coprivano le urla di dolore, i pianti di chi era imprigionato, torturato e ucciso nelle carceri che erano a poche centinaia di metri dagli stadi.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Proprio come l’Esma, l’officina meccanica che distava appena seicento metri dallo stadio Monumental di Buenos Aires. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">C&#8217;è anche il lato grottesco: durante i 90 minuti delle partite dell&#8217;Argentina torture e uccisioni venivano sospese, le radiocronache trasmesse con l&#8217;altoparlante ai prigionieri, per poi riprendere come se niente fosse con la </span><span style="font-family: Calibri;"><i>picana</i></span><span style="font-family: Calibri;"> (il pungolo elettrico usato dai gauchos per controllare il bestiame) a fare da mattatrice piu&#8217; dei gol di Kempes, del gesto raffinato di un Ardiles, del tackle del “caudillo” Passarella.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Che dannato intreccio, cuoio e sangue, la gioia per un goal e il pianto di una madre.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Quelle grida non arrivano a Passerella, il “caudillo” che alza la coppa ricevendola dal dittatore Videla, non arrivano a un giovanissimo Diego Armando Maradona che mai perdonerà Menotti («vinciamo per allievare il dolore del popolo», hai visto mai..) di non averlo convocato nel mondiale della vergogna.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;">Pochi quelle urla le hanno ascoltate, come Jorge “El Lobo” Carrascosa, capitano della “albiceleste”, colui che avrebbe dovuto alzare quella coppa di sangue e che invece rinuncia ai mondiali giocati in casa «perché quello che stava accadendo mi faceva stare male. Non avrei potuto giocare e divertirmi, non sarebbe stato coerente». </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri;"><br />
Troppi, 200 km, anche per pensare che le grida di orrore di quelle persone gettate nel vuoto, possano essere tornate, qualche volta, come un eco di disperazione, indietro a Buenos Aires e nel resto d&#8217;Argentina, dai loro cari che non hanno mai smesso di cercarli, di disperarsi per la loro scomparsa.<br />
Le urla sono fatte ossa frantumate, corpi spezzati nell&#8217;urto con l&#8217;acqua dal 1977 in poi e cadaveri seppelliti frettolosamente.<br />
Le urla sono diventate udibili quando, nel1995 , l&#8217;ex repressore dell&#8217; ESMA (uno dei centri dell&#8217;orrore), Adolfo Scilingo, raccontò in modo particolareggiato ad un giornalista la metodologia di sterminio.<br />
Le urla allora ebbero giustizia nei nomi delle vittime e dei carnefici.<br />
Le urla furono conosciute come appartenenti ai 5000 sfortunati vittime dei &#8220;vuelos de la muerte&#8221;, i voli della morte.<br />
Una stramaledetta storia maledetta di cuoio e sangue.<br />
Tutta umana.</span></p>
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		<title>La melassa di Boston</title>
		<link>https://www.pensolibero.it/2018/05/06/la-melassa-di-boston/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2018 09:07:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>
		<category><![CDATA[Boston]]></category>
		<category><![CDATA[incidente]]></category>
		<category><![CDATA[melassa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>LA MELASSA DI BOSTON Chi conosce Boston sa che essa è una città per ricchi concimata da poveri. Gente avvizzita, emaciata, abbruttita dall’uso di bevande torci budella, che si contende un cartone come coperta oppure un posto vicino a un fuoco come casa. Si dice che a Boston non si possano distinguere i topi dai &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2018/05/06/la-melassa-di-boston/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">La melassa di Boston</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>LA MELASSA DI BOSTON<br />
Chi conosce Boston sa che essa è una città per ricchi concimata da poveri.<br />
Gente avvizzita, emaciata, abbruttita dall’uso di bevande torci budella, che si contende un cartone come coperta oppure un posto vicino a un fuoco come casa.<span id="more-3657"></span><br />
Si dice che a Boston non si possano distinguere i topi dai senza tetto.<br />
Errato.<br />
I topi, almeno loro, mangiano ogni giorno, fosse anche un senza tetto morto assiderato in notti fredde e nevose come solo Boston sa regalarsi.<br />
E, se anche fosse che qualche topo finisce per essere pietanza per un poveraccio, non è quest’uomo per strada comunque ad essere, a Boston, in cima alla catena alimentare.</p>
<p>Il netto divario del campionario umano è rappresentato dai ristoranti di classe di Back Bay e i bidoni della immondizia della zona portuale del North End e di tanti altri sobborghi.<br />
A Boston, nei sobborghi e nei quartieri, le temperature sono sempre più basse, rispetto alla costa.</p>
<p>E Boston è anche una delle città americane, e non solo, più inquinate.<br />
Negli inverni dei giorni nostri nuvole di colore più chiaro, quasi giallastro, indicanti un limite di condensazione molto più basso, preannunciano neve.<br />
Il giallo è dovuto alle particelle di smog.<br />
Particelle invisibili, leggere a sufficienza per salire in alto, molto in alto, anche se più spesse del vapore acqueo, e che riflettono il micidiale cocktail di effluvi di ozono, polveri sottili, biossido di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio che ci sovrasta.<br />
Forse sarà questo miscuglio di veleni a far sentire, a volte, uno strano odore dolciastro.<br />
Melassa, odore di melassa!<br />
Da qui, da questa percezione, incomincia questa storia maledetta, quasi assurda, una storia che, come al solito, colpisce i quartieri più poveri.</p>
<p>Sapete a cosa serve la melassa?<br />
Dalla sua distillazione si produce rum e persino la vodka.<br />
Era usata anche per fabbricare munizioni.<br />
Forse non sapete che uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, John Adams, ebbe a dire “Non so perché dovremmo arrossire confessando che la melassa fu un ingrediente essenziale nell’Indipendenza Americana. Molti grandi eventi sono nati da cause ben più piccole”</p>
<p>Torniamo alla nostra storia maledetta.<br />
Siamo al 15 gennaio 1919<br />
A Boston, nel sobborgo del North End, c’era uno dei più grandi depositi di melassa.<br />
Un serbatoio enorme di 15 metri d&#8217;altezza e 27 metri di diametro, contenente più di 8.700.000 litri.<br />
Qualche giorno prima, era arrivato un carico di melassa calda che si andò a mescolare con la melassa fredda già presente nel serbatoio.<br />
Il mescolamento delle due melasse produsse fermentazione, gas.<br />
Inutili furono gli avvertimenti di un dirigente della struttura, un certo Isaac Gonzalez, che sentiva da giorni strani scricchiolii e rumori.<br />
Il 15 gennaio 1919, alle 12.41 il serbatoio collassò.<br />
Le pareti non ressero la pressione della melassa e dei gas creatisi dalla fermentazione, le giunture tra i pannelli di acciaio saltarono e 8,5 milioni di litri di liquido viscoso fuoriuscirono con un boato in tutte le direzioni, creando un’ondata alta più di sette metri, larga cinquanta e che viaggiava a cinquanta chilometri l’ora.<br />
La marea di melassa spazzò tutto ciò che incontrò sulla sua strada, per centinaia di metri dell’affollata Commercial Street, la via più importante del North End.<br />
Travolse case, capannoni, automobili, la stazione della Atlantic Pacific, facendo deragliare un treno.<br />
Una stazione dei pompieri venne sradicata dalle fondamenta e quasi gettata nell’acqua.<br />
Alcuni bambini che stavano raccogliendo legname da ardere ai piedi della struttura furono sommersi.<br />
Vi furono più di 21 morti e 150 feriti.<br />
Il cadavere di un italiano venne ritrovato solo dieci anni dopo.<br />
Un&#8217;ora dopo, con le temperature fredde, la melassa incominciò a seccarsi, racchiudendo, come un macabro feretro, corpi di persone e animali.<br />
Un odore dolciastro, come quello che, in certi momenti, si avverte ancora ora, si diffuse per l’aria e rimase per anni.E<br />
Per ripulire la zona della città coinvolta dalla tragedia occorsero circa 87.000 ore di lavoro in 6 mesi!<br />
Il perito nominato dal tribunale ritenne responsabile, dopo tre anni di udienze, l&#8217;USIA (United States Industrial Alcohol Company), proprietaria del sito di stoccaggio<br />
La compagnia dovette pagare 600.000 dollari per la composizione extragiudiziale (corrispondenti a circa 6,6 milioni di dollari di oggi)</p>
<p>Ecco, dopo aver letto questa storia, se vi dovesse capitare di trovarvi in un sobborgo di Boston, e di di notare questo odore, beh siate pure convinti che non è tutto frutto di fantasia.</p>
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		<title>Los vuelos de la muerte</title>
		<link>https://www.pensolibero.it/2018/04/15/los-vuelos-de-la-muerte/</link>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2018 13:23:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>200 km. Tanto dista l&#8217;insenatura atlantica di Santa Teresita da Buenos Aires. Là, dove le onde dell&#8217;oceano incontrano le rocce e la sabbia di una terra tanto bella quanto martoriata, l&#8217;Argentina, il mare ha restituito, in tempi diversi, alcune spoglie di quei poveri sventurati conosciuti semplicemente come &#8220;desaparecidos&#8221;. Il mare, già. Molto più pietoso di &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2018/04/15/los-vuelos-de-la-muerte/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Los vuelos de la muerte</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';">200 km.<br />
Tanto dista l&#8217;insenatura atlantica di Santa Teresita da Buenos Aires.<br />
Là, dove le onde dell&#8217;oceano incontrano le rocce e la sabbia di una terra tanto bella quanto martoriata, l&#8217;Argentina, il mare ha restituito, in tempi diversi, alcune spoglie di quei poveri sventurati conosciuti semplicemente come &#8220;desaparecidos&#8221;.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span id="more-3650"></span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
Il mare, già.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';">Molto più pietoso di chi, come il regime Videla dal 1976 al 1983, ha cercato invece di occultare, in tombe di acqua, tutti coloro che erano  semplicemente considerati &#8220;problemi&#8221;.<br />
Donne, uomini, anziani e giovani, dalle suore e professionisti alle madri di Plaza de Mayo e ai loro figli studenti , senza distinzione di classe sociale e età.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
Persone prima imprigionate,  poi torturate, stuprate, sottoposte a indicibili sofferenze.<br />
Poi narcotizzate, non in maniera totale, spogliate e trasportate su aerei.<br />
Dagli aeroporti argentini partivano, per quel breve tratto di 200 km, questi carichi umani.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
Arrivavano, in breve tempo, sulla superficie dell&#8217;Atlantico, e lì ufficiali e soldati comuni, assistiti da cappellani &#8220;pietosi&#8221; e compiacenti, scaricavano il loro carico di corpi umani, gettati dall&#8217;alto durante il volo, a volte incoscienti, a volte (spesso, secondo le testimonianze) coscienti.<br />
Magari con una coltellata al ventre, così da attirare la curiosità degli squali.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
L&#8217; Atlantico come un nuovo, immenso Colosseo dove scaraventare quei  sventurati così come i Romani usarono fare per i primi cristiani nelle arene in pasto alle belve.<br />
Ma il mare dell&#8217;Atlantico è più pietoso della sabbia del Colosseo, spugna insaziabile del sangue di quei martiri.<br />
E ogni tanto restituisce qualche corpo a qualche affranto parente superstite, che il suo personalissimo oceano l&#8217;ha creato con le lacrime versate.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
200 km.<br />
Tanto dista l&#8217;insenatura atlantica di Santa Teresita da Buenos Aires.<br />
Troppi per poter pensare che quel 25 giugno del 1978, con un paese sospinto nel sogno calcistico di una vita intera, voluto e pianificato da un regime sanguinario come pochi, le grida di gioia dei tifosi presenti allo stadio Monumental di Buenos Aires e di un paese intero, anestetizzato per un mese con l&#8217;oppio calcio, possano essere arrivate sino a lì.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
Troppi anche per pensare che le grida di orrore di quelle persone gettate nel vuoto, possano essere tornate, qualche volta, come un eco di disperazione, indietro a Buenos Aires e nel resto d&#8217;Argentina, dai loro cari che non hanno mai smesso di cercarli, di disperarsi per la loro scomparsa.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt;"><span style="font-family: 'Calibri','sans-serif';"><br />
Le urla di sono fatte ossa frantumate, corpi spezzati nell&#8217;urto con l&#8217;acqua dal 1977 in poi e seppellite frettolosamente.<br />
Le urla sono diventate udibili quando, nel  1995 , l&#8217;ex repressore dell&#8217; ESMA (uno dei centri dell&#8217;orrore), Adolfo Scilingo, raccontò in modo particolareggiato ad un giornalista la metodologia di sterminio.<br />
Le urla conobbero dei nomi nelle vittime e nei carnefici.<br />
Le urla furono conosciute come appartenenti ai 5000 sfortunati vittime dei &#8220;vuelos de la muerte&#8221;, i voli della morte.<br />
Una dannatissima storia maledetta.<br />
Tutta umana.</span></p>
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		<title>I superpoteri dell&#8217;uomo</title>
		<link>https://www.pensolibero.it/2017/09/11/i-superpoteri-delluomo/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Sep 2017 15:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[L'ululato]]></category>
		<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[falling man]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Guardatela bene questa foto. Una sagoma di uomo verticale e capovolta, braccia allineate al corpo e gamba , come in un tuffo, come una freccia, come un supereroe. Ma senza superpoteri. Se fosse capovolta verticalmente la figura dell&#8217;uomo sembrerebbe in volo come un supereroe dei fumetti. Sarebbe considerata una delle tante foto false circolanti nel &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2017/09/11/i-superpoteri-delluomo/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">I superpoteri dell&#8217;uomo</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Guardatela bene questa foto.</p>
<p>Una sagoma di uomo verticale e capovolta, braccia allineate al corpo e gamba , come in un tuffo, come una freccia, come un supereroe.</p>
<p>Ma senza superpoteri.<span id="more-3493"></span></p>
<p>Se fosse capovolta verticalmente la figura dell&#8217;uomo sembrerebbe in volo come un supereroe dei fumetti.<br />
Sarebbe considerata una delle tante foto false circolanti nel web.</p>
<p>Nella sua realtà, tremenda, invece è il ricordo indelebile di un uomo spinto a credere nell&#8217;impossibile.<br />
Anche quello di poter diventare un supereroe e riuscire a librarsi nell&#8217;aria.<br />
A salvarsi.</p>
<p>In quel volo, che non riuscirà mai a capovolgersi come potrebbe riuscire in un semplice click, c&#8217;è solo una umana disperazione, la paura ancestrale della morte.</p>
<p>Disperazione e paura, elementi che a volte hanno confini labili con coraggio e follia.</p>
<p>Ma niente superpoteri di fronte alla tremenda malvagità dell&#8217;uomo.</p>
<p>Quella sì, la malvagità, che raggiunge livelli da superpoteri.<br />
È la nostra kryptonite, quella che ci distrugge, che ci annienta.<br />
Ieri, oggi, domani.</p>
<p>Perché i cattivi, anche super, esistono, gli uomini, vittime ignare, pure, i supereroi no.</p>
<p>Quanto ci sarebbe piaciuto che, in quel maledetto 11 settembre, questo uomo in questa foto, ammasso di carne e disperazione in picchiata, ci avesse smentiti.</p>
<p>E la foto fosse capovolta.</p>
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		<title>Emigrazione dimenticata</title>
		<link>https://www.pensolibero.it/2017/03/25/emigrazione-dimenticata/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Mar 2017 21:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Tanto per chiarirci, quando ci si riempe la bocca &#8221; vabbè, anche noi siamo stati emigranti&#8221; per dar vita alla fanfara del moralismo piu&#8217; ipocrita. Questi sono italiani, emigranti in Belgio, come minatori, tra il 1946 la fine degli anni&#8217;50. Allora gli emigranti italiani di fatto furono venduti con gli accordi tra i due governi, &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2017/03/25/emigrazione-dimenticata/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Emigrazione dimenticata</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Tanto per chiarirci, quando ci si riempe la bocca &#8221; vabbè, anche noi siamo stati emigranti&#8221; per dar vita alla fanfara del moralismo piu&#8217; ipocrita.<span id="more-3313"></span></p>
<p>Questi sono italiani, emigranti in Belgio, come minatori, tra il 1946 la fine degli anni&#8217;50.<br />
Allora gli emigranti italiani di fatto furono venduti con gli accordi tra i due governi, di Italia e Belgio, del 1946 che testualmente recitavano di ‘minatori-carbone’.<a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/monatori-in-belgio.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3314" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/monatori-in-belgio-236x300.jpg" alt="monatori in belgio" width="236" height="300" /></a></p>
<p>In sostanza i due Paesi scambiarono merci: il Belgio mise sul tavolo carbone, l’Italia le braccia.<br />
Allora, come oggi per quei poveri disgraziati che costringiamo a fuggire dalle loro terre,c’erano finte cooperative, intermediari pagati dalle potenti società minerarie che andavano direttamente nei comuni reclutando minatori in modo sbrigativo, senza visite mediche e controlli.</p>
<p>Imbarcati come bestie su streni stipati all&#8217;inverosimile venivano mandati in Belgio.<a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/Marcinelle-razzismo1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3315" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/Marcinelle-razzismo1-300x171.jpg" alt="Marcinelle-razzismo1" width="300" height="171" /></a></p>
<p>Ai nostri emigranti, chiamati disprezzamente &#8220;maccaroni&#8221;, era stato promesso che avrebbero trovato alloggi confortevoli. In realtà vennero portati in baracche di ex campi di concentramento, con servizi igienici scadenti.</p>
<p>E anche noi abbiamo avuto i nostri morti, una data su tutte: 8 agosto 1956, Marcinelle, 136 italiani su 262 vittime.</p>
<p><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/minatori-marcinelle.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3316" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/minatori-marcinelle.jpg" alt="minatori marcinelle" width="200" height="252" /></a><br />
Ricordatevelo, quando in tono quasi dispregiativo verso quelle vite e quelle storie, osate dire &#8220;vabbè, anche noi siamo stati migranti&#8221;!<a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/minatori2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3317" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/03/minatori2-300x168.jpg" alt="minatori2" width="300" height="168" /></a></p>
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		<title>La deportazione dei carabinieri</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2017 20:37:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Questa è la storia, dimenticata, di 2000 carabinieri di Roma che si opposero al nazismo e al fascismo. La cattura e la deportazione Siamo nel lontano 7 ottobre 1943. Le strade di Roma sono attraversate da alcuni camion della Werhmacht, diretti alle stazioni Ostiense e Trastevere. A bordo ci sono oltre 2.000 carabinieri che vengono &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2017/01/06/la-deportazione-dei-carabinieri/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">La deportazione dei carabinieri</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la storia, dimenticata, di <strong>2000 carabinieri di Roma</strong> che si opposero al nazismo e al fascismo.<span id="more-3093"></span></p>
<h3><em>La cattura e la deportazione</em></h3>
<p>Siamo nel lontano <strong>7 ottobre 1943</strong>.</p>
<p>Le strade di Roma sono attraversate da alcuni camion della <strong>Werhmacht</strong>, diretti alle stazioni <strong>Ostiense e Trastevere</strong>.</p>
<p>A bordo ci sono oltre 2.000 carabinieri che vengono poi fatti salire sui vagoni merci.</p>
<p>Destinazione: i lager tedeschi.<a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/01/a1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3094" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/01/a1-295x300.jpg" alt="a1" width="295" height="300" /></a></p>
<p>Ad ordinarne la deportazione fu il comandante dell’<strong>SD e della Gestapo</strong> a Roma, <strong>Kappler</strong>.</p>
<p>Il motivo? Kappler sospettava che i carabinieri aiutassero la <strong>Resistenza,</strong> avvertendoli delle retate,  e fossero artefici della fuga di alcuni prigionieri politici.</p>
<p><em>“Eravamo l’unica protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di disfarsi di noi” </em>così ricorda quel giorno il <strong>maggiore Alfredo Vestuti</strong>, anche lui deportato.</p>
<p>I carabinieri vennero catturati nelle varie caserme, disarmati, sotto la minaccia che se avessero cercato di fuggire o di avvertire le proprie famiglie, i nazisti si sarebbero vendicati nei confronti di quest’ultime.</p>
<p>Obbedivano anche agli ordini precisi del Ministro della Difesa, <strong>Maresciallo d&#8217;Italia  Graziani</strong>, passati con circolare.</p>
<p><em>“Cominciammo a girovagare per la città e il nostro cuore […] cominciò a battere ancora più forte quando assistemmo, inermi, all’assalto ad un’altra caserma. Ecco questa è la storia”,</em> racconta <strong>Peppino Uscidda</strong>, carabiniere che all’epoca dei fatti aveva solo <strong>21 anni</strong> e per una serie di coincidenze riuscì a scappare dal rastrellamento.</p>
<p><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/01/A2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3095" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/01/A2-216x300.jpg" alt="A2" width="216" height="300" /></a></p>
<p>Pur tra il collaborazionismo di alcuni ufficiali, all’atto di passare al servizio della repubblica di Salò,  il resto dei carabinieri si dimostrò stoico persino nei lager.</p>
<h3><em>La prigionia e le sofferenze</em></h3>
<p>Pur tra le sofferenze e le umiliazioni, la gran parte dei carabinieri internati rifiutò di obbedire quella sirena ammaliatrice.</p>
<p>Quando gli alleati avanzarono, i nazisti obbligarono anche i carabinieri alle terribili marce della morte, dove   vi persero la vita in molti.</p>
<p>Un sopravvissuto ricorda che la fame che era stata compagna nel lager, durante le marce raggiungeva dimensioni strazianti e un giorno, vedendo una gallina che stava beccando un pezzettino di crosta di pane, gliela contese e se ne appropriò con grande soddisfazione, quasi fosse stato un lauto pranzo.</p>
<h3><em>Il ritorno a casa e il silenzio</em></h3>
<p>Anche il ritorno, a guerra finita, rappresentò una odissea perché nessuno voleva ascoltare i reduci raccontare dei lager.</p>
<p>E poi il mancato o faticoso riconoscimento del loro contributo al «no» al fascismo, poiché per molti italiani i carabinieri erano stati comunque uno strumento dello stato fascista.<a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/01/a4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3096" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2017/01/a4.jpg" alt="a4" width="176" height="239" /></a></p>
<p>Ci sono voluti <strong>60 lunghissimi anni</strong> per far conoscere questa storia , racchiusa, gelosamente e umilmente, negli archivi dell’Arma.</p>
<p>Ricordatelo, quando vi troverete d’accordo, e simpatizzanti, con una scritta, vergata da mano ignota, che declinerà semplicemente un acronimo: <strong>“ACAB”</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Horace Greasley e le fughe per amore</title>
		<link>https://www.pensolibero.it/2016/12/08/horace-greasley-e-le-fughe-per-amore/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2016 00:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Horace Greasley, morto il 4 febbraio del 2010, all’età di 91 anni, detiene un record unico tra i prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale con ben 200 tentativi di fuga dai campi di prigionia. Se vi sembrerà notevole il numero di fughe è semplicemente perché ogni volta lui tornava, se non spontaneamente, quasi! E &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2016/12/08/horace-greasley-e-le-fughe-per-amore/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Horace Greasley e le fughe per amore</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Horace Greasley</strong>, morto il <strong>4 febbraio del 2010</strong>, all’età di <strong>91</strong> anni, detiene un record unico tra i prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale con ben <strong>200</strong> tentativi di fuga dai campi di prigionia.<span id="more-2980"></span></p>
<p>Se vi sembrerà notevole il numero di fughe è semplicemente perché ogni volta lui tornava, se non spontaneamente, quasi!</p>
<p>E ancora piu’ strano il motivo di così tante fughe, che non è ascrivibile alla sola volontà di tornare fra le proprie linee o a casa.</p>
<figure id="attachment_2981" style="width: 217px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/Horace-Greasley-giovane.jpg"><img class="size-medium wp-image-2981" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/Horace-Greasley-giovane-217x300.jpg" alt="Horace Greasley giovane" width="217" height="300" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Horace Greasley giovane</figcaption></figure>
<p>Nossignore, Horace faceva tutto questo per <strong>amore</strong>!</p>
<p>Infatti, fatto prigioniero nel <strong>1940,</strong>  aveva una storia d’amore con una ragazza tedesca del vicino paese, <strong>Rosa Rauchbach</strong>, figlia del direttore della cava di marmo adiacente il campo di concentramento di <strong>Lamsdorf</strong>, dove Horace era stato tradotto.</p>
<p>L’esigenza di evadere fu sentita da Horace quando venne trasferito in un campo più lontano.</p>
<figure id="attachment_2982" style="width: 221px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/Rosa.jpeg"><img class="wp-image-2982 size-medium" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/Rosa-221x300.jpeg" alt="Rosa" width="221" height="300" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Rosa</figcaption></figure>
<p>Ma ne lui, ne Rose volevano rinunciare alla loro storia.</p>
<p>L’unico modo per portare avanti la storia d’amore era quello di uscire dal suo campo.</p>
<p>Dalla Slesia, c’era poca speranza di scappare per far ritorno in <strong>Gran Bretagna.</strong></p>
<p>Il paese più “vicino” era la neutrale <strong>Svezia</strong>, ma distava ben <strong>420 chilometri a nord.</strong></p>
<p>Forse per questo motivo le guardie tendevano ad essere negligenti, i tedeschi infatti, consideravano i fuggiaschi come aspiranti suicidi.</p>
<p>Greasley aveva calcolato che le assenze di breve durata, potevano essere mascherate o addirittura passare inosservate. I messaggi tra lui e Rosa venivano spesso consegnati dai membri dei partiti di lavoro esterni.</p>
<p>Il contributo di Rosa era determinante per la vita di tutto il campo, di nascosto dalle sentinelle, la donna riusciva a fornire pacchi di cibo e piccole attrezzature ai prigionieri.</p>
<p>Grazie al suo coraggioso aiuto infatti, i tremila prigionieri del campo potevano ascoltare le notizie diffuse dalla Bbc con una radio di fortuna, costruita con le attrezzature fornite da Rose.</p>
<p>Greasley fu tenuto prigioniero, a lavorare per i tedeschi nelle cave e nelle fabbriche, per cinque anni, ed venne liberato il 24 maggio 1945. Mantenne la corrispondenza con Rosa anche dopo la fine della guerra.</p>
<p>Famosa (ma anche controversa, in quanto alcuni sostengono che il soldato in foto sarebbe un russo) è la fotografia scattata durante un ispezione al campo, in cui vengono ritratti: Heinrich Himmler, capo delle SS e Greasley, che magro vicino alla recinzione sta di fronte a lui, i due si guardano con tono di sfida.</p>
<figure id="attachment_2983" style="width: 300px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/Horace-e-Himmler.jpg"><img class="size-medium wp-image-2983" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/Horace-e-Himmler-300x200.jpg" alt="Horace e Himmler" width="300" height="200" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Horace e Himmler</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel suo libro autobiografico <em><strong>“Do The Birds Still Sing In Hell?</strong></em> (2008)”, una sorta di memoriale riferito al periodo della propria prigionia, Greasley racconta dei dettagli circa la sua storia d’amore segreta che hanno quasi dell’incredibile.<a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/index1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2984" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/12/index1.jpg" alt="index" width="181" height="278" /></a></p>
<p>Ma mentre il libro è descritto come un “romanzo autobiografico”, la storia è stata ampiamente confermata al suo debriefing <strong>MI9</strong> da ufficiali dei servizi segreti, già a partire dal dopoguerra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il genocidio del Congo</title>
		<link>https://www.pensolibero.it/2016/11/10/il-genocidio-del-congo/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2016 21:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nascita di una colonia Nel 1885, in seguito a convenzioni fra le potenze europee del tempo,  al monarca belga Leopoldo II vennero consegnate   le terre esplorate da Stanley, l’antico regno del Congo. Nasceva così  il Libero stato del Congo che il parlamento belga riconobbe come proprietà «esclusiva» di Leopoldo II, senza gravami sui contribuenti belgi. &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2016/11/10/il-genocidio-del-congo/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Il genocidio del Congo</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><em>Nascita di una colonia</em></h3>
<p>Nel<strong> 1885</strong>, in seguito a convenzioni fra le potenze europee del tempo,  al monarca belga <strong>Leopoldo II</strong> vennero consegnate   le terre esplorate da <strong>Stanley</strong>, l’antico <strong>regno del Congo</strong>.<span id="more-2810"></span></p>
<p>Nasceva così  il <strong>Libero stato del Congo</strong> che il parlamento belga riconobbe come proprietà «esclusiva» di Leopoldo II, senza gravami sui contribuenti belgi.</p>
<figure id="attachment_2812" style="width: 200px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Leopold_II.jpg"><img class="size-medium wp-image-2812" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Leopold_II-200x300.jpg" alt="Leopold_II" width="200" height="300" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Leopold II</figcaption></figure>
<p>Il Libero stato del Congo non fu mai né libero né uno stato, ma un privato dominio che il monarca gestì senza alcun controllo, neppure da parte del governo belga.</p>
<h3><em>Una terra e un popolo violentati</em></h3>
<p>Tutta la terra non coltivata fu dichiarata proprietà dello stato (cioè del re), che aveva il monopolio assoluto sulle sue risorse di valore immediato (<strong>avorio e caucciù</strong>) e sui minerali del sottosuolo, il cui sfruttamento fu concesso a varie compagnie, con accordi di affitto per <strong>99 anni.</strong></p>
<p>La scoperta del processo di vulcanizzazione della gomma e il suo impiego industriale fecero di quella colonia uno dei più grandi serbatoi mondiali di questo prodotto fondamentale per l’industrializzazione dell’Occidente.</p>
<p>Ma occorreva mano d’opera per raccoglierlo e trasportarlo fino al mare.</p>
<p>Il problema fu subito risolto: tutti gli africani (ironicamente chiamati <strong>«cittadini»</strong>) furono obbligati a raccogliere il caucciù senza alcun compenso e ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del re-proprietario una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava, o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino alla mutilazione, persino alle donne erano tagliate le mammelle.</p>
<figure id="attachment_2813" style="width: 300px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/fanciulli-vittime-di-mutilazioni.jpg"><img class="size-medium wp-image-2813" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/fanciulli-vittime-di-mutilazioni-300x204.jpg" alt="fanciulli vittime di mutilazioni" width="300" height="204" /></a><figcaption class="wp-caption-text">fanciulli vittime di mutilazioni</figcaption></figure>
<p>Spesso le compagnie organizzavano contro i villaggi spedizioni punitive nel corso delle quali &#8211; secondo il rapporto della commissione &#8211; uomini, donne e bambini venivano uccisi senza pietà. Con tali metodi le compagnie concessionarie e lo stesso Leopoldo intascarono decine di milioni.</p>
<h3><em><strong>Leon Auguste Theophile Rom</strong></em></h3>
<p>A fare il lavoro sporco erano circa <strong>2.000 agenti bianchi</strong>, disseminati nei punti più importanti del paese: molti di essi erano malfamati in patria e malpagati in Congo e organizzati sotto il comando di <strong>Leon Rom</strong></p>
<figure id="attachment_2814" style="width: 165px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Leon-Rom.jpg"><img class="size-medium wp-image-2814" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Leon-Rom-165x300.jpg" alt="Leon Rom" width="165" height="300" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Leon Rom</figcaption></figure>
<p><strong>Léon Auguste Théophile Rom</strong> ebbe un ruolo importante nell&#8217;amministrazione dello <strong>Stato Libero del Congo</strong>.</p>
<p>Collezionista di teste, soprannominato <strong>&#8220;Il Macellaio del Congo&#8221;,</strong> egli ordinò la morte di oltre 10 milioni di africani. Le cronache dell&#8217;epoca riferiscono particolari agghiaccianti su di lui ad esempio che avesse fatto costruire dei patiboli di fronte alla stazione principale del Congo e che tenesse delle teste mozzate e impalate di schiavi giustiziati di fronte alla sua dimora.</p>
<figure id="attachment_2815" style="width: 620px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Leon-Theopile-Rom.jpg"><img class="wp-image-2815 size-full" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Leon-Theopile-Rom.jpg" alt="Leon Theopile Rom" width="620" height="400" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Leon Theopile Rom</figcaption></figure>
<p>Organizzò le sue milizie in modo tale che ogni agente comandasse un certo numero di nativi armati (capitani), presi da etnie diverse e dislocati nei singoli villaggi, per assicurare che la gente facesse il proprio dovere.</p>
<p>Se la quota era inferiore a quella stabilita, anche i «capitani» subivano fustigazioni o mutilazioni. Era il metodo del terrore, tanto efficace quanto diabolico.</p>
<p>E’ stato ipotizzato che <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Conrad">Joseph Conrad</a></strong> si sia ispirato a lui per il personaggio di <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_E._Kurtz">Kurtz</a></strong> del suo romanzo <em><strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cuore_di_tenebra">Cuore di tenebra</a></strong>.</em></p>
<p>È possibile però che l’abominevole Mistah Kurtz descritto da Conrad in “<em>Cuore di tenebre</em>“, eponimo di ogni orrore, abbia i caratteri anche di un altro criminale belga, <strong>Guillaume van Kerckhoven</strong>, comandante della famigerata <strong>Force Publique</strong>, conosciuto da<a href="https://artmasko.wordpress.com/2011/06/12/un-eroe-irlandese-contro-gli-orrori-del-colonialismo-il-fantasma-di-sir-roger-casement-bussa-due-volte-pubblicato-dalla-casa-editrice-fuorilinea-%E2%80%9Cil-rapporto-sul-congo%E2%80%9D-e-da-einaudi/" target="_blank"><strong> Roger Casement</strong></a> nel 1887.</p>
<figure id="attachment_2816" style="width: 300px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Torture.gif"><img class="size-medium wp-image-2816" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Torture-300x253.gif" alt="Torture" width="300" height="253" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Torture</figcaption></figure>
<p>Costui gli aveva confidato, con tono ilare, di pagare la sua soldataglia al termine delle abituali rappresaglie sui nativi, 5 barrette d’ottone (¼ di franco belga) per ogni testa d’uomo che gli veniva mostrata.</p>
<p>Casement,che incontrò effettivamente Conrad,  a quel tempo, era membro della spedizione organizzata da Henry Shelton Sanford per esplorare il fiume Congo a fini scientifici e commerciali.</p>
<figure id="attachment_2823" style="width: 185px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Roger-Casement.jpg"><img class="size-full wp-image-2823" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/Roger-Casement.jpg" alt="Roger Casement" width="185" height="104" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Roger Casement</figcaption></figure>
<h3><em><strong>Un genocidio mostruoso</strong></em></h3>
<p>In 23 anni di esistenza, nel libero stato del Congo morirono circa 10 milioni di persone, direttamente per la repressione o indirettamente per epidemie o fame, dovuta alla distruzione punitiva dei raccolti.</p>
<p>Fu un vero genocidio, in cui perì quasi metà della popolazione congolese, stimata a circa 20-25 milioni di abitanti nel 1880.</p>
<figure id="attachment_2817" style="width: 300px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/il-genocidio-del-congo-2-638.jpg"><img class="size-medium wp-image-2817" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/il-genocidio-del-congo-2-638-300x225.jpg" alt="il genocidio del congo" width="300" height="225" /></a><figcaption class="wp-caption-text">il genocidio del congo</figcaption></figure>
<p>A ciò si aggiunga la caduta del tasso di natalità: un missionario giunto in Congo nel 1910 fu stupito dall’assenza quasi totale di bambini tra i 7 e i 14 anni, nati cioè tra il <strong>1896 e il 1903</strong>, periodo in cui la raccolta di caucciù raggiunse il suo apice.</p>
<h3><em><strong>I &#8220;testimoni&#8221; del Congo</strong></em></h3>
<p>A far conoscere  al mondo ciò che accadeva in Congo furono alcuni  giornalisti, esploratori, missionari o diplomatici , i quali fecero nascere il primo movimento mondiale per la difesa dei diritti umani:</p>
<p>Tra loro ricordiamo<strong> Roger Casement</strong>,  <strong>Edmund Morel</strong>, reporter e politico britannico che per primo indagò su ciò che accadeva in Congo; <strong>George Washington Williams</strong> e<strong> William Sheppard,</strong> due neri americani, il primo giornalista e il secondo predicatore cristiano, che smontarono la figura da filantropo di re Leopoldo, costringendolo a cedere il Congo al governo belga.</p>
<figure id="attachment_2818" style="width: 260px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/George-Washington-Williams.jpeg"><img class="size-medium wp-image-2818" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/11/George-Washington-Williams-260x300.jpeg" alt="George-Washington-Williams" width="260" height="300" /></a><figcaption class="wp-caption-text">George-Washington-Williams</figcaption></figure>
<p>Nell’<strong>agosto del 1908</strong>, poco prima di cedere ufficialmente la propria colonia personale al governo del Belgio, Leopoldo II fece bruciare per otto giorni consecutivi la maggior parte dei suoi archivi.</p>
<p><em>«Regalerò ai belgi il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto»</em>, disse.</p>
<p>E, oltre alle carte ridotte in cenere, ridusse drasticamente al silenzio i testimoni scomodi.</p>
<p>Dobbiamo al loro lavoro compiuto, alle loro testimonianze, anche fotografiche, ai pericoli corsi se quel genocidio fu fermato e se oggi abbiamo memoria storica di esso.</p>
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		<title>Mauro De Mauro: un mistero irrisolto</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 21:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Mattei]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro De Mauro]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Bontate]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La scomparsa Mauro De Mauro era un giornalista del quotidiano palermitano L’Ora che scomparve il 16 settembre del 1970 mentre stava rincasando dopo una giornata di lavoro. La figlia Maura fu l&#8217;ultima a vederlo. Lo aveva visto parcheggiare l’auto e fermarsi a prendere delle carte di lavoro dal sedile; siccome dopo alcuni minuti il padre &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2016/10/17/mauro-de-mauro-un-mistero-irrisolto/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Mauro De Mauro: un mistero irrisolto</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h3><em><strong>La scomparsa</strong></em></h3>
<p>Mauro De Mauro era un giornalista del quotidiano palermitano L’Ora che scomparve il 16 settembre del 1970 mentre stava rincasando dopo una giornata di lavoro.<span id="more-2702"></span></p>
<p>La figlia Maura fu l&#8217;ultima a vederlo. Lo aveva visto parcheggiare l’auto e fermarsi a prendere delle carte di lavoro dal sedile; siccome dopo alcuni minuti il padre non era ancora entrato in casa, si riaffacciò e lo vide allontanarsi alla guida della sua BMWscura in compagnia di tre uomini che erano improvvisamente apparsi.</p>
<p>Da quel momento non si ebbero più notizie dell’uomo, la cui automobile fu ritrovata la mattina successiva, e non fu nemmeno mai ritrovato il corpo.</p>
<figure id="attachment_2704" style="width: 268px;" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/10/Mauro-De-mauro.jpg"><img class="size-full wp-image-2704" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/10/Mauro-De-mauro.jpg" alt="Mauro De mauro" width="268" height="188" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Mauro De mauro</figcaption></figure>
<h3><em>La testimonianza</em></h3>
<p>Una delle più importanti testimnonianze su quanto sarebbe accaduto è sicuramente quella di <strong>Tommaso Buscetta</strong>, forse il più famoso collaboratore di giustizia, che affermò come: <em>«il rapimento di Mauro De Mauro […] è stato effettuato da <strong>Cosa Nostra</strong>. De Mauro stava indagando sulla <strong>morte di Mattei</strong> e aveva ottime fonti all’interno di Cosa Nostra. <strong>Stefano Bontate</strong> venne a sapere che De Mauro stava avvicinandosi troppo alla verità – e di conseguenza al ruolo che egli stesso aveva giocato nell’attentato – e organizzò il “prelevamento. De Mauro fu rapito per ordine di Stefano Bontate che incaricò dell’operazione il suo vice Girolamo Teresi […]. Era stato “spento” un nostro nemico e si dette per scontato che Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio avessero autorizzato l’azione».</em></p>
<p>Esiste anche un altra versione dove il rapimento verrebbe collegato alla  volontà di mettere a tacere chi si stava facendo troppe domande sul <strong>Golpe Borghese</strong>, ovvero il tentato colpo di Stato in Italia che sarà messo in atto poco tempo dopo la morte del cronista, nella notte fra il <strong>7 e l’8 dicembre del 1970.</strong></p>
<p>Le indagini condotte congiuntamente  da polizia e carabinieri, sotto il comando di  Boris Giuliano e Carlo Alberto dalla Chiesa (future vittime di mafia)  si rivolsero sul comprendere che legami potesse avere il giornalista con il caso Mattei e con il Golpe Borghese.</p>
<p>L’ipotesi comunque più valida resta quella per cui De Mauro sia stato messo a tacere per il materiale ed i nomi trovati indagando sullo strano “incidente” aereo che aveva causato la morte di Enrico Mattei. morte). <a href="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/10/de-mauro.jpg"><img class="aligncenter wp-image-2705 size-full" src="http://www.pensolibero.it/public/wp-content/uploads/2016/10/de-mauro.jpg" alt="de mauro" width="338" height="149" /></a></p>
<h3><em>L&#8217;uomo sbagliato: Graziano Verrotto</em></h3>
<p><strong> Leonardo Sciascia</strong> pronunciò  una frase sibillina sulla scomparsa del giornalista : «<em>De Mauro ha detto la cosa giusta all’uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all’uomo giusto»</em>, alludendo forse alla controversa persona di <strong>Graziano Verrotto, </strong>al quale De Mauro avrebbe consegnato una cartellina piena di documenti comprovanti vari legami fra mafia, poteri forti e la morte di Enrico mattei, che sarebbe avvenuta tramite il piazzamento di una carica di esplosivo sulll&#8217;aereo che lo trasportava.</p>
<p>Documenti  quindi importanti che lo stesso Graziano Verrotto avrebbe forse aiutato, con dichiarazioni rese a De Mauro, a creare con alcune sue testimonianze.</p>
<p>Verrotto, infatti, all’epoca segretario regionale della <strong>Democrazia Cristiana</strong>, era stato capo delle pubbliche relazioni dell’<strong>Eni</strong> in Sicilia quando Mattei era ancora vivo.</p>
<p>E proprio il legame con Mattei lo rende al centro di alcune strane coincidenze: a parte le vittime dell’attentato è l’unico ad aver volato sull’aereo di Mattei, la notte tra il 26 e il 27 ottobre, è sempre lui ad essere presente all’<strong>aeroporto di Fontanarossa</strong> la mattina del sabotaggio, ed è ancora lui l’uomo che promette al pilota <strong>Irnerio Bertuzzi</strong> un futuro di manager privato in una società aerea regionale.  che però è già in liquidazione.</p>
<p>Forse, temendo per se, lo stesso Verrotto si sarebbe rivolto a Bontate per risolvere la grana De Mauro, giornalista che si stava avvicinando troppo a scomode verità.</p>
<h3><em>Un mistero irrisolto</em></h3>
<p>Ad oggi entrambi i casi, la scomparsa di De Mauro e la morte di Mattei, sono classificati come casi chiusi senza colpevoli, capitoli di storia da studiare, pentole di misteriosi intrecci da non scoperchiare.</p>
<p>Pena la morte.</p>
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		<title>Il Manifesto di Ventotene</title>
		<link>https://www.pensolibero.it/2016/10/16/il-manifesto-di-ventotene-2/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2016 19:11:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pensolibero.it]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Storia dimenticata]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il Manifesto di Ventotene fu originariamente redatto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann con il titolo Per un&#8217;Europa libera e unita. Progetto d&#8217;un manifesto tra il 1941 ed il 1944, quando per motivi politici furono confinati presso l&#8217;isola di Ventotene, nel mar Tirreno. Altri esponenti presenti sull&#8217;isola di Ventotene e rappresentanti antifascisti confinati &#8230; <a href="https://www.pensolibero.it/2016/10/16/il-manifesto-di-ventotene-2/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Il Manifesto di Ventotene</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Manifesto di Ventotene fu originariamente redatto da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Altiero_Spinelli">Altiero Spinelli</a>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Rossi">Ernesto Rossi</a> ed <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ursula_Hirschmann">Ursula Hirschmann</a> con il titolo Per un&#8217;Europa libera e unita. Progetto d&#8217;un manifesto tra il 1941 ed il 1944, quando per motivi politici furono confinati presso l&#8217;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ventotene">isola di Ventotene</a>, nel <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mar_Tirreno">mar Tirreno</a>. </em><span id="more-2410"></span></p>
<p><em>Altri esponenti presenti sull&#8217;isola di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ventotene">Ventotene</a> e rappresentanti <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Antifascismo">antifascisti</a> confinati anche loro, contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo.</em></p>
<p><em>I tre intellettuali previdero la caduta dei poteri totalitari e auspicarono che, dopo le esperienze traumatiche della prima metà del Novecento, i popoli sarebbero riusciti a sfuggire alle subdole manovre delle élites conservatrici. Secondo loro, lo scopo di queste sarebbe stato quello di ristabilire l’ordine prebellico.</em></p>
<p><em>Per contrastare queste forze si sarebbe dovuta fondare una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale. L’ordinamento di questa forza avrebbe dovuto basarsi su una “terza via” economico-politica, che avrebbe evitato gli errori di capitalismo e comunismo, e che avrebbe permesso all’ordinamento democratico e all’autodeterminazione dei popoli di assumere un valore concreto.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>&#8220;Per un&#8217;Europa libera e unita&#8221;</strong></p>
<p>Ventotene, agosto 1941</p>
<p><strong>I &#8211; LA CRISI DELLA CIVILTÀ MODERNA</strong></p>
<p><strong><em>La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l&#8217;uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:</em></strong></p>
<ol>
<li><strong><em> Si è affermato l&#8217;eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell&#8217;organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.</em></strong></li>
</ol>
<p><strong><em>L&#8217;ideologia dell&#8217;indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l&#8217;oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.</em></strong></p>
<p><strong><em>La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. È invece divenuta un&#8217;entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo &#8220;spazio vitale&#8221; territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell&#8217;egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.</em></strong></p>
<p><strong><em>In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l&#8217;efficenza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, l&#8217;organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell&#8217;odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l&#8217;impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo.</em></strong></p>
<p><strong><em>Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente l’unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all&#8217;odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere.</em></strong></p>
<ol start="2">
<li><strong><em> Si è affermato l&#8217;uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello stato. Questa doveva così risultare la sintesi delle mutevoli esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie sociali liberamente espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di correggere, o almeno di attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie ereditarie dai regimi passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a poco a poco imparavano a servirsi di questi istrumenti per dare l&#8217;assalto ai diritti acquisiti dalle classi abbienti; le imposte speciali sui redditi non guadagnati e sulle successioni, le aliquote progressive sulle maggiori fortune, le esenzioni dei redditi minimi, e dei beni di prima necessità, la gratuità della scuola pubblica, l&#8217;aumento delle spese di assistenza e di previdenza sociale, le riforme agrarie, il controllo delle fabbriche minacciavano i ceti privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.</em></strong></li>
</ol>
<p><strong><em>Anche i ceti privilegiati che avevano consentito all&#8217;uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell&#8217;uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari.</em></strong></p>
<p><strong><em>D&#8217;altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un&#8217;unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro.<br />
Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l&#8217;intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.</em></strong></p>
<p><strong><em>Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l&#8217;esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l&#8217;apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. È salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d&#8217;impiego.</em></strong></p>
<p><strong><em>Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie, i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere e consolidare gli stati totalitari.</em></strong></p>
<ol start="3">
<li><strong><em> Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sì o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.</em></strong></li>
</ol>
<p><strong><em>Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l&#8217;assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l&#8217;imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l&#8217;odio e l&#8217;orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell&#8217;imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell&#8217;interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell&#8217;oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.</em></strong></p>
<p><strong><em>La stessa etica sociale della libertà e dell&#8217;uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz&#8217;altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.</em></strong></p>
<p><strong><em>Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei — primo fra i quali l&#8217;Italia — alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell&#8217;opera di sopraffazione.</em></strong></p>
<p><strong><em>La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.<br />
La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un&#8217;idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell&#8217;umanità in Spartiati ed Iloti.</em></strong></p>
<p><strong><em>Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.</em></strong></p>
<p><strong><em>Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto sì che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell&#8217;esercito sovietico, ed ha dato tempo all&#8217;America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l&#8217;imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l&#8217;imperialismo giapponese.</em></strong></p>
<p><strong><em>Immense masse di uomini e di ricchezze sono già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e sono in ascesa. La guerra delle Nazioni Unite risveglia ogni giorno di più la volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti per il colpo ricevuto, e persino risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell&#8217;Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro padroni.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l&#8217;intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.</em></strong></p>
<p><strong><em>A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.</em></strong></p>
<p><strong>II &#8211; I COMPITI DEL DOPO GUERRA &#8211; L&#8217;UNITÀ EUROPEA</strong></p>
<p><strong><em>La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell&#8217;Europa secondo il nostro ideale di civiltà.</em></strong></p>
<p><strong><em>Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l&#8217;ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d&#8217;accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell&#8217;equilibrio delle potenze nell&#8217;apparente immediato interesse del loro impero.</em></strong></p>
<p><strong><em>Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle forze armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l&#8217;innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da oggi, sentono che l&#8217;edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto fin&#8217;ora e le esporrebbe all&#8217;assalto delle forze progressiste.</em></strong></p>
<p><strong><em>Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l&#8217;unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l&#8217;ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.</em></strong></p>
<p><strong><em>Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell&#8217;Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali.</em></strong></p>
<p><strong><em>Gli spiriti sono giù ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell&#8217;Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.</em></strong></p>
<p><strong><em>Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta. Alla prova, è apparso evidente che nessun paese d&#8217;Europa può restarsene da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.</em></strong></p>
<p><strong><em>Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell&#8217;interno, questione balcanica, questione irlandese ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l&#8217;hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie.</em></strong></p>
<p><strong><em>D&#8217;altra parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la &#8220;splendid isolation&#8221;, la dissoluzione dell&#8217;esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche — risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione sciovinista della superiorità gallica — e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine all&#8217;attuale anarchia. Ed il fatto che l&#8217;Inghilterra abbia accettato il principio dell&#8217;indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col riconoscimento della sconfitta tutto il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi coloniali.</em></strong></p>
<p><strong><em>A tutto ciò va infine aggiunta la scomparsa di alcune delle principali dinastie e la fragilità delle basi di quelle che sostengono le dinastie superstiti. Va tenuto conto, infatti, che le dinastie, considerando i diversi paesi come tradizionale appannaggio proprio, rappresentavano, con i poderosi interessi di cui erano l&#8217;appoggio, un serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati Uniti d&#8217;Europa, la quale non può poggiare che sulle costituzioni repubblicane di tutti i paesi federati.</em></strong></p>
<p><strong><em>E quando, superando l&#8217;orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l&#8217;umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l&#8217;unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l&#8217;unità politica dell&#8217;intero globo.</em></strong></p>
<p><strong><em>La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l&#8217;unità internazionale.</em></strong></p>
<p><strong><em>Con la propaganda e con l&#8217;azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d&#8217;ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l&#8217;autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.</em></strong></p>
<p><strong><em>Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell&#8217;ultimo ventennio. Poiché sarà l&#8217;ora di opere nuove, sarà anche l&#8217;ora di uomini nuovi, del movimento per l&#8217;Europa libera e unita!</em></strong></p>
<p><strong>III &#8211; I COMPITI DEL DOPO GUERRA LA RIFORMA DELLA SOCIETÀ</strong></p>
<p><strong><em>Un&#8217;Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l&#8217;era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l&#8217;attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l&#8217;emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.</em></strong></p>
<p><strong><em>La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell&#8217;economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell&#8217;economia, come è avvenuto in Russia.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall&#8217;interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica &#8220;routinière&#8221; per trovarsi poi di fronte all&#8217;insolubile problema di resuscitare lo spirito d&#8217;iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell&#8217;U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.</em></strong></p>
<p><strong><em>La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.</em></strong></p>
<p><strong><em>Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell&#8217;unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:</em></strong></p>
<ol>
<li><strong><em> non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un&#8217;attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc. (l&#8217;esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l&#8217;importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). È questo il campo in cui si dovrà procedere senz&#8217;altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;</em></strong></li>
<li><strong><em> le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l&#8217;azionariato operaio ecc.;</em></strong></li>
<li><strong><em> i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l&#8217;avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell&#8217;interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;</em></strong></li>
<li><strong><em> la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l&#8217;alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;</em></strong></li>
<li><strong><em> la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l&#8217;osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali.</em></strong></li>
</ol>
<p><strong><em>Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.</em></strong></p>
<p><strong><em>Sugli istituti costituzionali sarebbe superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi, dell&#8217;indipendenza della magistratura — che prenderà il posto dell&#8217;attuale — per l&#8217;applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di associazione, per illuminare l&#8217;opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la chiesa e sul carattere della rappresentanza politica:</em></strong></p>
<ol>
<li><strong><em> la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, dei quali cerca di approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull&#8217;ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l&#8217;alleanza col fascismo andrà senz&#8217;altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico;</em></strong></li>
<li><strong><em> la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l&#8217;ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato totalitario. C&#8217;è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.</em></strong></li>
</ol>
<p><strong><em>Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz&#8217;altro da escludere che ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un&#8217;anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all&#8217;opera di rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita concreta che nella forma assunta dagli stati totalitari, per irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell&#8217;interesse della classe governante.</em></strong></p>
<p><strong>IV &#8211; LA SITUAZIONE RIVOLUZIONARIA: VECCHIE E NUOVE CORRENTI</strong></p>
<p><strong><em>La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l&#8217;avvento della &#8220;libertà&#8221; sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.</em></strong></p>
<p><strong><em>Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all&#8217;anarchia. Credono nella &#8220;generazione spontanea&#8221; degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla &#8220;storia&#8221; al &#8220;popolo&#8221; al &#8220;proletariato&#8221; o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un&#8217;assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.</em></strong></p>
<p><strong><em>I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi.</em></strong></p>
<p><strong><em>In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro.</em></strong></p>
<p><strong><em>Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria.</em></strong></p>
<p><strong><em>Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i problemi politici ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l&#8217;intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe, per realizzare l&#8217;utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario.</em></strong></p>
<p><strong><em>Delle varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell&#8217;ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono — a differenza degli altri partiti popolari — trasformati in un movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate manovre.</em></strong></p>
<p><strong><em>Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie — col predicare che la loro &#8220;vera&#8221; rivoluzione è ancora da venire — costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi fatalmente in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità della società moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece senza possibilità di equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo estremista.</em></strong></p>
<p><strong><em>Se la lotta restasse domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie. Gli stati nazionali hanno infatti già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche. Con le maggiori probabilità i reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d&#8217;ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.</em></strong></p>
<p><strong><em>Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.</em></strong></p>
<p><strong><em>Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o sparire.</em></strong></p>
<p><strong><em>Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.</em></strong></p>
<p><strong><em>Il partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d&#8217;azione. Esso non deve rappresentare una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo transitoriamente e negativamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice del disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi ciascuna per la sua strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito rivoluzionario deve sapere invece che solo allora comincerà veramente la sua opera e deve perciò essere costituito di uomini che si trovino d&#8217;accordo sui principali problemi del futuro. Deve penetrare con la sua propaganda metodica ovunque ci siano degli oppressi dell&#8217;attuale regime, e, prendendo come punto di partenza quello volta volta sentito come il più doloroso dalle singole persone e classi, mostrare come esso si connetta con altri problemi e quale possa esserne la vera soluzione. Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell&#8217;organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continua ed efficacia di esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.</em></strong></p>
<p><strong><em>Pur non trascurando nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso deve rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti che sono i più importanti come centri di diffusione di idee e come centri di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani, vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria, che sarà la più pronta a riorganizzare le proprie file. Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.</em></strong></p>
<p><strong><em>Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di alleanza di queste forze è condannato alla sterilità, poiché, se è movimento di soli intellettuali, sarà privo di quella forza di massa necessaria per travolgere le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe operaia; ed anche se animato da sentimenti democratici, sarà proclive a scivolare, di fronte alle difficoltà, sul terreno della reazione di tutte le altre classi contro gli operai, cioè verso una restaurazione.<br />
Se poggerà solo sulla classe operaia sarà privo di quella chiarezza di pensiero che non può venire che dagli intellettuali, e che è necessaria per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero del vecchio classismo, vedrà nemici dappertutto, e sdrucciolerà sulla dottrinaria soluzione comunista.</em></strong></p>
<p><strong><em>Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate.</em></strong></p>
<p><strong><em>Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.</em></strong></p>
<p><strong><em>Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere.</em></strong></p>
<p><strong><em>Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell&#8217;attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l&#8217;eredità di tutti i movimenti di elevazione dell&#8217;umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.</em></strong></p>
<p><strong><em>La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.</em></strong></p>
<p><strong>Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni</strong></p>
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