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O Capitano! Mio Capitano!

O CAPITANO! MIO CAPITANO!
Maggio.
Mese maledetto per le bandiere dell’As Roma.
 
25 anni senza di te, Capitano.
Agostino, il Capitano, quello con la C maiuscola.
Perché quella consonante maiuscola te la meriti solo se seguita da da una vocale altrettanto maiuscola.
La U di uomo.

E Agostino era un Uomo prima che un calciatore, come tanti altri Capitani, che oggi non ci sono più: Scirea, Facchetti, Bulgarelli, Astori per esempio.

Oppure Mondonico, che non è stato un Capitano, ma un Uomo si.
Oppure sono ancora, fortunatamente, tra noi, come Dino Zoff e Gigi “Rombo di Tuono” Riva.
Sono i regali che ci dona il mondo del calcio, prima su i rettangoli verdi, poi nella vita.
Fanno da contraltare a tatuaggi, piercing, creste dai mille colori, veline e auto sfasciate di chi vive questo mondo solo negli eccessi e non come un lavoro come gli altri, pero più remunerato quindi con più responsabilità.
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Per me che ho vissuto gli anni di Di Bartolomei, prima nella Rometta mediocre, poi Capitano in quella splendida capace di vincere un campionato e sfidare un colosso, allora, come il Liverpool sino all’ultimo rigore, non sarà un improvvido colpo di pistola a diminuirne la considerazione.
 
Anzi, in quel proiettile al cuore c’è, insieme, tutta la grandezza d’animo e la solitudine dell’uomo.
Lasciato solo e abbandonato da quel mondo che ha amato.
Pensateci bene: quante similitudini con l’imprenditore suicida che ha vissuto una vita per sua azienda e i suoi dipendenti, e ora abbandonato dallo Stato, incapace di guardare negli occhi quegli uomini al quale non può assicurare un futuro.
Quando ti viene a mancare il tuo mondo, cosa altro ti resta per colmare quel vuoto se non, a volte, la cupa disperazione?
Ago ha vinto tante partite.
E ne ha perse altre, dolorosissime, come quella con il Liverpool, quella maledetta sera del 30 maggio 1984.
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Una ferita al cuore mai rimarginata, anche perché foriera di un addio, non privo di polemiche, a quei colori che aveva tanto amato.
E non fu un caso che l’ ultima sua partita giocata, quella più importante con la vita, l’abbia persa un altro 30 maggio, dieci anni dopo.
Già, dieci come il numero della sua maglia.
Un colpo secco a quel cuore già ferito.
Un colpo secco al cuore di migliaia di tifosi, giallorossi o meno
La notizia, ricordo ancora, mi rimbombò dentro come se avessi potuto ascoltare, più′ delle parole dell’annuncio dato ai telegiornali, il botto dello sparo.
 
Di Ago porterò nel mio cuore sempre il suo volto calmo e sorridente, i suoi atteggiamenti pacati ma decisi, quel suo essere leader silenzioso al quale bastava lo sguardo per farsi capire.
Ricorderò i trofei da lui alzati con quel suo sorriso fanciullesco appena accennato, la gioia, non esternata smodatamente, ma espressa con luce diversa in quegli occhi malinconici per natura.
Un qualcosa che ti faceva pensare che il Di Bartolomei bambino non fosse mai uscito dall’anima del Di Bartolomei campione affermato.
 
Ricorderò il suo rispetto per l’avversario, vinto o vittorioso.
Ricorderò la sua orgogliosa risposta, nei fatti più che nelle parole, ma pur sempre efficace, a chi offendeva i colori giallorossi.
 
Passerà al Milan e, come per un destino perverso, segnerà alla Roma.
Non è un ipocrita, gioisce e i tifosi, ma anche i suoi ex compagni, della Roma non lo perdonano.
Non comprendono che quella gioia rabbiosa nasconde il dolore di essere stato costretto a lasciare quei colori, quella divisa, quei tifosi e quella città, e quella squadra, la sua, per sempre.
Perché nessuno, irriconoscente come solo il mondo del calcio sa essere, gli riaprirà quella porta.
Forse lui lo sa, inconsciamente, da quando lascia Roma e la Roma.
E, forse, da allora, tutti noi, dirigenti, compagni, tifosi abbiamo, indifferenti, incominciato ad armare la sua mano, lasciandolo solo.
Questo era Agostino Di Bartolomei, il Capitano, il mio Capitano.
E l’Uomo.

 

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